Al campo del Munton

 

Al campo del munton

MARTEDI’

Dal mio punto di vista, la cosa era cominciata quando un mio amico di Borgolavezzaro mi aveva chiesto di accompagnarlo ad un campetto appena fuori paese, “Il campo del Munton” si chiamava.
Il “Munton”, in pratica, non era che un piccolo campo abbandonato che con il tempo aveva preso a rinaturalizzarsi, come spesso avviene dalle nostre parti. Se per una ragione o per l’altra si smette di coltivare, qui da noi, in un attimo tornano erbe ed erbacce. Poi i cespugli, tipo rovi, sambuchi, biancospini, tutta quella roba lì insomma. Aspetta ancora un po’ e spuntano anche le prime piante: robinie, pioppi, farnie, aceri, eccetera eccetera. E sei dai tempo al tempo, l’intero appezzamento ti diventa un bosco, o almeno un boschetto. Il tutto al netto dell’immondizia, che quella non fai neanche in tempo a voltarti ed è già lì.
Ad ogni modo, il mio amico (e l’associazione culturale locale di cui faceva parte) si era messo in testa chissà perché di dare una mano a madre natura a riappropriarsi di quel pezzo di pianura padana. Tutti insieme si erano quindi adoperati per comprare l’area e ripulirla dei detriti e schifezze varie che i soliti ignoti avevano già trovato modo di mollare sul posto. Poi si era diradato il bosco di robinie, piantumando quindi con essenze autoctone tipo farnie, aceri, olmi, frassini, ciliegi, biancospini e, ovviamente, qualche eccetera eccetera. Avevano quindi scavato un laghetto, gli altri scavano le piscine e loro un laghetto, pensa te. Attorno al laghetto avevano piazzato pioppi, ontani, salici e saliconi. In totale era diventato un bel posticino, anche perché con il tempo al primo campo si erano aggiunti altri microappezzamenti che ne avevano aumentato sensibilmente le dimensioni.
Però adesso non mi ricordo più perché ho incominciato questo discorso.
Ah già, i tassi. Al “munton” avevano trovato delle tane di tasso e durante i lavori si era fatta ben attenzione di non arrecare disturbo agli inquilini o di causare motivi di rimostranza alcuna. Dopotutto erano ospiti graditi, ed erano anche arrivati per primi, per giunta.
E perché no, mi ero detto io. Mai fotografato un tasso in vita mia. Anzi, non saprei neanche dire che faccia abbiano.

MERCOLEDI’

Il primo sopralluogo lo facciamo di giorno, di Tassi neanche l’ombra (tranquilli: è notturno, mi sono documentato) ma a me interessa vedere il posto e gli ingressi delle tane. La location, dovrei dire. Bosco e sottobosco sono venuti su bene, in effetti. Beh, la mano dell’uomo un tantino si vedeva, ma non troppo. Il mio compare si fermava ogni tre passi a descrivermi cosa era stato fatto qui, cosa era stato fatto là, eccetera. Arriviamo al “munton”, al mucchio. Dove ci sono le tane. Le tane di tasso sono più da immaginare che da vedere. In superficie appare solo un certo numero di buche, tre o quattro in genere, ma anche 8 o 10. Buche di buone dimensioni, 30-35 centimetri di diametro per intenderci, da rompersi una gamba se non si sta attenti. Davanti alla buca c’è il mucchio di terra dello scavo, attorno spesso e volentieri le “toilette” del tasso, che è un animale molto pulito e si guarda bene dal farla in casa. E’ sotto terra, però, che c’è il grosso del lavoro. Ci possono essere fino a duecento metri di tunnel, e anche 50 camere ipogee tra finte e vere. Potevo anche dire “sotterranee”, ma non è che poi capiti tutti i giorni di poter usare la parola “ipogee”. Comunque, il numero dipende da quanto è da quanto è pericolosa la zona e soprattutto da quanto è vecchia la tana. Se l’insieme è soddisfacente la tana può venire abitata per generazioni e generazioni, si dice anche per centinaia di anni e da più di una famiglia contemporaneamente. C’è tutto un gioco di gerarchie tra sito principale, siti annessi, rifugi temporanei eccetera. Parte della tana può essere anche presa in subaffitto da una volpe, ma in questo caso ognuno userebbe ingressi e locali separati. Vabbè la tolleranza, ma a tutto c’è un limite. Le camere sotterranee possono essere piccole o grandi, fino a 60-70 centimetri di diametro di solito, ed un mezzo metro di altezza. Tutte le stanze in uso corrente contengono una lettiera, fatta di paglia e di foglie. Anche se non entrano mai davvero in letargo, i tassi dormono parecchio. Di solito nel sito principale, dove si allevano anche i piccoli e si passa la maggior parte del tempo al coperto, ma a volte in tane stagionali o anche nei rifugi di emergenza. Dipende. E torniamo a noi: la comunità qui sembra tutto sommato abbastanza piccola. Prendo nota di un paio di postazioni interessanti, abbastanza vicino a due ingressi che mi sembrano più utilizzati di altri (ma potrebbe essere un trucco) da poter osservare e filmare, ma non troppo da arrecare disturbo anche con la sola presenza. I tassi hanno sensi molto fini, e praticamente tutti i sensi, per giunta. Beh, la vista un po’ meno. Posso anche piazzare un paio di trappole nei dintorni, è poco sportivo ma molto utile: un paio di fotocellulle e un paio di macchine e flash remoti e mi sono fatto l’autovelox per tassi. La piazzetta qui davanti è l’ideale per sistemare il set: luci, esche (di nuovo, passatemi il termine) cavi e cavetti. Meno male che sono in territorio amico, metterò giù tutto l’ambaradan nel pomeriggio e lo lascerò fino a domani sera. Speriamo che basti per farli abituare. Anche perché fin che ho giù la mia roba io devo restare nei paraggi. Territorio amico sì, ma a tutto c’è un limite.. Pensavo di portare anche una telecamera montata sopra alla macchinina radiocomandata, è una vita che la voglio provare e poi per una ragione o un'altra non lo faccio mai.

E per il momento basta così, allora. Il resto a domani.

VENERDI’

La roba piazzata ieri è ancora sul posto, dopo più di trenta ore. Quasi un record di Bell’Italia. Il vento tira dalle tane, il sole è ancora alto nel cielo ed i tassi stanno ancora presumibilmente dormendo. In totale, un ottimo momento per prendere posto. Mi infratto con il grosso dell’attrezzatura, nascondendomi dietro ai teli già stesi. Ho tutta la luce del giorno per piazzare il materiale, un confort a cui non sono più abituato, ormai. Faccio le cose con calma, mi metto comodo e aspetto. Zanzare a parte, è una pacchia.
E anche il sole se ne è andato, adesso sono rimasto proprio da solo. Sempre zanzare a parte. Sono anche riuscito a fare qualche bella foto, qualche cincia, qualche fringuello. Perfino un gufetto particolarmente mattiniero. Secondo i suoi standard, intendo. Ma adesso è il momento di concentrarsi sul campo principale della serata. Tra poco, signori e signore, farà la sua comparsa la star del momento, l’attrazione dello spettacolo, l’attore protagonista: Sua eccellenza il Tasso.
Ma quanto ci mette, insomma? Dovevo portarmi dietro la mia amica che quando dice mi piacerebbe vedere la Cicogna Nera, zap ti appare la Cicogna Nera. E se dice voglio vedere un Fischione, zap ti appare un Fischione. Ma quella ha sempre qualcos’altro da fare quando c’è bisogno. Io speriamo che me la cavo lo stesso.
Eccolo! Bastava il pensiero allora. E’ buona norma non far partire i fuochi d’artificio a prima vista, ma aspettare che l’animale prenda un po’ di confidenza. C’è probabilmente tutta una famiglia che aspetta al riparo della tana, se spavento papà me li gioco tutti. O mamma? Ne approfitto per un po’ di osservazione e qualche scatto silenzioso. Dio benedica la tecnologia.
Ci sono due piccoli, un classico. Hanno ancora un po’ di pelliccia infantile, di una specie bianco sporco, ma cominciano già ad assomigliare ad una versione in miniatura degli adulti, con le strisce in testa e tutto. Siamo a fine aprile, devono essere nati verso fine febbraio, primi di marzo. A questa età non si allontaneranno molto dalla tana. Bene. Ma come sono carini. Certo che hanno proprio una faccia fumettosa, fossi al posto della Disney non mi farei scappare l’occasione. Strano che non ci abbia ancora pensato nessuno. Mi ricordo solo un personaggio della compagnia del bosco o quello che è e forse una specie di casta di guerrieri-tasso cattivissimi di un videogioco. Cattivissimi: ma come si fa? Eppure ho letto da qualche parte che in Giappone hanno i perfino Tassi Mannari. Altra cultura. Vero è che come bestia non è da prendere proprio sottogamba: fa sempre una decina di chili di muscoli, denti ed unghioni. Servono per scavare fuori radici e tuberi, ma anche vermi e larve, o catturare piccoli mammiferi, insetti, serpenti. Perfino vipere, visto che è immune al loro veleno. E per difendersi dai predatori, ovviamente, mica per niente lo trattano con il dovuto rispetto anche volpi e lupi. Chissà se e vero che in America va a caccia in gruppo con i Coyotes. Guarda come giocano questi.. acchiapparella, nascondino.. un po’ come i gatti. Divertitevi fin che potete, ragazzi, che l’autunno arriva in fretta e vi toccherà di crescere di corsa per passarlo interi. La luce se ne va, meno male che l’elettronica mi amplifica ancora quel poco che c’è. Speriamo che i riflessi degli schermi non mi tradiscano.. Basta cincischiare, comunque. Ora che sono tutti allo scoperto posso provare qualche scatto serio. Ho disposto i flash in maniera che non ci siano punti di luce diretta facilmente identificabili. Dovrebbe assomigliare ad un carosello di lampi da temporale lontano. Più intenso, forse, ma più silenzioso visto che a me il tuono non serve. Chissà cosa ne pensano i tassi dei temporali. Flash. Riflash. Di nuovo.

Beh, era mia intenzione non essere particolarmente intrusivo, anche perché non è proprio etico. Ma non mi aspettavo tutta questa indifferenza. Meglio così, ho anche il tempo per cambiare un obbiettivo per provare un’altra cosa.. Mi abbasso per pescare nella sacca, e quando mi rialzo mi trovo un bambino che fissa nel display della reflex bassa.
- E tu da dove ca... diavolo sei spuntato? - gli strillo contro appena mi ripiglio dallo spavento. Panico. Sbircio in macchina: alla luce del visore notturno i tassi sono all'erta, collo dritto, naso all'aria, orecchie tese. Il bambino mi fa segno di stare zitto. Intanto, mi accorgo, sta scorrendo rapidamente le foto già fatte. Passa un minuto o due di eternità, poi, finalmente, gli animali sembrano tranquillizzarsi. Anche se non del tutto.
- Certo che sei bravino, sai - mi risponde l’altro con la voce da adulto. Altro che bambino, è un nano questo. E da dove è arrivato?
- Shhhhh - intimo io, questa volta.
- Oh. No, non serve. Mi conoscono.
In effetti i tassi non mostrano ulteriori segni di nervosismo. Anzi, sembrano quasi più rilassati di prima. Con solo il display della reflex a farmi da lampada, studio il nuovo arrivato. Capelli ricci, corti, una faccia rotonda vagamente familiare. Devo averlo già visto da qualche parte. Forse al circolo qui a Borgo. Mi sembra di vedere qualche traccia di grigio nella capigliatura. Sì, decisamente. Caspita, sarà anche alto un metro e un euro, ma in effetti non mette giovane per niente, anzi. Ha su una giacchetta marrone coi bottoni dorati. In un bosco! E mi sembra di intravvedere anche un panciotto, giallo se non sbaglio. E dei pantaloni in velluto verde, non poteva essere diversamente. Questo o è la versione in miniatura di un signorotto di campagna inglese o è più fuori di un balcone. Non riesco a vedergli le scarpe, ma giurerei che abbia addosso dei doposci pelosi o degli stivali col pelo fuori. Ossignur, speriamo che non sia pericoloso..
- B.. buonasera. - butto lì, poi mi ricordo che devo tenere la voce bassa. - Buonasera - riprovo.
- Ah, sì, certo. Buonasera. Temevo che fosse un cacciatore, sa?
- Beh, no. Faccio solo fotografie. Qui non si può neanche cacciare, poi.
- Meglio così, non le pare? Comunque fa delle belle fotografie, dicevo. Complimenti.
- Diciamo che me la cavo. Ma lei che ci fa qui, al buio?
- Stavo rincasando. Di solito non faccio così tardi, ma questa sera mi sono ritrovato con un po’ di vecchi amici per festeggiare il mio compleanno e temo di aver perso la nozione del tempo. Meno male che sono quasi arrivato.
- Auguri. E quanti sono, se posso chiedere?
- Gli anni o gli amici? Non importa, sono comunque più di quelli che riesca a ricordare sia in un caso che nell’altro. Ma mentre gli uni aumentano, gli altri sembrano diminuire ogni volta che ci incontriamo..
Ecco, questo mi ha ammazzato qualsiasi proposito di conversazione con un colpo solo. Fortuna che sembra voler continuare lui..
- Beh che siano belli proprio non si può proprio dire. Simpatici piuttosto. Hanno una faccia da fumetto, se posso permettermi. -
Stiamo parlando dei tassi, suppongo. - Sì me lo dicevo anche io poco fa.. - Ma che faccio, adesso? Certo che il tizio mi incuriosisce, ma se andiamo avanti così butto via la serata.
- Sono un vero clan, sa? Ci sono altre tane qui nei dintorni e c’è sempre qualche animale o gruppetto di animali che vive in una di queste “dependance”. A volte per una stagione, a volte per una notte o due. Credo che dipenda dalle relazioni familiari o da dove trovano più cibo. O tutte e due.
- Davvero? - accennai.
- Eh sì. Trovo l’architettura delle tane un argomento affascinante. Questa qui davanti non è tanto grande. Avrà forse una dozzina di camere tra quelle di soggiorno, i dormitori e quelle per i cuccioli. Con tre o quattro uscite in uso, tutte con il loro bello spiazzo tipo anfiteatro davanti.  Ma ce ne sono anche di 50 stanze, con due o trecento metri di tunnel. Più passa il tempo più le famiglie si allargano e tendono ad ampliarla. E se l’area è disturbata aumentano anche in proporzione gli ingressi e le vie di fuga.. Ammesso che il terreno lo consenta, ovviamente.
- Ovviamente - convenni.
- Le altre, dicevo, quelle stagionali o i rifugi temporanei, sono più piccoli, magari con una stanza sola ed una lettiera appena accennata. Non hanno l’anfiteatro davanti, quel mucchio fatto con la terra di scavo.. - indicò qualcosa nel buio - e sono collegate a quella principale da una rete di sentieri appena visibili. Loro li seguono a naso, secondo me. Quando non sono abitate vengono prese in prestito anche dai conigli o dalle volpi. Ma io la sto annoiando..
- Ma si figuri - mentii - è solo che io dovevo fare delle foto..
- Ma certo, ma certo. Mi scusi, faccia pure. Si fermeranno qui ancora un po’, ormai li conosco. Poi, quando i piccoli si saranno stufati di giocare, questi torneranno in tana, e il resto della famiglia partirà nel bosco alla ricerca della cena..
- Cercando di non finire sotto una macchina, speriamo. - commentai quasi automaticamente.
- Speriamo. Purtroppo di questi tempi l’automobile è il loro peggior nemico, insieme all’agricoltura, ovviamente. Competizione territoriale..
- Già
- Almeno non corrono più il rischio di finire in un piatto. Ma lo sa che una volta li mangiavano?
- In Cina, immagino.
- Ma no.. Beh, sì. Lì lo fanno ancora. Ma, tempo addietro, anche in Spagna, nel Regno Unito, o nelle Americhe. Perfino in Francia, ci facevano il Blarieur au sang. E in Croazia il goulash.
- Che impressione!
- Per non parlare delle pellicce.
- Appunto, non parliamone.
- Appunto. Anche perché in effetti io stavo rincasando, ed era già tardino quando sono arrivato..
- Ma sa, quando la conversazione è interessante…
- Giustissimo, mi fa piacere che la cosa sia stata di reciproco godimento. Ma adesso devo proprio andare.
- Beh, se non può proprio trattenersi..
- Mi piacerebbe, ma il tardino è diventato ormai tardissimo, e farei proprio meglio a tornare in tana anche io.
- Sarà per un’altra volta, magari…
- Magari, per il mio prossimo compleanno forse. Non esco molto, sa..
- Alla prossima, allora..
- Alla prossima..

E proprio quando incominciavo a temere che non si sarebbe mai deciso a muoversi, ecco che finalmente il tipo si sposta, esce dal mio microscopico ritaglio di luce schermata e se ne va. Ossignur, speriamo che non mi passi davanti. E invece sì. Lo vedo nel display della macchina fotografica mentre attraversa lo spiazzo dei tassi. E quelli che fanno? Niente. Lo guardano. Lo seguono per un attimo o due, sembra quasi che si stiano salutando, e poi si rimettono a fare quello che stavano facendo prima. Eh no, io non sarò un esperto di tassi, ma questo non è normale. Piglio il telecomando della macchinina che era parcheggiata al bordo della radura, quella con la telecamera montata su, e parto all’inseguimento. Riesco a scorgerlo per un attimo alla fine del sentiero, neanche tutto intero, solo un movimento. Non è facile da manovrare questo aggeggio, e il visore notturno non aiuta più di tanto. Non pensavo, quando l’ho comperato. Ecco perché non lo usa nessuno. Rischio di ribaltare tutto il marchingegno una mezza dozzina di volte, per un’automobilina radiocomandata una buca è come un canyon, e attraverso lo spiazzo come una saetta. I tassi scattano all’indietro come delle molle, e che è? Mai visto un radiomodello? (Sbirciando da uno dei display delle fotocamere noto che restano a guardare nella direzione in cui sono sparito, ma mi sembrano più curiosi che intimoriti. Come i gatti quando, giocando, prima si spaventano del proprio gomitolo e poi lo rincorrono come se nulla fosse. Meno male. Ma anche no, adesso che ci ripenso. Speriamo non mi vengano dietro.). Mi lancio in una curva come se fosse la parabolica di Monza, un altro vago movimento più avanti. Proseguo. E dove diavolo sta andando? Ha detto che abitava lì vicino ma non vedo nulla che.. Clack, clack. Ferma! Questo sembra un rumore di serratura. Buono, il microfono.. Arretro di qualche metro, qui è dove mi era parso di vederlo l’ultima volta. Giro in tondo, scrutando i dintorni. Niente. Spengo il visore e provo a fare un po’ di luce. Ancora niente. Aspetta: non è un riflesso metallico, quello? Avanzo nella direzione, passando sotto ai cespugli. Il radiomodello tutto d’un tratto sbuca in uno spazio un po’ più sgombro, quasi un sentiero. Che finisce quasi subito contro una specie di dunetta, un mucchio di terreno poco più alto di una persona, per intenderci. Probabilmente un banale accumulo eolico o alluvionale. Che così banale poi non è, visto che al centro preciso c’è una porta. Di legno, sembrerebbe, verde, rotonda come il fondo di una botte o la persiana di un oblò gigante. Beh, proprio gigante magari no, visto che sarà alta un metro e mezzo scarso. Un oblò parecchio grande, diciamo. Da come la vegetazione ci sta addosso direi che non è molto utilizzata, un ingresso di servizio, forse. Nel bel mezzo c’è un pomo di ottone, deve essere quello che ha fatto il riflesso. Spettacolo! Vuoi vedere che questo abita qui? Direttamente nella collinetta proprio come uno di quei tassi? Ecco perché la sapeva così lunga. Certo che se ne incontra di gente strana. Appena smonto ci vado a bussare e mi faccio offrire un caffè, giusto per vedere la faccia che fa.. Lascio la macchinina di vedetta e torno agli affari.

SABATO

Devo essermi addormentato. Stavo aspettando l’alba per mettermi a smontare tutta l’attrezzatura in sicurezza e da qualche parte dell’attesa durante l’attesa devo essermi addormentato. Mi hanno svegliato gli amici di Borgo. Poco male, anzi meglio: così mi danno una mano a metter via la roba. Mentre stiamo impacchettando si presenta il Giamba con in mano il mio radiomodello.
- Bella questa cosa qui della macchinina telecamerata. E funziona anche?
- Non lo so ancora, l’ho provato ieri per la prima volta. E’ un po’ un casino da usare, ma per muoversi si muove. I filmati, vedremo. Ma dove l’hai trovato? L’avevo piazzato nel bosco a sorvegliare la porta del tizio qui dietro..
- Di chi?
- Ma sì, il tizio che abita qui attaccato.. Il nome non lo so, non mi pare neppure che me l’abbia mai detto. L’ho incontrato ieri sera. Ce ne saranno mica mille, no?
- Non ce n’è neanche uno - rispose Franco - a meno che non sia venuto apposta da Scansano sul suo Morellino - aggiunse, sventolando la ex bottiglia di vino che mi aveva aiutato a mandare giù i panini la sera prima. - Ma tu non eri astemio?
- Di quello buono no, ma che vuol dire che non ce n’è nessuno?
- Che qui non ci abita nessuno, caro mio. Neanche per sbaglio..
- Alto più o meno così - indico l’altezza di un mezz’uomo - capelli ricci, vestiti e modi d’antan..
- Ah, quello.. - rispose Franco.
-Dovevi dirlo subito che era quello, no? E aveva anche il cappello a punta e gli stivaloni? - Domanda il Giamba. Poi i due scoppiano a ridere..
- Spiritosi. - replico un po’ risentito. - Passa qui quel coso. - ordino al Giamba.
Una delle ruote del mini-buggy era in pessime condizioni e la carrozzeria riportava segni di denti ed unghioni. Ecco come era tornata allo spiazzo. Recupero la SD della videocamera che registrava in locale e la monto su una delle macchina fotografiche. Già solo sul suo display il filmato è di gran lunga migliore rispetto a quello che arrivava via radio in postazione. Anche lì, però, quello che non è stato inquadrato non si può vedere. Si intuisce solo che la macchinina stava correndo dietro a qualcosa di vicino e sfuggevole, un movimento qui, una sagoma là. Poi il mondo si ferma e il faretto si accende, a mezzo servizio. L’inseguimento aveva catturato l’attenzione di tutta la compagnia, e nessuno parlava più. Sul display balena un riflesso metallico, e la buggy si rimette in moto nella sua direzione. D’un tratto la vegetazione si apre e poco più avanti compare una porta rotonda, verde, con un pomo di ottone al centro..
- E questa allora cos’è? La stalla del Morellino? - domando seccamente. Accelero la riproduzione alla massima velocità e dopo un po’ il filmato si spegne. La macchina era entrata in stand-by. Fine delle trasmissioni.
- E allora? - insistetti.
- E allora cerchiamola. - risponde il Giamba.

DOMENICA, E OLTRE

Cercammo, ma non trovammo. Né quella mattina, né nelle successive. E nemmeno quando organizzammo una caccia all’uomo in grande stile, con tutta la compagnia del Borgo. Provammo anche una volta di notte, spacciando la cosa per una uscita dedicata ai rapaci notturni. La Notte della Civetta, se ricordo giusto. Suonava bene, ed era comunque meglio non spargere troppo la voce.

Ma non ci fu niente da fare.

Qualcuno pensò che fosse stato uno scherzo, organizzato da me o da qualche altro perditempo. Al bar qualcun’altro incominciò anche a guardarmi con un certo timore, neanche fosse stata colpa mia. Sta di fatto che stiamo aspettando tutti con impazienza il prossimo compleanno del nostro amico riccioluto, sperando che faccia tardi anche in quella occasione e magari gli venga voglia di fermarsi a scambiare quattro chiacchiere. Nel frattempo, se passate da me, ricordatemi di farvi vedere la porta. Dal filmato ho ricavato una foto che ho appeso in studio. Ne ho anche regalata una copia agli amici di Borgo, ma loro sono piuttosto restii a mostrarla. Chissà perché.

 
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Natale sopra Gozzano

 

Natale 2010

Gli angeli stanno nella casa accanto alla nostra ovunque noi siamo”

Emily Dickinson

La Vigilia

Osservava gli uomini da sempre, o almeno così gli sembrava di ricordare. Eppure non era mai riuscito a comprenderli per davvero. La città era piena di luci, di profumi e di rumori: tra poco sarebbe stata la festa del Santo Natale. Di questi tempi tutti quanti si sentivano più buoni, e forse lo erano, anche. Faceva parte del miracolo del Natale. Lui stava cercando un uomo in particolare, un uomo tra i tanti di buona volontà che ancora, per fortuna, camminavano lungo le strade del paese. Un uomo  che lo avrebbe aiutato ad adempiere ad uno dei suoi compiti. Quello che, per Natale, si imponeva ogni volta da solo. Perché così doveva essere. Eccolo.

Sbucando nella piazza l’uomo era stato assalito da un’ondata di suoni e profumi. C’era mercato, oggi, ed era mercato di Natale. Che altro, se no? Come tutte le volte, non poté fare a meno di pensare a quanti prima di lui dovevano essere arrivati da quella stessa strada per fermarsi un istante a quello stesso angolo a contemplare la confusione. Lì si teneva commercio dall’anno del signore 919, con licenza rilasciata da Sua Maestà Imperiale Berengario Primo, Re d’Italia ed Imperatore del Sacro Romano impero. Mille anni: impressionante, a pensarci. Sfortunatamente, però, il clima non incoraggiava affatto le riflessioni profonde.  Faceva un freddo barbino, e la porzione di faccia scoperta tra sciarpa e berretto gli formicolava  sotto la classica puntura del classico milione di spilli. Provò a muovere la mandibola a destra a sinistra, per verificare che non si stesse congelando. In effetti non sembrava in splendida forma., ma per quello c’era rimedio. Seguendo il familiare aroma di alcol, spezie ed agrumi entrò nel cortile della vineria, dirigendosi subito al banchetto del pentolone che lo stava chiamando.
- Vin brulè? - domandò la conduttrice.
- Son qui per questo - dichiarò lui prendendo il bicchiere che gli veniva offerto.
- In giro per gli ultimi regali?
- Ma anche i primi e gli unici.
- Già. Tempi difficili per tutti, questi. Se lo lasci dire da me che ne ho visti di peggiori.
- Ma anche di migliori scommetto. Ci vorrebbe qualche idea. Per i regali, dico.
- Le idee vengono, qualche volta basta far prendere un po’ d’aria alla testa. Provi a fare un giro nel mercatino qui fuori, vedrà che qualcosa le viene in mente.
- Proverò.. Quanto le devo?
- Offerta libera, oggi. E si tenga qualcosa per i regali anche da parte mia, è Natale.
- Beh, grazie.. Grazie di tutto, e tanti auguri.
- Anche a lei, e buona fortuna.
Poco più avanti c’era un banchetto che vendeva giocattoli in legno, come quelli di una volta. A lui piacevano, ma dubitava che Anna e Marta avrebbero apprezzato un anticaglia come quella. Generazione Playstation, la loro.. Perbacco, come costavano, poi. Nell’ultimo anno lui aveva fatto più cassa che lavoro,  come tanti altri nella zona da quando l’industria locale era andata a.. era entrata in crisi, ecco.  Tessili, metalmeccanici, rubinettai: fra recessione e cineserie non si era salvato nessuno. Era già una fortuna che lui un lavoro ce l’aveva ancora, più o meno. Fino a  quando, e chi lo sa? Ma per ora qualche soldo entrava lo stesso, anche grazie a Lucia che era sì stata messa a parttime, ma almeno lavorava ancora. E poi, lì intorno, qualcosa veniva sempre fuori. E’ il bello di stare in paese: le spese sono quelle che sono, ci si conosce tutti, ci si dà un mano. E ci sono tanti mestieri dove un paio di braccia in più fanno proprio comodo, di tanto  in tanto. Anche solo in negozio, o a tenere i bambini di chi va in fabbrica, se la fabbrica c’è ancora... Ma basta con i pensieri cupi, adesso. Era la vigilia di Natale, no? Senza una ragione particolare alzò la testa, a guardare il cielo sopra Gozzano. Appena visibile, nell’oscurità che stava calando, qualcosa attraversò la piazza in volo. Un uccello, sicuramente. Ma dove era andato? Cercando di seguirne la traiettoria immaginaria andò quasi a sbattere contro un tipo che stava facendosi i fatti suoi accanto ad una bancarella di dolciumi.
- E’ un gufo - disse quello, senz’altro preambolo.
-Eh?
- Quello che ha visto volare qua sopra. E’ un gufo. L’avevo notato anch’io poco fa.
- Ma và? Ci sono i gufi anche in paese? Pensavo stessero nei boschi.
- Anche. Ma d’inverno tendono a radunarsi in un unico posto in gruppi di dieci, venti, anche cinquanta individui. Per passare la giornata, dormicchiare un po’, scambiare magari due chiacchiere.. Chissà che fanno lì tutto quel tempo. Tecnicamente si chiama “roost”, e se decidono che il luogo migliore per farlo è in pieno centro, in un giardino, un parchetto, allora eccoli qua.
- Sorprendente. Non ho mai visto un gufo.
- Ah, è un gran bell’animale. E’ grande più o meno così - mimò con le mani uno spazio di circa quaranta centimetri, si tende sempre ad esagerare un poco su queste cose - E con le ali aperte arriva quasi ad un metro. Beh, un po’ meno a dire il vero. Ha un piumaggio marroncino tutto chiazzato chiaro e scuro che si mimetizza benissimo tra rami e foglie. Non è facile da vedere.
- Credo di averlo sentito qualche volta: fa un verso tipo uh uh uh, piuttosto lugubre, se non sbaglio. E’ per quello che si dice che porti male, no?
- Porta male ai topi e alle talpe. E alle bisce, anche, e a quelli a cui piace vivere con quelle bestiacce tra i piedi. Comunque il verso è quello, suppergiù. Si dice che bubola.
- Bubola?
- Giuro. Un nome più buffo che lugubre, no? Come si chiamava il gufo della “Spada nella Roccia” il cartone animato? Ma venga con me, intanto, che andiamo a vedere il roost al municipio qui dietro. E ci scaldiamo, anche - lo invitò quello avviandosi al contempo. - O ha da fare?
-  Il film della Disney? - domandò l’altro, mettendosi in moto a sua volta. - L’ho visto ma non mi ricordo.
- Beh, quello era buffo, no? Saggio, un po’ noioso ma fondamentalmente amichevole Speriamo che si faccia strada questo modo di vederli, perché..
- Anacleto!
- Eh?
- Il gufo del cartone. Mi è venuto in mente adesso: si chiamava Anacleto.
- Anacleto, giusto. Dicevo, speriamo che la gente si renda conto che sono animali simpatici e utili, visto che dobbiamo convivere ..
- Ci sono problemi?
- Quelli che ci si può immaginare. Sporcano, disturbano, non sono in tono con l’arredo del condominio.. Tutte balle, se si pensa che di giorno non si muovono neppure e oltretutto il guano è anche un buon fertilizzante. C’è chi lo paga.. Peccato che la gente non si fermi a guardarli, magari riuscirebbero a comprendere il capolavoro che sono. Ecco, siamo quasi arrivati. A quest’ora se ne saranno andati, ma magari riusciamo a vedere qualche pigrone che ha preferito rimanere ancora un po’ qui a sonnecchiare. 
Passato il portone di accesso a Palazzo Ferrari Ardicini, ora sede municipale, i due attraversarono rapidamente il porticato interno per uscire, infine, nel giardino. Che era un gran bel giardino. Percorsero in silenzio il vialetto centrale, circondati dalle grandi sagome dei Cedri, delle Magnolie e delle Camelie,  che nella notte ormai calata sembravano irragionevolmente minacciose e quasi inquietanti. Più in alto di tutti torreggiava il colossale Ginko Biloba, un gigante i cui rami sembravano perdersi addirittura nella volta stellata.   A mezza via la guida uscì dal percorso per avvicinarsi ad una forma più densa delle altre.
- Ora non vedremo molto, purtroppo, ma di giorno è pieno come un albero di Natale, uno spettacolo…
- Beh, veramente a me sembra che ce ne siano ancora parecchi, però..
La guida si fece un po’ più sotto per osservare meglio tra i rami - Caspita, è vero! - esclamò - Sono ancora tutti qui.
Difatti, nel riflesso della luce che illuminava il palazzo si scorgevano almeno una trentina di sagome delle dimensioni e forma descritte, con in più due grandi occhi gialli che fissavano attenti e due piume dritte in testa che sembravano due orecchie, anche se non lo erano. Erano solo piume.
- Sono bellissimi.
- Sì, era quello che stavo cercando di dire. E dovrebbe vedere i piccoli, sono dei batuffoli di piume con due enormi occhi arancioni che sembrano finti. Come quelli dei peluche di una volta. Incredibili. Crescendo perdono un po’ di sofficità, poi..
- Ma stanno guardando noi?
- Beh, penso proprio di sì.. Dopotutto siamo le uniche anime vive qui, oltre a loro. No? Provi a spostarsi un po’ sulla destra, i gufi non possono muovere gli occhi, quindi devono ruotare tutta la testa. Si nota.
L’altro si spostò di qualche passo a lato, come gli era stato suggerito.
- Curioso, sembra che tutti quanti stiano seguendo me.
- Già. Per quanto decisamente improbabile. E’ solo che..
A metà della frase, nel silenzio più assoluto, un gufo si lanciò nell’aria, e scivolò via. Poi un altro. E un altro, e poi tutti quanti. Nel volgere di pochi secondi l’albero si era svuotato, lo spettacolo era finito.
- Beh, comunque siamo stati fortunati a vederli..
- In effetti è stato emozionante. Non pensavo proprio...
- Molte cose, in giro, non colpiscono subito l’occhio. Ma per chi le vuole cercare..  Lei era al mercato per i regali?
- Beh, sì..
- Venga con me, che le faccio spendere un po’ di soldi 
- Guardi che io non ne che ne ho da buttar via.
- Non si preoccupi, è un investimento. E non sono io che vendo..
E così, chiacchierando del più e del meno i due arrivarono nuovamente alla piazza, fermandosi questa volta davanti ad un banchetto un po’ più piccolo e meno in evidenza degli altri. Dietro, seduto su di uno sgabello, ci stava un tale tutto intento ad assemblare qualcosa.
- Ciao giovane. - lo salutò l’altro, familiarmente. Hai qualcosa di pronto?
- Un paio di nidi e qualche mangiatoia. -
- Facci vedere le mangiatoie, per favore.
L’interpellato prelevò un paio di oggetti dall’esposizione, integrando quindi con un altro affare preso da sotto al banco.
- Eccole  qui, direi che mi sono venute proprio bene.
Erano delle piccole piattaforme a tetto, tutte realizzate in legno e corteccia. Il piano inferiore era protetto da una piccola balaustra, si fa per dire. Al di sotto sporgevano dei sostegni che dovevano servire per incastrarci qualcosa.  Una aveva anche degli anelli di ottone piazzati ai vertici della tettoia.
- Molto belle. - ammise il cliente involontario - Ma cosa sono?
- Mangiatoie, no? - spiegò l’artigiano, vagamente risentito.
- Per gli uccelli - si affrettò ad aggiungere l’altro - ci si mettono semi, bacche, granaglie, cose di questo genere. Gli uccelli che ci sono nei dintorni finiscono per trovarle e si abituano frequentarle. I pasti gratis piacciono a tutti. Di solito le si piazza in posizioni ben visibili, così ci si può mettere in poltrona ad ammirare lo spettacolo. E’ come un acquario, solo che i pesci hanno penne e piume.
- Ed è un tantino più grande. Costano molto?.
- No che non costano molto - intervenne l’artigiano - Con quelle che faccio io, poi, nel prezzo è compreso anche un libretto con tutte le istruzioni del caso e un sacchettino di semi e granaglie.. Giusto per incominciare..

Dall’alto della torre campanaria che era ormai diventata la sua torre campanaria, il suo sguardo seguì l’uomo che stava rincasando.  Portava con sé le cose  che aveva acquistato sul mercato e che avrebbe condiviso con i cari all’indomani, nella giornata del Santo Natale. I regali.
Fin da lassù lo si sentiva canticchiare, we wish you a merry Christmas, we wish you a merry Christmas.. Sarebbe stato un Buon Natale, dopotutto.

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Natale

Si erano svegliati tutti presto, quella mattina. Per una volta le bambine non lo avevano nemmeno filato, neppure  un tantino. Erano invece schizzate fuori dalla cameretta come dei razzi, per poi saettare davanti alla porta della cucina ignorando senza rimorso colazione e mamma e sbarcare in soggiorno, infine,  come un’autentica invasione di Marines.  Avevano quindi attaccato i regali in attesa sotto l’albero, facendone strage in un secondo o poco più. Papà osservava il tutto dalla soglia, vagamente preoccupato. Anche un po’ più che “vagamente”,  a dire il vero. Perché si fa presto a dire che quel che conta è il pensiero. C’erano due pigiamini, uno rosa e uno giallo. Pastello. C’erano due coordinati di cuffia, guanti e sciarpa in pile che facevano caldo solo a guardarli. C’era qualche pacco arrivato da parenti e amici: maglioni, libri, tutte cose utili che difficilmente, però,  avrebbero catturato la fantasia di due ragazzine di dieci anni che adoravano le Winx e Babbo Natale. Abbinamento fatto ad arte, pensava lui. Quest’anno si era potuto fare solo l’essenziale, e meno male che l’essenziale era già qualcosa.. Di oggetti strani c’era uno solo,  chissà perché si era lasciato convincere, poi. Stavano scartando proprio quello..
- E questo cos’è, papà?
Ma guarda, si erano accorte che c’era ancora anche lui, in casa. - E’ una mangiatoia, bambine.. - e attaccò con lo spiegone che gli era stato propinato la sera prima alla bancarella. Mente stava parlando Marta prese a sfogliare il libricino a corredo, fermandosi di colpo dopo poche pagine per irrompere nel discorso come una bomba..
- Guarda papà, Guarda! Guarda che bella questa qui!
L’uomo spostò la sua attenzione sull’opuscolo che Marta gli stava mostrando. C’era un uccellino della forma approssimativamente di un passero, con il corpo giallo, la testolina nera, due belle guanciotte bianche e uno spesso collare nero. Dal collare partiva una striscia dello stesso colore, una specie di grembiule che scendeva giù, giù,  praticamente fino alle zampe..
- Cincia.. cincia.. sposta il libretto che non riesco a vedere cara. Cinciallegra. Ah, ma sono fatte così? Non lo sapevo. Bella, sembra un canarino. Con più colore, però
- Il libro dice che vengono anche loro alla mangiatoia.
- Ma va? Eh, sarà difficile qui in paese, però. Su di un balcone, poi...
- Proviamo? - incalzò Anna
- Beh, l’abbiamo presa per quello.. Proviamo.
Decisamente soddisfatto della piega che gli eventi stavano prendendo  si accomodò sul pavimento e, mentre le bimbe leggevano il manualetto a gran voce,  incominciò la lotta senza quartiere contro le istruzioni per il montaggio. Fortunatamente c’era davvero poco da sbagliare, anche per un imbranato come lui, e nel giro di pochi minuti la costruzione fu terminata. Era anche bella a vedere: il pianale in legno, il minuscolo parapetto, il tetto a spiovente in corteccia. Bella. Fosse stato un lillipuziano gli sarebbe piaciuto avere un gazebo del genere nel suo giardino. E, fosse stato una cinciallegra, non avrebbe certo mancato di farci un pic nic o due, di tanto in tanto.
- E questo? - irruppe Marta nuovamente, con il suo libricino in mano
- Codibugnolo. Bello, davvero - Era un piumino da cipria bianco e rosa e nero, con una coda lunga un chilometro e gli occhi piccoli piccoli e neri neri che sembravano due carboncini. Ma dove le aveva prese tutte quelle bestie rare, quello del libro? In giro mica se ne vedevano. Qualche passerotto, al massimo. Qualche piccione, qualche rondine in estate. Ah, un pettirosso, una volta. L’aveva scorto per un istante, più che altro intuito. Un inverno,  mentre scendeva al Lido. Ma Cinciallegre e Comignoli o come diavolo si chiamavano, mai. Sollevando gli occhi dal libro notò che tutta la famiglia lo stava osservando.
- Codibugnoli, papà. Non comignoli! - lo rimproverò Anna. Oops, doveva aver pensato a voce alta.
- E sono sicuro che ci sono anche qui. - Aggiunse Marta mettendo su un broncio che si vedeva lontano un chilometro che era tarocco..
- Certo, certo. Basta che poi non vi lamentiate con me se arrivano solo passerotti. Che hanno anche quelli il loro bel perché, comunque. - Le bambine gli mostrarono la lingua.  
Si imbacuccarono in fretta e furia, e finalmente furono fuori, sul balcone, a piazzare la nuova meraviglia. La sistemarono in vista della finestra ed in una posizione che, si sperava, poteva sembrare  interessante agli uccelli di passaggio o a quelli dei giardini dei vicini.
“Ai passerotti” pensò papà, ma questa volta si guardò bene dal lasciarselo sfuggire.  Fatta la posa, si passò al primo rifornimento, come indicato nella guida all’uso e manutenzione. Un poco di acqua (perché intorno tutto è gelato), semi e granaglie quanto basta (forniti a corredo), frutta fresca a piacere (che fa sempre bene). Delle palline di margarina (ma pensa te) qualche pezzettino di carne (per cince, storni, pettirossi, merli e tordi, ma ripensa te). Un po’ di briciole e un pezzetto di panettone di qualche giorno prima. Desidera altro, signore?
Finito di imbandire per gli ospiti arrivò il momento di pensare anche ai padroni di casa.
Il pranzo di Natale era sempre una magia. Si cominciava con  l’inventario della cucina, tirando fuori tutti gli attrezzi e le stoviglie per le feste, le pentole grandi, le porcellane, i cristalli, la tovaglia buona. E la macchina per stendere la pasta, la carta oleata, il mattarello, una marea di ciotole, vasetti e aggeggi senza nome. Cioè, un nome ce l’avranno pure avuto, probabilmente, ma anche “la cosa per fare qualcosa” andava benone.  Poi c’era da apparecchiare il tavolo in soggiorno, si mangia lì a Natale. Anche perché il tavolo della cucina  serve per gli Ingredienti e le Preparazioni, quelle con l’iniziale maiuscola. C’era da mettere in posa gli antipasti, versare la farina (a vulcano, con il laghetto in mezzo; chissà perché è sempre più quella che finisce addosso o in terra che quella che resta sul tavolo).  C’era da fare la pasta, tirarla, preparare il ripieno (meglio non chiedere cosa ci fosse dentro; e comunque è un segreto), agnolottare gli agnolotti. Marta si fermò di colpo.
- Che c’è ? - domandò mamma, un tantino spaventata.
- Mi è sembrato di vedere volare qualcosa, sul balcone. - Tutti andarono a guardare, ma non c’era niente.
- Ci vuole tempo - la consolò mamma, anche lei un tantino delusa - E pazienza. Per prima cosa noteranno che c’è qualcosa di  nuovo nel vicinato. Quindi  verranno a vedere di che si tratta, non si sa mai. Trovato il cibo, prenderanno qualcosa al volo per poi scappare via a consumarlo in qualche posto un po’ più riparato. Ma senza perdere di vista quello che hanno lasciato qui, se ci riescono. Infine, quando si sentiranno veramente sicuri, ma sicuri sicuri, si fermeranno a pranzo  proprio qui sulla mangiatoia. E magari anche a prendere il caffè, dopo. - concluse sorridendo. “E tutta questa scienza da dove viene?” le domandò papà, muovendo solo le labbra, mentre le bimbe stavano ancora guardando fuori. “Ho sfogliato il libretto prima di fare il pacco”, rispose mamma allo stesso modo. - Allora, chi mi aiuta a fare la crema? - aggiunse poi ad alta voce .
- Io, io! - Si offrirono tutti quanti al volo. E sottolineo: tutti.
Non ci volle molto a riprendere il ritmo delle preparazioni con lo stresso entusiasmo prima. E’ uno dei miracoli della festa, o forse della famiglia. O di tutte e due. Fatta la crema si scatenò la necessaria battaglia per stabilire i diritti di precedenza per leccare posate e vasellame, ma la questione fu regolata abbastanza in fretta e si poté proseguire. All’ora dovuta, finalmente, il Pranzo di Natale fu pronto. Ce ne erano stati altri prima, e come no. A volte più esotici, spesso più lussuosi. Ma questo prometteva di essere speciale, forse perché era stato preparato tutti insieme. Anzi, sicuramente per quello. “Come si faceva quando ero piccolo io” pensò papà, “Come piaceva anche ai nonni. Saranno contenti, lassù, se ci guardano.”
A far sparire un pranzo ci si mette di solito molto meno che a prepararlo, e anche quello di quel Natale non fece eccezione alla regola. Con godimento e soddisfazione dei partecipanti, come si può intuire, tant’è che le bimbe si offrirono perfino di lavare i piatti.
- Basta che diate una mano a sparecchiare, al resto pensiamo io e papà. - aveva proposto mamma. - Però tengo buona l’offerta per un'altra occasione.. -
Marta aveva rimesso su il broncio tarocco, ma poi aveva incominciato a tirar su un po’ di cianfrusaglie sparse in tavola per avviarsi infine,  carica come un asinello,  verso la cucina. Sulla strada quasi investì Anna che, immobile, con i piatti ancora in mano, stava fissando la finestra.
- Ma che…
- Shh - le intimò la sorella. - Sono arrivati.- 
Marta, congelata a sua volta sul posto, allungò il collo cercando di sbirciare al di sopra delle spalle della sorellina. Poi, visto che l’operazione non sembrava riscuotere successo, appoggiò il carico sul pavimento e si avvicinò il più incospicuamente possibile ai vetri. Mamma e papà, intanto, osservavano divertiti le manovre da ninja delle loro figliole. Poi, come era ovvio, la curiosità prese il sopravvento e anche loro si diressero alla finestra. Nella mangiatoia c’era un uccellino. Era grosso come un passerotto, più o meno.  Guanciotte bianche, corpo giallo, sembrava la cinciallegra che avevano visto sul libretto in mattinata, ma senza collare e parannanza neri e con un sacco di blu in più su testolina ed ali. - Sembra una Cinciallegra - azzardò papà.. - Cinciarella! - Corresse mamma indicando l’illustrazione sul solito manualetto che aveva recuperato da chissàddove. - Sono parenti, però -
- E’ ovvio, no? - rimarcò Anna - Guardate ne arriva un'altra! -
Questa volta, però, era una Cinciallegra per davvero. Atterrò a fianco della cugina, accendendo all’istante un’autentica rissa da strada per la conquista dei semi rimasti sul piano della mangiatoia.
- E ce ne sono ancora! - altri uccellini si stavano infatti prudentemente avvicinando. A volte si soffermavano sui rami degli alberi a dirimpetto del balcone, per poi precipitarsi alla mangiatoia come degli aerei da caccia, pigliare al volo un seme, una briciola, un pezzetto del qualcosa che costituiva l’obiettivo di guerra e quindi ritornare, altrettanto rapidamente, sul rametto di partenza. Il tutto senza che l’occhio riuscisse neppure a distinguere il movimento. Libro alla mano, arrivarono i pettirossi e i codirossi, i fringuelli, i lucherini e naturalmente qualche merlo, qualche passero e perfino un..
- Un comignolo! - esclamò papà tutto agitato.
- Un codibugnolo! - lo corressero all'istante le tre ragazze. Non appena ebbero finito di ridere della sua uscita, cioè.
Piano piano lo spettacolo calò di intensità, le visite si fecero meno frequenti ed alla fine la mangiatoia restò vuota, con solo qualche rimasuglio qua e là a ricordare il servizio prestato.
- Che bello! - commentò Marta - Dici che  verranno anche domani? -
- Beh, credo di sì - rispose papà - Magari non così tanti, il pranzo di Natale non si fa mica tutti i giorni, no?
- E' vero! - Confermò Anna, che visto che era irrequieta di natura non potè fare a meno di aggiungere:
- E cosa facciamo adesso? -
Papà intanto stava guardando fuori. Il sole era basso basso, ormai. Ma c'era ancora tempo. - Su il cappotto, ragazze. Usciamo. Avanti, avanti che c'è da fare in fretta.
- Dove andiamo? - Domandarono tutte quante in coro..
- Sorpresa. Muoversi, muoversi.
Il freddo dell'inverno lo investì appena varcata la soglia. Tonificante, dopotutto. Il resto della famiglia lo stava aspettando pochi metri più avanti, azzardando ipotesi a mezza voce sulla loro possibile destinazione. Non avrebbero indovinato mai. Era stato un buon Natale, assolutamente buono. Si voltò per chiudere la porta, stava facendo buio in fretta, si faticava a trovare la serratura. Poco male, tanto i gufi avrebbero aspettato. Non sapeva perchè, ma avrebbero aspettato.
- Andiamo, non facciamoci attendere troppo..

Lui osservava la scena con una certa soddisfazione. L'indomani ci sarebbero stati amici da ringraziare e qualche favore da ricambiare, ma ne era valsa la pena. E non era neanche poi stato un gran lavoro alla fin fine. Era bastato un invito qui, un'assicurazione là, una mezza parola bisbigliata alle orecchie giuste. Non era difficile fare felici le persone di cuore, non lo era mai stato. Alzò gli occhi al cielo. Non si vedevano stelle, anzi, nell'aria c'era odore di neve. Era stato un gran bel Natale, dopotutto. Un po' anche per merito suo. Sorrise, se così si può dire. Poi si lanciò nel vuoto e svanì, nel cielo sopra Gozzano.


 

"Natale sopra Gozzano" by Fabrizio Burlone is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
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Il Campo della Sciura

* PARTE QUINTA
Dovete sapere che a quel tempo in Borgolavezzaro viveva una strega. Una striä, come si diceva sul posto. Ma non una di quelle che hanno fatto un patto col diavolo, che mettono i crocefissi a testa in giù e sputano sulla porta della chiesa. No, non è proprio questo il caso. E non era neanche sempre stata una strega, poi. Anzi, in un tempo neppure poi troppo lontano era stata una moglie e una madre. E soprattutto, era stata una donna, curiosa ed intelligente come poche altre nella sua generazione. Il che non era visto proprio come una virtù, allora. E forse neanche adesso. Coetanee e, soprattutto, coetanei, ne soffrivano la competizione, ben sapendo tra l’altro di non avere mezzo di spuntarla con lei. Le autorità la tenevano d’occhio con sospetto, le autorità fanno sempre così quando qualcosa non rientra nei loro schemi. E’ nella loro natura, che ci volete fare? Ad ogni modo, tutto questo c’entra ben poco con la nostra storia fin qui. Quello che c’entra, piuttosto, è che tra le persone che l’avevano invece presa in simpatia c’era pure il curato di Santa Maria. Ad una mente non particolarmente maliziosa potrebbe anche sembrare strano che un curato mostri un particolare interesse per una giovane ragazza, difficile ed impertinente per giunta. Ma Santa Maria era una chiesa strana... Era molto, ma molto vecchia. Cadeva a pezzi, un giorno o l’altro sarebbe finita in testa ai fedeli riuniti a messa e finalmente qualcuno avrebbe provveduto a tirarla giù del tutto e magari a tirarne su una nuova. Doveva essere già successo in precedenza, comunque, perchè alcune pietre dabbasso nella cripta sembravano più antiche delle altre, e di parecchio. Qualcuna, altra stranezza, era anche decorata con motivi che di chiesa avevano poco e mostrava tracce di segni ed incisioni che nessuno dichiarava od ammetteva di saper leggere. Neanche i preti e gli studiosi che erano venuti apposta a guardarle. O qualcun altro tra i tanti che da sempre facevano avanti ed indietro in continuazione e mica sempre si capiva il perché ed il percome. Insomma: per farla breve se Santa Maria aveva le sue bizzarrie che le avesse pure il suo curato era sembrato a tutti semplicemente normale. Per dirne una, faceva il suo mestiere con fede e devozione evidenti, certo. Era amato da tutti nel circondario, aveva aiutato tanta gente e non aveva mai fatto danno a nessuno, è vero. Era rispettato dal Borgomastro e dalle Autorità Locali tutte, e più per merito che per convenienza si potrebbe dire. Perfino i suoi superiori lo portavano in palmo di mano. Però.. Però, ecco, a sentire i discorsi che faceva, a vedere i riti che praticava o le scienze che applicava, qualcosa non quadrava. Sembrava che pescasse da più di un mare, quello della Chiesa di Roma senz’altro il più vasto, ma non il solo. Impossibile a dirsi come facesse, ma un pizzico qui, una bella manciata là, un po’ di questo e un po’ di quello e quello che veniva fuori era un coro armonico, un pieno d’orchestra talmente lampante da non poter essere inteso altrimenti. Ed anche i più dubbiosi alla fine restavano persuasi di aver ascoltato il Verbo così come era stato scritto, anche se proprio non avrebbero saputo dire dove. Per la cronaca, qualcuno ricordava che anche il curato precedente era stato strano della stessa stranezza, i più anziani sostenevano che lo fosse stato anche quello prima, e che i loro nonni, quando loro erano bambini, raccontavano di una tradizione che andava ancora più indietro, di generazioni..

Sia quel che sia, alla fine il curato aveva comperato Caterina dalla sua famiglia in cambio di un paio di indulgenze, una medicina contro la tosse (che a dir la verità aveva anche funzionato) e due oche grasse. I mormorii si erano sollevati all’istante, ma si erano placati altrettanto in fretta, quando cioè era diventato evidente a tutti che la bambina, perchè di bambina si trattava, veniva trattata come una figlia e non come una serva o peggio. E si sa, di diventare la figlia del curato era una fortuna che capitava a pochi.
Lì, aveva imparato a leggere e scrivere, il che era già molto. Aveva imparato anche a far di conto e pure quel che serviva per le faccende di uso corrente di quello che si chiamava geometria. Curioso come problemi e figure all'apparenza prive di connessione alla fine risultassero utili per calcolare, ad esempio, quanto vino ci potesse entrare in una botte o quanto tempo ci volesse per arare un campo. Con il tempo il curato aveva poi preparato dei veri percorsi “di istruzione”, così li chiamava, che iniziavano quasi sempre dai polverosi manoscritti stipati un po' dovunque nelle cassapanche di Santa Maria, per finire con le lezioni personali sue di lui, sul campo all'occorrenza. Ma anche all'incontrario, talvolta. Piano piano la curiosità della bambina si trasformò nell’impegno della donna che, come ci si sarebbe anche potuto aspettare, sbocciò in autentico talento per le scienze della natura. Caterina prendeva una manciata dalla medicina e dall’alchimia degli arabi, aggiungeva una pizzico dalla tradizione del Borgo, mescolava con un tantino di qualcosa che si era inventato lei, e quello che usciva fuori poteva sanare un malato, scatenare una rissa tra gli studiosi in visita, suggerire un nuovo concetto o distruggere un’opinione in chiunque fosse stato tanto incauto da aver prestato orecchio. All’età giusta Caterina si era fatta avanti con il giovane che aveva deciso di sposare fin da quando era bambina, e ovviamente per lui non c’era stato scampo alcuno (né desiderio di trovarlo, a dire il vero). Pochi mesi dopo era arrivata a Borgolavezzaro una piccola compagnia di mastri muratori che aveva tirato su dal giorno alla notte una graziosa casetta in un posto preciso a breve distanza da Santa Maria, per poi sparire senza neppure salutare. Era seguita una cerimonia, che includeva anche uno sposalizio, al cui termine Caterina e suo marito avevano preso possesso dell’immobile e vi si erano trasferiti con la ferma intenzione di mettere su famiglia. E ci erano riusciti. Gli anni seguenti avevano visto la coppia proseguire felicemente, per quanto è dato ai mortali di essere felici, il proprio cammino, allietato anche dalla nascita di quattro figli, due maschi e due femmine che in breve erano diventate il loro centro dell’universo. Al punto tale che perfino l’addio del curato alla chiesa e al paese tutto era passato alla storia come un fatto di banale normalità. Una domenica, al termine di una messa più intensa del solito, aveva annunciato la sua partenza. Il Vescovo di Novara avrebbe inviato un sostituto, aveva detto, ma non subito, e nemmeno presto probabilmente. La mattina dopo aveva chiuso Santa Maria e se ne era andato. Tutto qui. Come per magia i visitatori e studiosi avevano smesso di arrivare, ai fedeli si era provveduto con una soluzione itinerante (ma si stava pensando di costruire una chiesa nuova, meno eccentrica, magari) mentre per le questioni di vita quotidiana c’era Caterina che poteva fare da ottima supplente. Quando non era presa dai bambini, naturalmente.


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E intanto il tempo passava. Poi, quando nessuno lo aspettava più, il destino si fece vivo. Arrivò seduto su di un carretto, che si arrestò proprio davanti al cortile di casa. Il carrettiere fece per scendere, ma invece crollò a terra, come un sacco di castagne. Furono le bimbe a vederlo per prime e a correre al suo soccorso, per quel che potevano soccorrere delle bimbe di pochi anni. La più piccola filò a chiamare Caterina, che arrivò in un lampo con in cuore un cattivo presagio. Si chinò sull’uomo; puzzava di malattia, di morte. In fretta e furia fece mettere in piedi un riparo sotto cui alloggiarlo, rifiutandosi categoricamente di ospitarlo in casa. Il carretto fu bruciato sul posto con il suo contenuto di merci e provviste, cosa fossero non importava. Per un attimo si pensò di bruciare anche il cavallo, ma per sua fortuna alla cosa non venne poi dato seguito. Lo straniero non passò la notte, e all'alba seguì la sorte del suo trasporto nelle fiamme. Da quello che portava con sé e dalle poche parole comprensibili che aveva biascicato nel delirio si era riusciti a capire che faceva parte di una specie di carovana commerciale proveniente da Costantinopoli e diretta da Qualche Parte in Francia. E che mentre il grosso della spedizione aveva proseguito passando più a nord, lui e altri che si erano ammalati durante il viaggio avevano piegato un tantino a sud per trovare una leggendaria curatrice di cui si parlava fin dall’oriente. Caterina inviò il marito a Borgolavezzaro con l’imperativo di non avvicinarsi a nessuno e di ordinare, a distanza, che venissero inviati dei soldati o dei volontari a cercare e trovare il resto dei malati, vivi o morti che fossero. Si sarebbe dovuto bruciare i morti sul posto, e così tutti i loro averi, mentre i vivi dovevano essere caricati su di un carro e portati lì da lei, il tutto senza toccarli neanche con un bastone. Come fare non era problema suo, ma così andava fatto.
“Dì loro che ne va della loro vita, ma non temere, lo capiranno da soli non appena li vedranno.” Poi si diresse finalmente verso i suoi libri, cosa che avrebbe voluto fare da subito, per scoprire la natura della malattia e la cura che potesse debellarla. Ricordava vagamente di aver letto da qualche parte che ai tempi di Giustiniano, circa 740 anni dopo la nascita di Cristo, una piaga dai sintomi non dissimili aveva colpito Bisanzio e l’Impero d’Oriente, sterminando più o meno la metà della popolazione in pochi anni. Si era poi propagata in Occidente attraverso Genova e Marsiglia e poi verso i territori Iberici dei Visigoti, causando altrettanti danni ed altrettanti lutti. Non si sapeva come si propagasse, c’era chi diceva attraverso lo sporco, chi attraverso l’unzione e la magia, altri ancora sostenevano fosse una corruzione del sangue causata dal morso dei topi o delle pulci. Di fatto era inarrestabile, e, quel che peggio, non c’era cura. Però poteva essere contenuta, e comunque, fin che c’era vita c’era speranza.

I soldati tornarono con due superstiti, e controllato che tutto fosse stato fatto come ordinato, Caterina consegnò ai poveretti la lista delle contromisure da prendere in paese e sul territorio tutto e li rispedì indietro con il diavolo alle calcagna. Preparò i medicamenti che poteva preparare, per calmare la febbre, placare i dolori, pulire le piaghe. Preparò tutto quello a cui poteva pensare, e poi altro ancora. Quindi aspettò, perché altro non si poteva fare. Ma quando accade il prevedibile fu evidente che nessuno poteva essere pronto per quello. I superstiti, tutti, morirono in un paio di giorni. Poco dopo caddero ammalate le bimbe. Quindi i maschietti, e poi lei. Lavorò finchè la febbre e la stanchezza glielo permisero, sperimentando cure, setacciando i testi, facendo tutto quello che poteva per alleviare le sofferenze dei suoi bambini. Supplicò l’Onnipotente e tutti gli Dei che conosceva, pregò, maledì, cercò di barattare la vita dei suoi figli con qualsiasi cosa potesse offrire, tentò riti proibiti e pratiche dimenticate, alla fine cadde sul posto dove si trovava a metà di una frase e l’incoscienza l’accolse.

Si svegliò nel suo letto, madida di sudore ma viva. E sicuramente più in salute di quanto non fosse stata prima di.. prima di quando? Quanto tempo era passato? Provò ad alzarsi, ma la stanza prese a girare tutto intorno. Accanto al letto qualcuno aveva messo del pane vecchio, della frutta secca una grande brocca ben chiusa.. Chiamò, ma non rispose nessuno. Muovendosi con estrema cautela riuscì ad aprire la brocca e prese un po’ di acqua. Santo cielo, probabilmente non beveva da giorni. Si sforzò anche di sbocconcellare un po’ di cibo e poi, visto che ancora nessuno rispondeva, si fece forza e si sollevò in piedi. Fu allora che vide la lettera. Era appoggiata sull’unica sedia della stanza, su di un cambio di abiti puliti. Con il terrore nel cuore Caterina arrivo a prenderla ed ad aprirla

“Amore mio, non so quando leggerai questa lettera ma sono certo che finirai per leggerla. Sono passati sette giorni da quando sei caduta in questo sonno terribile, ma posso vedere che stai finalmente migliorando e che quindi sicuramente ti rimetterai, non può essere altrimenti. Per prima cosa volevo assicurarti che ho pensato io ai bambini per tutto il tempo dovuto, e che quando sono venuti gli angeli a prenderli non erano da soli. Hanno chiesto spesso di te nella febbre e qualche volta li ho portati al tuo letto così che potessero vedere che eri lì. Non so se ho fatto bene ma dopo sembravano più sereni. Alla fine ho provveduto a loro come mi avevi detto di fare e ho anche messo quattro croci con i loro nomi nel giardino, sotto al salice. Lo so che non ha senso, ma mi sembrava giusto farlo. Ti devo anche dire che quando ti sveglierai io non ci sarò. La malattia, o quello che è, alla fine sta reclamando anche me, e con molta più fretta di quanto non abbia fatto con gli altri. Io credo che sia perché devo prendere il tuo posto, ho pregato a lungo per questo ed alla fine il Signore deve avere deciso di concedermi questo dono. Anche per questo sono felice, e me ne andrò felice di tutto quello che è stato della mia vita, e anche di più. Spero che il sistema che ho pensato per disporre di quello che resterà di me, che non è più un granché ormai, funzioni a dovere, e che a San Pietro non dispiaccia dopo tutto di dovermi accogliere un tantino bruciacchiato. Ti lascio accanto al letto qualcosa per rimetterti in forze quando ti servirà, mi spiace di non potere fare di più ma per me è ormai quasi arrivato il momento di partire. Ti aspetterò lassù con i bambini, spero, e se quando arriverai invece non mi troverai ad aspettarti, sappi che io ti ho amato con tutte le mie forze e continuerò a farlo ovunque mi trovi.
Tuo per sempre, Giovanni.”

Caterina non pronunciò una parola e non versò una sola lacrima per tutto il tempo. Finì il cibo e bevve l’acqua. Uscì all’aperto, era giorno. Senza degnare di uno sguardo i resti del grande falò che ingombravano l’angolo del cortile arrivò fino all’abbeveratoio, si lavò e indossò il cambio di vestiti. Poi si incamminò verso il cancello che chiudeva il cortile, e passò oltre. Prese il sentiero che conduceva al salice, ma superò anche quello senza nessuna esitazione e sparì alla vista, nel fitto del bosco. La notte stessa la casa e la chiesa di Santa Maria presero fuoco e bruciarono fino alle fondamenta e oltre. Bruciò l’altare e la cripta, bruciarono travi e pietre, antiche o moderne che fossero. Bruciarono libri, mobili ed attrezzature. Bruciò il ferro, bruciò l’ottone, si consumarono persino il focolare, la fucina. I paesani che erano accorsi a prestare aiuto, infrangendo le regole imposte dalla Guaritrice e dalla loro stessa paura del contagio, non poterono nemmeno avvicinarsi al luogo dell’incendio, respinti da un calore che incendiava le vesti e faceva fumare la pelle a cento passi distanza. Alle prime luci dell’alba il fuoco si estinse in un solo istante, come la fiamma di una candela al vento. Della casa e della chiesa non erano rimaste tracce; solo uno spiazzo vuoto, annerito dalle fiamme e già freddo come la notte che se ne era appena andata. I Borgolavezzaresi se ne tornarono in paese in tutta fretta, ben felici di allontanarsi da quel luogo stregato senza avere alcuna ragione per doverci tornare. Con il tempo prati e boschi avrebbero preso nuovamente possesso del posto, completando l'opera del rogo. Certo, Santa Maria sarebbe stata ricostruita, forse lì o forse altrove, perché dopotutto il posto e le ragioni per costruire le chiese non le scelgono gli uomini. Ma della vecchia costruzione non sarebbe rimasto neppure il ricordo.

Nessuno vide più Caterina, o sentì parlare di lei. Con quel nome, quantomeno, perché più o meno nello stesso periodo incominciò a spargersi la voce che nel bosco, intorno a Borgolavezzaro, vivesse una strega..


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PARTE TERZA
Era estate, faceva caldo ed era decisamente una splendida giornata. Agnese aveva portato i bambini giù all'Amalia, a lavare. Non una cosa che amasse fare, invero. C’era sempre il rischio che qualcuno finisse dove non toccava. Ma lì l’acqua non arrivava neanche a coprire il ginocchio e la corrente era dolce come una brezza. In più, il Borgomastro aveva fatto sistemare uno scivolo di sabbia e ghiaia che scendeva fin nel letto della fontana, così che restasse più facile entrare e uscire anche carichi di secchi e mastelli. A questo punto per correre per davvero dei rischi uno doveva proprio metterci del suo e con un sole così tenere lontani i bambini dall’acqua era praticamente impossibile. Ugualmente, però, Agnese non era tranquilla. Non era l’acqua a farle paura, oggi. Era il bosco. Perché nel bosco, si diceva, qualcuno aveva visto una strega. Era stato un attimo, il più delle volte: un’ombra che si muoveva nell’ombra, l’eco di una voce maligna lungo il sentiero. Ma c’era anche chi sosteneva di averla vista per bene, di averle parlato addirittura, e di averne avvertito in un modo o nell’altro la forza e la malia. Tra lupi e briganti, viaggiare era pericoloso di quei tempi e quelli che lo facevano di solito non erano sempre del tutto a posto con la testa. O con la coscienza. In ambo i casi, non proprio gente a cui dar retta alla cieca. Però ne parlavano in così tanti che qualcosa sotto doveva esserci. Ecco perché continuava a scrutare il limite della foresta, che di recente era stata fatta arretrare di parecchi metri dal limite della fontana. Come a dire che qualcosa sotto doveva proprio esserci. Ed ecco perché quando la strega arrivò da un’altra parte, Agnese non la vide.. Sentì solo un profumo, un profumo dolcissimo che portava alla mente il Natale, il primo bacio, le risate con le amiche, tante cose tutte buone. Sentì un gran sonno crescere dentro di lei, gli occhi che si facevano pesanti, la voglia di perdersi dentro a quei ricordi. E così fece, abbandonandosi ai sogni più belli della sua vita, sogni di cui poi le sarebbero rimaste poche memorie ed un vago senso di perdita. La strega passò oltre. “Bambini!” chiamò, “Venite, venite a guardare.. Ho qui una meraviglia che nessun altro ha mai visto prima d’ora. Venite, venite qui..” Ora, bisogna dire che la strega non assomigliava affatto ad una strega, non a una di quelle di cui si racconta in giro quanto meno. Per giunta, nessuno aveva detto ai bambini del possibile pericolo, per non spaventarli. Non si fa sempre così, salvo pentirsene dopo? “Guardate,” continuò “le costruiscono i maestri di Cartagine con il ferro delle miniere dell’Atlante. I colori sono fatti con le sabbie del grande Erg orientale e dentro c’è il frammento di una stella caduta dal cielo.. Guardate.. “ I bambini non sapevano neppure dove fossero Cartagine o le miniere dell’Atlante, e poi si stavano divertendo troppo nell’acqua della fontana perché gliene importasse qualcosa.. Ma nel palmo della mano protesa della signora che li stava chiamando c’era un giocattolo che davvero nessuno aveva mai visto prima, che si muoveva da solo, e luccicava, e sembrava danzare su di una musica che sentiva solo lui. Anzi, a pensarci meglio adesso la sentivano anche loro, lieve lieve, e c’era anche un profumo che sapeva di miele, di Natale, di tante cose buone. Lentamente si avvicinarono e mentre si avvicinavano il giocattolo danzava sempre più in fretta, e luccicava sempre di piu…

“Strega!” gridò l’armigero appena svoltata la piega del sentiero. “Strega!” ripeté sguainando la spada e lanciandosi verso l’incantatrice ancora circondata dai figli di Borgolavezzaro. Dietro di lui comparve un drappello di guardie, che al grido di “Strega!” sfoderarono le armi a loro volta e si unirono alla corsa. Senza scomporsi più di tanto il loro bersaglio balzò fuori dal cerchio dei ragazzini e in un unico, rapido, movimento fu dall’altra parte della fontana. Sembrava quasi avesse volato sull'acqua, senza neppure bagnarsi i sandali. Prese qualcosa dalla borsa che portava alla tracolla e la lanciò nella corrente, una manciata di polvere scintillante. All’istante l’acqua dell'Amalia si trasformò in sangue, o almeno in qualcosa che ne aveva sembianze, odore e consistenza, lasciando i soldati atterriti inchiodati sull’altra sponda. “Siete fortunati uomini d’arme.” disse loro la strega con una voce che faceva tremare le gambe. “La vostra ora non è ancora arrivata. Ma non tentate troppo la fortuna, potrebbe anche stancarsi di voi.” Quindi si voltò e rientrò nel bosco, scomparendo alla vista. A nessuno passò per la mente di seguirla.

- Siete sicuri che fosse Lei? – domandò il borgomastro.
- Donadio dice che sembrava Lei. E anche che era completamente diversa. – rispose il capo delle guardie.
- E allora ?
- E allora è impossibile darlo per certo. Però Donadio la conosceva bene..
- Cosa pensi di fare?
- Possiamo chiedere rinforzi a Novara e setacciare la foresta..
- A che scopo? Non la troverete mai così.
- Non ho detto che l’avremmo trovata. Ma è un tentativo da fare.
- E dopo?
Il capo delle guardie si strinse nelle spalle. - Possiamo bruciare il bosco. –
- Ma è una follia! – Esclamò il borgomastro picchiando il pugno sul tavolo.
- Ed è anche una follia inutile, al momento, visto che non sappiamo neppure in che direzione cominciare.. - replicò il soldato.
L’altro restò a pensare per un po’. - Come stanno i bambini?
- Il medico dice che stanno bene. Per quel che vale.. -
- Nessuna conseguenza ? -
- Più o meno..
- Che vuol dire “più o meno”?
- Non so, è solo che..
- Che cosa? - Incalzò il Borgomastro..
- E’ che non ridono. Non ridono più..
- E che vuoi che sia, saranno ancora spaventati no? Lo saresti anche tu se avessi visto una strega.
- Io sono spaventato, anche se non l’ho vista. Ma non credo che sia tutto lì.
- Vedrai che non è nulla… - ci fu un’altra pausa, povera di convinzione. Poi proseguì - Per ora non facciamo niente, va bene? Niente rinforzi, niente incendi. Aumentiamo la guardia intorno al paese, raddoppiamo le ronde e aspettiamo. Tutto sommato non ha fatto male a nessuno per ora. E magari non lo farà proprio. Oppure riusciremo a pizzicarla. Se le cose dovessero cambiare, vedremo..
- E se fosse lei?
Il borgomastro scosse la testa - Siamo tutti in debito. Tutti quanti. Se la Morte Nera ci ha solo sfiorato mentre altrove ha sterminato popoli e razze intere, lo dobbiamo a lei. A quello che ci ha insegnato.-
Nessuno dei due uomini aggiunse altro. Nessuno sapeva cosa dire.

Un po' più a est, ma neanche tanto, c'era un posto dove il bosco cresceva con più difficoltà. Le querce, e c'erano quasi solo querce, erano più rade, il sottobosco mancava del tutto, perfino l'erba stentava. La terra, a veder bene, era quasi tutta sabbia, sabbia lasciata lì da un fiume di cui non era rimasta altra traccia. Sul sabbione faceva caldo, più caldo che altrove, perchè il sole riusciva a passare e la sabbia poi lo tratteneva. L'acqua era scarsa e quel poco che c'era non era un bel vedere. Insomma, a voler essere buoni, era un posto inospitale. Tuttavia, un viaggiatore che si fosse trovato a passare da quelle parti avrebbe anche potuto notare che uno dei mucchi di sfasciume che infierivano qua e là sul paesaggio non era affatto, in realtà, un mucchio di sfasciume. Non uno naturale, quantomeno. Se avesse poi deciso di avvicinarsi a guardar meglio, avrebbe scoperto che c'era addirittura un focolare al centro del mucchio, e una capanna vera e propria tutto intorno, nascosta tra le vecchie frasche ed i rami morti. Avrebbe altresì trovato una quantità incredibile di altre cose bizzarre dentro e fuori la capanna medesima, a cominciare dai libri e dalle cianfrusaglie sparse in ogni dove per finire con gli strani oggetti luccicanti piazzati in bella vista, e che sembravano addirittura brillare di luce propria. Erano una meraviglia, e solo a guardarli mettevano di buon umore. Se poi, colto dall'incanto di quegli oggetti evidentemente magici, si fosse accostato abbastanza, avrebbe perfino potuto sentire una lieve musica venire da loro, una melodia leggera che ricordava le risate dei bambini. Ma sarebbe probabilmente stata l'ultima cosa che avrebbe sentito, perchè quello era il covo della Strega, e a baloccarsi con i giocattoli di una strega c'era sempre un conto da pagare..


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PARTE QUARTA
Dovete sapere, dicevo, che a quel tempo in Borgolavezzaro viveva una strega. Una striä, come dicevano quelli del posto. Non proprio in paese, a dire il vero, ma appena fuori. Nel bosco. Il suo rifugio era stata trovato per caso, cercando invece un allevatore che non aveva mai fatto ritorno dalla fiera di Lomello. Si era rinvenuto il suo carretto abbandonato sul bordo della strada, con ancora i proventi delle vendite ed un po’ di carabattole comperate in città. Da lì i suoi amici avevano poi seguito un minuscolo sentiero, appena appena visibile, che si dirigeva verso i sabbioni all’interno. Si erano poco dopo imbattuti in un tugurio seminascosto dalla boscaglia, e intuito chi ne fosse il padrone se l’erano data a gambe. E di gran carriera, perché l’amicizia è una bella cosa, ma la pelle di più. Nessuno era più riuscito a trovare carretto, sentiero e capanno, benché le guardie del Borgo avessero poi passato a setaccio l’intera zona, e più di una volta per giunta. Non ci voleva di certo un dottore per capire che qualche sortilegio doveva essere stato messo a guardia del luogo, ora. Altra gente, negli anni, era finita per caso sul sabbione, e molti erano anche tornati a casa a raccontarlo. Ma nessuno era più riuscito a ritrovarlo di proposito. Si tentò anche di dar fuoco a tutta quell’area del bosco, come i soldati avevano a suo tempo suggerito. Al termine dell’incendio si era poi scoperto che una vasta zona della foresta era rimasta intatta, senza neanche un segno o una bruciatura. Neppure una piccola piccola. Si provò allora a ripartire da lì, per scoprire che, semplicemente, le fiamme non prendevano. Cioè bruciavano le torce, e anche il legname fin lì portato. Bruciava l’olio, e bruciavano pure gli incendiari, in caso. Era capitato. Ma la foresta no, non c’era verso. Finito il combustibile d’importazione le pire si estinguevano, e questo era quanto. Allora tutti gli uomini disponibili si allinearono su di un lato del di quel bosco ininfiammabile e lo attraversarono completamente, da una parte all’altra. Ma non trovarono nulla, e, finalmente, abbandonarono l’impresa. Tutti quanti, semplicemente, impararono ad evitare accuratamente quel tratto di foresta, che da qualche parte all’interno ospitava il sabbione che era ormai diventato “Il campo della Strega”. Per contro, purtroppo, la strega non sembrava altrettanto restia ad addentrarsi in Borgolavezzaro. Altri bambini l’avevano incontrata, avevano subito il suo strano incanto e dal qual momento si erano ritrovati incapaci di sorridere, o di divertirsi, o di fare e pensare tutte le belle cose che fanno o pensano i bambini. Avevano persino smesso di crescere: erano rimasti là, congelati nel sortilegio, tristi e desolati oltre ogni possibilità di salvezza.
E triste e desolato stava diventando anche il paese, per le cui strade non circolava più anima viva che non ne avesse estrema necessità. Le osterie erano perennemente vuote, e anche la chiesa per dirla tutta. Ci si muoveva armati, con circospezione, nel timore di girare l’angolo sbagliato al momento sbagliato. E fu proprio questa atmosfera di diffidenza e timore che accolse, un mattino come un altro, un viaggiatore che veniva da lontano. Portava degli abiti da che sembravano messi insieme comprando qua e là lungo la via, e portava un bagaglio estremamente ridotto. Si diresse verso la locanda del Mulo Impuntato con la sicurezza di chi ci era già stato prima, e non di rado. Sembrava chiusa. Provò la porta: era aperta, invece. All’interno non c’era praticamente nessuno. L’uomo affrontò con indifferenza l’esame dei pochi astanti. Qualcuno sembrò sul punto di rivolgergli un saluto, come se avesse avuto l’impressione di averlo già visto o conosciuto da qualche altra parte. Ma poi non ne fece nulla. Il viaggiatore attraversò la sala comune e si piazzò al bancone, ordinando quello che serviva per avere una ragione per rimanere lì. Locande ed osterie erano da sempre i luoghi più adatti per raccogliere informazioni, e anche quelli dove restava più gradevole farlo. Questa volta, ad ogni modo non c’era molto da capire: finito il pasto, si alzò e uscì dal locale, quindi dal paese.
Caterina, sola davanti al rifugio, stava giocherellando con gli amuleti mercuriali. Lo faceva in continuazione, erano l’unica cosa che le regalasse un minimo di sollievo. Per un po’, almeno. Metterli insieme aveva richiesto tutta la conoscenza di una vita, e comunque anni ed anni di tentativi ed errori. Nessuno avrebbe più potuto restituirle il sorriso dei suoi figli, ma la trappola di Hayyân chiusa negli amuleti le avrebbe quantomeno dato quello dei figli degli altri. Restava lì a rimirarli per ore, ad ascoltare le risate tintinnanti che provenivano dal centro delle luci. E la musica filosofica, che si diceva fosse stata suonata anche da Pitagora, nella sua scuola di Crotone, una ed una sola volta. Come tutti, anche lei avvertiva la seduzione delle fragranze che l’amuleto ricreava con i desideri degli altri, e nel suo caso non poteva essere altro che il profumo dei suoi figli. E del suo Giovanni.. come avrebbe desiderato potersi appoggiare alla sua spalla e addormentarsi ancora una volta, come amava fare un tempo. Per sempre magari. Improvvisamente un rumore la riscosse dalle sue meste fantasticherie. Qualcuno aveva infranto la sua fattura di confusione.
- Allora è questo che fai, adesso.. - domandò una voce proprio di fronte a lei.
Caterina osservò l’uomo con rabbia. - Ti vedo più giovane, vecchio. Barba e capelli si sono allungati, ma sono tornati più neri di quanto non ricordi di averli mai visti. Hai forse fatto un patto con l’Avversario? -
- Se c’è una persona qui in odore di oscure amicizie non sono certo io, ragazza. E neanche tu, a mio parere. - rispose quello.
- Non sono più una ragazza, vecchio, e il tuo parere te lo puoi tenere per spenderlo in qualche posto dove importi a qualcuno…
- Una volta importava a te..
- Sono successe tante cose da allora - c’era una chiara nota di nostalgia in quest’ultima affermazione. - Cosa sei venuto a fare qui, dopo tutto questo tempo?
- Sono venuto a vedere come stai, mi sembra ovvio.. Perché girano un sacco di voci a proposito di questo bosco, su al nord..
- Ma guarda, un po’. E cosa si dice “su al nord”?
L’uomo sorrise. - Si dice che questo bosco sia infestato da una strega. Ma io non ci credo.. Tu hai mica visto niente, qui intorno? -
Caterina non rispose. Si raddrizzò sulla schiena e sembrò di parecchio più alta di quanto l’uomo ricordasse. Poi lo fissò dritto negli occhi
- Non riuscirai a fermarmi, vecchio - ammonì, e questa volta c’era l’acciaio nella sua voce.
- No, lo so. E non ci proverò neppure: lo faranno loro. - avanzò di un passo, lentamente. Fece forza sul bordone su cui si appoggiava, fino a piantarlo saldamente nel terreno. Poi si voltò, e senza proferire parola si incamminò in direzione del bosco, sparendo alla vista in pochi minuti e lasciandosi alle spalle la più sbalordita delle streghe..

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PARTE QUINTA
Era tutta la mattina che Caterina stava tentando di ignorare il bastone. Con un certo successo, si potrebbe dire. Aveva provato a sradicarlo dal terreno con ogni mezzo, fisico e non, senza risultato. Si era immersa poi nei suoi testi per scoprire quale sortilegio o minaccia potesse comportare quel pezzo di legno piantato nel suolo. Aveva trovato più bastoni magici o stregati di quanto avesse bisogno, ma nessuno di questi sembrava rassomigliare a quello ficcato davanti alla sua capanna o comunque adattarsi alla presente situazione. Aveva quindi deciso di non dargli soddisfazione, e comportarsi esattamente come se non esistesse. Adesso però, notava, c’era qualcosa appoggiato sulla sua sommità. Si avvicinò per dare un’occhiata: era una libellula, una sciurä-sciurötä come si diceva lì. Piccolina, si faceva quasi fatica a vederla. Era una di quelle blu, piuttosto comuni dove c’è un po’ di acqua. Lì però non ne aveva mai viste. Continuava ad alzarsi dal bastone, restava sospesa in aria per qualche secondo e poi tornava a poggiarsi. E poi si rialzava, irrequieta. D’istinto, Caterina offrì il proprio indice puntato in alto verso il cielo. Come faceva da bambina, come facevano tutti i bambini. Le libellule blu non si posavano quasi mai sulle dita, ma quella, come se non stesse aspettando altro, si trasferì senza esitazione. Caterina la avvicinò lentamente al viso, sperando che non se ne andasse. Era bellissima, luccicava come se fosse fatta di vetro o metallo. Teneva le ali chiuse, di un blu ancora più intenso, talmente forte da ricordare gli zaffiri di Taprobane o i veli dei berberi della Targa. Dense e nervate al corpo, terminavano in estremità quasi trasparenti, come se fossero fatte solo di aria e colore. Sembrava impossibile che una struttura così esile e diafana fosse invece tanto potente e robusta da farne un temibile predatore. Temibile per un insetto, si intende. Mentre stava ancora ammirando quel prodigio della natura si accorse che un altra sciurä-sciurötä aveva preso posto sul bastone. Questa era più grande, e aveva i colori delle salamandre. Da piccola Caterina aveva sempre avuto un po’ di paura delle libellule grandi. Le imperatrici. O le regine, come si chiamavano. Mordevano, anzi, mordicchiavano, e uno ritirava la mano più dallo spavento per l’inattesa reazione che non per il dolore. Però c’erano anche bambini che raccontavano storie terribili a proposito, storie che mettevano paura. Magari c’era qualcosa di vero, non si sa mai. Nondimeno, questa volta alzò invece la mano e la invitò a salire. E quella salì, prendendo posto a fianco dell’altra. Un paio di dita a fianco, un po’ di spazio ci voleva perbacco. L’appoggio lasciato vacante sul bastone non restò libero a lungo. Fu una libellula dal ventre rosso come il fuoco, un cardinale, ad occuparne lo spazio. Caterina si guardò intorno, a metà tra la confusione e la meraviglia. Per ogni dove ciascun arbusto, ramo, piolo, sostegno, asta o bacchetta qualsivoglia ospitava una sciurä-sciurötä, qualche volta in competizione per la piazza con una o più sorelle. Ce ne erano letteralmente dappertutto, azzurre come il turchese dei Persiani, oppure verdi come gli smeraldi. Gialle, rosse, con le ali scure o chiare, aperte o chiuse, piccole, grandi, di tutti i tipi. Caterina si trovò involontariamente trasportata alla propria infanzia, quando l’arrivo delle libellule segnava l’inizio del grande caldo dell’estate, e ci si trovava nei campi ed in riva ai fiumi per catturarle, per giocare con loro. Crudelmente, a volte, come solo i bambini sanno fare senza pensarci su. Si vide insieme alle amiche a rincorrerle nei prati o tendere agguati negli orti. Però questa volta c’erano dei bambini che non giocavano. Se ne stavano in disparte, silenziosi, tristi, ad osservare. Caterina si avvicinò e mentre lo faceva sentì un brivido salirle lungo la schiena. Erano i suoi figli quei bambini. Erano lì in prima fila che la guardavano, con aria di disapprovazione. Ma non erano soli, dietro a loro ce ne erano altri, moltissimi. Venti, forse, o trenta. Forse di più. E tutti stavano lì a guardare proprio lei, tristi, desolati. Non giocavano, non parlavano, non ridevano. Sembravano incapaci di faro. E allora capì: erano i bambini a cui lei aveva preso il riso, l’allegria. Si portò le mani alla faccia per non guardare e le libellule volarono via. Arretrò di un passo, poi non ce la fece più e crollò sulle ginocchia. E pianse. Pianse senza potersi fermare, pianse per la prima volta da quando la peste le aveva rubato la vita. Due braccia amiche la strinsero forte.
- Su, su piccola… Vedrai che adesso andrà tutto bene. - In qualche momento del carosello il viaggiatore doveva essere tornato. Lei tentò di asciugarsi il viso nel vestito, poi sollevò il volto per guardarlo negli occhi..
- Dio mio, cosa ho fatto, cosa ho fatto.. - singhiozzò.
- Hai fatto delle brutte cose, piccola, ma a quasi tutte c’è rimedio per fortuna.. -
- Ho fatto del male a così tanta gente. -
- E per quelle a cui non c’è rimedio - continuò l’uomo imperturbato - troveremo un modo di compensare, se Dio vorrà. -
- Compensare? E come? -
- Sei una persona buona, mia cara, e anche quando hai fatto del male lo hai fatto in fondo da persona buona. Il passato non può essere cambiato, ma cercheremo il modo di cambiare il futuro, almeno. E pregheremo perché possa bastare..
Quando i bambini di Borgolavezzaro ricominciarono a ridere, tutti quanti capirono che la strega doveva essere morta, o qualcosa del genere. E tirarono un bel sospiro di sollievo. Immediatamente dopo, poi, in paese ci fu un’autentica invasione di libellule. I bimbi che erano rimasti vittima dell’incanto della strega furono i primi scendere in strada a rincorrerle, acchiapparle e rilasciarle. Sempre curando di non far loro del male, il che era piuttosto strano ma non più di tanto, dopotutto. In breve, comunque, l’atmosfera di festa, conquistò tutti e il paese si ritrovò tutto di un colpo nuovamente vivo e scalciante. Corri di qui, insegui di là, qualcuno si addentrò fin nel bosco, che è vero che ormai non faceva più paura, però non si sa mai... Si decise quindi di dare un’ultima controllata, e, proprio a poca distanza dal paese, i soldati si imbatterono in uno schiaro, una radura, di cui nessuno aveva memoria e che sembrava ospitare tutte le libellule del mondo, ma proprio tutte. In mezzo allo spiazzo c’era una capanna, e solo a guardarla uno si sentiva a proprio agio. Nella capanna viveva una donna, che a qualcuno ricordava la ragazza che aveva un tempo abitato vicino alla chiesa di Santa Maria, ma era completamente differente. E ai pochi che l’avevano vista, ricordava molto anche la strega. Ma era completamente differente. Comunque, solo a guardarla uno si sentiva a proprio agio e quindi si decise che la questione non era poi così importante. Le domandarono se lì intorno avesse visto una strega, ma la domanda sembrò talmente bizzarra già mentre veniva formulata che nessuno si stupì quando lei non rispose. Anche perché, nel frattempo erano arrivati i bambini che ovviamente dovevano aver ignorato gli ordini degli adulti e avevano seguito fin lì le libellule. Così la spedizione militare divenne una festa vera e propria e la cosa finì lì.
Caterina non era felice, probabilmente non lo sarebbe stata mai più. Però sentiva di star facendo qualcosa di buono, e che sapeva di buono, anche. Questo le bastava, tutto sommato, per restare almeno serena. Gli anni erano venuti e se ne erano andati. Come le persone del resto. Tra poco, però, sarebbe tornato in visita il suo vecchio amico, non sapeva come facesse a capirlo, ma non si era mai sbagliata. Era rimasto ormai l’unico a conoscere la sua storia, a chiamarla per nome. Con il suo vero nome. Di solito si fermava per qualche tempo, e quel tempo era quanto di più simile alla felicità fosse più riuscita ad provare, ormai. Anche perché, non aveva mai osato dirglielo, quando c’era lui lì al sabbione lei riusciva a volte a vedere i suoi bambini. E anche il suo Giovanni, seppur più raramente. Li scorgeva con la coda dell’occhio, nei posti dove maggiormente si assembravano le libellule. Impossibile dire quale magia fosse conseguenza dell’altra, e in fondo cosa contava, ormai? Sembravano anche loro sereni, forse la stavano attendendo e questa era l’unica cosa che avesse importanza. Aspettava con impazienza l’arrivo del vecchio, ma da sempre sapeva che ogni cosa doveva accadere nel tempo a lei assegnato, bisognava aver pazienza. E allora si voltò verso il primo paziente della giornata: - Dai, fammi vedere questo taglio...
Dovete sapere, in totale, che a quel tempo in Borgolavezzaro viveva una curatrice. Nessuno sapeva da dove fosse venuta o come fosse capitata proprio lì. E perché. Ma di fatto, era stata una fortuna. In un modo o nell’altro aveva salvato la pelle ad una buona metà del paese e comunque dato una mano anche al resto. Potevi andare da lei se non stavi bene, ma anche se avevi invece qualche altro problema. Se ti serviva un parere, un consiglio, o anche un piccolo prestito per uscire da un brutto inverno o da una brutta situazione. Insegnava a leggere e scrivere a chi desiderasse imparare, e anche a far di conto se uno se la sentiva. Una benedizione insomma, ci fosse stata più gente così il mondo sarebbe stato senz’altro un posto migliore. Tutti la chiamavano la Signora, e di fatti era una Signora per davvero, di quelle che muovono le montagne con un occhiata e conquistano i cuori con un gesto. Viveva da sola, nel bosco, ai margini un sabbione che era stato trovato quasi per caso durante l’invasione delle libellule. Per lei o per le libellule che ci avevano abitato ai tempi, il posto era stato chiamato “il Campo della Signora”; della “Sciura”, come si dice lì…Se passate da Borgolavezzaro non dimenticate di andarlo a visitare. Potreste rimanerne stregati.
PS. Per chi se lo stesse chiedendo, alla fine era stato ritrovato anche il viaggiatore scomparso. Era tornato proprio pochi giorni dopo la fine dell’invasione delle libellule, a piedi e nudo come un verme. Una mano davanti e una didietro. Aveva dichiarato di non ricordare nulla dei mesi trascorsi, di dove fosse stato e che cosa avesse fatto. Poi, mentre parlava, aveva acchiappato una mosca al volo e se l’era ficcata in bocca, mandandola giù con gusto. Nessuno aveva voluto indagare oltre.


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Scritto con l'inestimabile aiuto di Gianbattista Mortarino, poeta e contadino tutto insieme.
Illustrazione di Eugenio Bausola

"Il Campo della Sciura" by Fabrizio Burlone is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.

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La Garzaia Proibita


Questa storia inizia tanti, tanti anni fa, in una contrada di cui oggi si è addirittura persa la memoria ma che se esistesse ancora si troverebbe giusto a cavallo tra il Piemonte e la Lombardia, a breve distanza dalle sponde del grande fiume Po. Signore e padrone di quella contrada, all'epoca, era un Nobile di cuore buono, allegro e gioviale e che teneva in gran conto le terre che il sovrano e la fortuna gli avevano dato da governare. Proprio al centro di esse giaceva un piccolo lago, e, sulle rive del lago, la Grande Garzaia, perla del regno, gioia e diletto del Nobile in questione. Quando gli oneri del comando allentavano la loro morsa di un tantino, o magari proprio quando la facevano invece sentire con maggior vigore, l'uomo saltava in sella e si recava fin sull'argine che dominava la Garzaia, per osservare i grandi uccelli che lì vivevano e nidificavano. C'erano i maestosi Aironi Bianchi, dal brillante becco giallo, e le loro più piccole cugine, le Garzette, graziose ed eleganti nelle loro lunghe, candide piume che fanno da strascico ed anche da acconciatura. C'era il grande Airone Rosso, dal lungo collo di drago. E le Nitticore, dall’occhio di fuoco. C'erano le Sgarze dal Ciuffo, bionde come le dame del Nord che ti fissano severe dagli
arazzi del castello. C'era il Tarabuso, o almeno così si diceva. Se ne sentiva a volte il muggito, che suona come il vento che soffia in un anfora o in una bottiglia. Ma a vederlo lui non lo aveva mai visto. C’era il Mignattaio dal becco ricurvo, nero come la notte ed iridescente come una pietra preziosa. E l’Airone Guardabuoi, di certo il più buffo della famiglia con quella strana espressione di eterno stupore dipinta in faccia. E le Sterne, le Tortore Selvatiche, i Cormorani, il Rigogolo e il Cuculo, la Poiana ed il Picchio, i Gruccioni, le Rondini e chissà che altro nel folto della boscaglia. Era uno spettacolo meraviglioso. Se nel giardino dell’Eden ci fosse stata una garzaia sarebbe stata proprio come quella che il Padreterno aveva messo sulle sue terre, quella almeno era la sua opinione. Con il volgere degli anni la fama della Grande Garzaia crebbe al punto tale che perfino il Duca di Milano volle venire a vederla, e riconosciutone il valore emanò leggi per proteggerla e inviò architetti e studiosi per migliorarne comprensione e godimento. Forse per curiosità, forse per spirito di emulazione, o magari perfino per vero interesse, gli abitanti dei villaggi del circondario presero anche loro a frequentare l’argine che dava sulla Garzaia. Quelli che messo insieme il pranzo con la cena avevano ancora del tempo da perdere, s’intende. Cosa mai comprendessero di quanto da lassù si poteva vedere non ci è dato di saperlo. Infastidito dal crescente afflusso di visitatori il Nobiluomo fece porre delle recinzioni tutto intorno al possedimento, chiudendo così anche la maggior parte delle vie di accesso, ma l’espediente sembrava scoraggiare solo quelli già poco convinti di loro. Allora mise armigeri di guardia all’ingresso e lungo tutto il perimetro ma c’era sempre un sacco di gente che doveva comunque essere lasciata entrare. Gli inviati del duca, per dire... Gli uomini di scienza. Le autorità più o meno locali, ancora. E infiniti altri che un modo o una ragione l’avevano o pensavano di averla, il che era anche peggio. E allora piantò siepi, drizzò barriere, costruì palizzate e addirittura innalzò muri e muraglie a protezione del suo angolo di eden, sbarrando poi i cancelli, bloccando le porte, cacciando fuori il mondo e cacciandosi fuori da esso. Il guaio è che il mondo, da che mondo è mondo, se si mette in testa che una cosa è sua poi non c’è più verso di togliergliela. Gli studiosi respinti, e a calcioni per giunta, fecero sentire la loro voce presso il Duca, ed altrettanto fecero nobili, notabili, banchieri, ufficiali ed autorità preposte, tutte indistintamente rispedite al mittente. Nel circondario i borghesi protestarono presso le corporazioni, i fedeli con i preti ed i preti con i vescovi ed i cardinali. I poveracci non protestarono con nessuno, perchè non avevano nessuno presso cui protestare, però entrare nella Grande Garzaia ed uscire con una prova del misfatto diventò in breve una specie di prova di coraggio per giovani e bravacci dei dintorni. Il vaso traboccò quando ci scappò il morto, perchè in questi casi il morto ci scappa sempre, ed i soldati del Duca, spalleggiati da un buon numero di locali armati di torce e forconi, tentarono di riconquistare la Garzaia per restituirla al Ducato ed alla civiltà. E magari impiccare qualcuno strada facendo, che quando ci scappa un morto un colpevole poi serve, e se non si può più difendere è anche meglio. Proprio quando la battaglia sembrava ormai vinta, il Nobiluomo in persona apparve nel bel mezzo della Garzaia. Sollevò la torcia che portava in mano, mostrandola agli uomini in arme che si fronteggiavano sull’argine. Poi, senza dire una parola, appiccò il fuoco.
Gettate le armi, amici e nemici si precipitarono a spegnere le fiamme, ma non ci fu nulla da fare ed in poche ore la Garzaia ed i suoi abitanti furono perduti per sempre. Al centro di un paesaggio infernale, tra alberi bruciati e tizzoni ardenti, sporchi, stremati, intossicati, gli uomini di entrambe le fazioni si guardarono intorno. Del motivo del contendere non era rimasto che un enorme, soffocante, mucchio di ceneri, con al suo centro, bruciata ed annerita ma ancora miracolosamente in piedi, un’unica grande quercia. Che, proprio mentre stavano ancora guardando, precipitò finalmente al suolo con uno schianto spaventoso che fece tremare il terreno tutto intorno e sollevò una densa e pesante nuvola di polvere e fumo. Quando l’aria tornò a schiarirsi, dove prima c’era l’albero adesso c’era un uomo. Solo che non era un uomo, era il Re del Bosco. Nessuno lo aveva più visto da secoli, da quelle parti. Ma tutti lo avevano riconosciuto subito, anche quelli che portavano una croce al collo o sullo scudo.
– Andatevene! – tuonò la sua voce, e chiunque la udì come fosse diretta proprio a lui. – Avete portato la morte e la distruzione tra i miei figli e per quanto è stato fatto ormai non c’è né rimedio né perdono. Andatevene, ora, ma prima sappiate che pongo sulle vostre spalle questo fardello: per tutti i secoli che verranno il bosco della Garzaia resterà di proprietà dei miei figli, e nessuno dei vostri accamperà su di esso diritto alcuno. Vi impongo di proteggere e conservare questa casa come se fosse la vostra, ma di non mettervi più piede. – Poi si rivolse chiaramente al Nobiluomo, che ormai si era reso conto conto dell’enormità del gesto compiuto. – I miei figli torneranno, ma tu sarai cieco a loro, e anche se sentirai le loro voci non li potrai più vedere. Tranne che nel giorno dell’anno di mezza primavera, quando dovrai radunare su quest’argine almeno dodici uomini dal cuore puro, che potranno ammirare la meraviglia che qui ha dimora e raccontarne agli uomini di buona volontà, così che l’impegno si rinnovi. Solo in quel giorno, e solo per la durata della giornata, anche tu vedrai ciò che hai perso per sempre. Andatevene tutti ora, e rammentate che se questo patto sarà spezzato nulla vi potrà salvare dalla mia furia. – L’aria tremò per un attimo, come investita da un’improvvisa vampa di calore, e al posto dell’uomo tornò ad esserci un moncone di tronco ardente. Che si sbriciolò senza un suono, crollando in braci. Gli uomini se ne andarono e la Grande Garzaia venne chiusa per sempre.

Ma se il vostro cuore è puro, o lo è almeno quello di coloro a cui vi accompagnate, per un giorno all’anno potete sperare di riuscire a visitarla.
Ma dovrete essere saldi nella vostra fede, perché nessuno da quelle parti rischierà di scatenare l’ira del Re del Bosco.

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La Garzaia Proibita
by Fabrizio Burlone
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Illustrazione di Eugenio Bausola