Christoúgenna a Gozzano

Antivigilia, notte.

Mancavano solo due giorni a Natale, due giorni ancora e anche il Natale dell’anno del signore 964 sarebbe stato alle spalle. Il primo a Gozzano. E anche l'ultimo, Dio volendo. Il giorno che aveva deciso di accettare quell’incarico in mezzo ai barbari del nord avrebbe dovuto rompersi una gamba, piuttosto. A mille leghe di distanza da Pavia, dai suoi affari, da tutta la gente che contava qualcosa in quello schifo di mondo che questo schifo di mondo stava diventando. Tre Papi in un anno, c’erano stati. E uno lo era stato due volte. E poi guerre e  rivolte, Re e Regine che andavano e venivano, Ottone Primo che di tanto in tanto scendeva giù con i suoi eserciti a mettere a posto le cose come piaceva a lui, e tutti quanti poi tornavano a fare come prima non appena se ne era andato. Quelli rimasti vivi, quantomeno. Una leggera folata di vento freddo interruppe il corso dei suoi pensieri. E da dove veniva? Istintivamente si voltò verso il camino. Il fuoco si era spento. Doveva essere notte fonda ormai. Si alzò per andare a buttare un ciocco sulle braci, aveva ancora un po' di lavoro da fare.  Un altro soffio di aria gelida lo fece sussultare. Scendeva dal camino. E c'era qualcosa d'altro che stava scendendo, se ne sentiva chiaramente il rumore, adesso.. Fece un passo indietro, mente i brividi di freddo si trasformavano in brividi di paura. Improvvisamente una mano artigliata, deforme, quasi scheletrica si sporse dalla cappa. Poi un altra. Poi con un tonfo sordo e una cascata di cenere e fuliggine,  qualcosa precipitò pesantemente sulle braci spente. Quasi spente, in effetti. Si sentì un grido raccapricciante, poi una sagoma balzò fuori da tutta quella confusione mentre la stanza si riempiva dell’odore di pelo bruciato. Era un diavolo, e di quelli brutti.  Magro come la fame, con un aspetto a metà tra un lupo ed una scimmia (e non è una combinazione facile, credetemi), ricoperto da una fumante pelliccia sudicia, avanzava lentamente su due gambe caprine che terminavano con i classici zoccoli fessi. A dire in vero, più che avanzare caracollava, anche se adesso sembrava dirigersi decisamente verso l’uomo che lo stava osservando terrorizzato. Corrado Langosco, così si chiamava il tipo, tentò di rinculare verso la parete, ma prima che riuscisse a fare un solo passo la porta alle sue spalle si spalancò con un botto e un uomo grande, grosso e barbuto entrò, anzi, irruppe nella stanza.
“Si scansi!” gli gridò.
“ Ma.. che.. “
“Via dalla mia strada” intimò l’omone, sollevando minacciosamente la pesante scopa di ramaglia che brandiva come se fosse una spada. O forse una picca.
Per quanto non direttamente interpellato, il diavolo si sentì in dovere di rispondere con un ringhio. Poi, spiccò un balzo con un’agilità ed una potenza del tutto inaspettate, schivò la ramazzata che era stata tentata ai suoi danni, passò sulla testa corazzata dell’omone, atterrò quasi sulla soglia e, prima che questi riuscisse anche solo a voltarsi nella sua direzione, rimbalzò fuori, nella corte, e svanì nella notte. L’omone accennò un breve inseguimento, più per dovere che per convinzione, poi lanciò un paio di altrettanto doverose imprecazioni nel buio e rientrò.
“Tutto a posto? Non che siano veramente pericolosi, ma non si sa mai…”
“Il diavolo! Era il diavolo quello!” strillò il tipo che veniva da Pavia con un tono un po’ più alto del necessario.
“Beh, non proprio ‘il Diavolo”, ma piuttosto ‘un diavolo”. Un Kallikantzaroi.”
“Un cosa?” ribatté l’altro che stava riprendendo coraggio..
“Un Kallikantzaroi. Tecnicamente non sarebbero nemmeno dei diavoli poi, ma solo delle creature demoniache. E di seconda classe, per giunta, di quelle più fastidiose che dannose. Certo che sono brutti a vedersi, specie se uno non se lo aspetta.. A proposito, com’è che ha il fuoco spento? Non le avevano detto di tenere sempre almeno un ciocco vivo?”
“Non è certo un gran consiglio, con questo freddo..”
“Ma qui non è solo una questione di riscaldamento. Vabbè, quel che è fatto è fatto, adesso cerchiamo di tirare su queste fiamme…”   gli porse la ramazza che stava ancora impugnando “tenga, l’ho trovata qua fuori nella corte e magari le può servire per mettere un po’ d’ordine.” Liberate le mani, gettò un bel po’ di legna sul fuoco chinandosi poi a soffiarci su come un mantice da fucina. Nel giro di pochi minuti le fiamme avvamparono alte e allegre a riscaldare stanza e cuori. “Ecco fatto, con un fuoco così stiamo tranquilli..” Improvvisamente scoppiò in una risata.. “Ha sentito come puzzava quando ci è passato a fianco? Sembrava un cinghiale scappato dallo spiedo..”
Quasi inaspettatamente anche l’altro prese a ridere, ormai lo spavento era passato e al suo posto si stava facendo viva una certa curiosità.. “Già, immagino che sia corso dabbasso in palude a spegnersi.. Ma cosa diavolo, anzi, quale diavolo è questo Kaliza Kalikan.. Non riesco neanche a dirlo..”
“Kallikantzaroi. Ci ho messo un bel po' anche io ad impararlo. Ma non c’è niente da bere qui?”
“E come no.. Ho del Sangue di Giuda che viene dalle mie Vigne nel Pavese e che è indicatissimo dopo un colpo al cuore come questo. Probabilmente non lo conosce, ma.. “
“Al contrario...” lo interruppe l’altro “per una ragione o per un altra ho vissuto parecchi anni a Pavia, ed il Sangue di Giuda lo conosco eccome. Va benissimo messer.. “
“Langosco. E io chi devo ringraziare per avermi salvato la vita?”
“Proprio lei cercavo! Beh, non è stato un gran salvataggio in fin dei conti. Come le dicevo queste bestiacce non sono veramente pericolose. Dispettose più che altro. Poteva svuotarle la credenza, questo sì. O farle ballare i piedi, magari. Ma niente di serio, non un Kallikantzaroi.”
“Ma cosa sono? Me lo vuole dire una buona volta?”
“Di preciso non lo so neanche io, ma ho un amico con cui potrà discuterne a piacimento domattina, se vuole. So che vivono sottoterra e divorano l’Albero che Sorregge il Mondo. A Natale, la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo rigenera l’Albero e allora questi si infuriano, salgono in superficie e si sfogano contro tutti quelli  che trovano."
“Ma non è ancora Natale.”
“Ci ha fatto caso, vero? E’ che da qualche anno qualcuno viene fuori anche prima, probabilmente per portarsi avanti con il lavoro. Tanto già lo sa cosa deve accadere. Comunque, il giorno dell’Epifania si fa la Benedizione delle Acque e questo per qualche motivo li ricaccia tutti quanti all’Inferno per un altro anno. O qualcosa del genere”
“Non ne ho mai sentito parlare, e sì che ho girato parecchio..”
“Già, è che vengono dalla Grecia. Non credo che ce ne siano altri qui in giro.”
“Dalla Grecia?”
“Sì, avrà sentito parlare di San Giulio e San Giuliano, vero?”
“Certamente. Quelli che  hanno portato la parola di Cristo ai pagani che abitavano in queste lande selvagge e hanno costruito le Cento Chiese..”
“Centouno. Ma, per favore, non definisca queste zone “selvagge” se vuole farsi degli amici, qui. Beh, comunque  i due Santi  venivano dalla Grecia, è possibile che se li siano portati dietro involontariamente.  Oppure, e questo è come la penso io, li hanno semplicemente attirati dall’inferno che li ospitava: qui la terra è più profonda che in altri luoghi, e a volte succedono cose curiose. E parecchio. Il che mi riporta al motivo della mia visita.”
“Pensavo fosse venuto a salvarmi..”
“No, è stato solo un effetto collaterale. E poi, come le ho detto, i Kallikantzaroi non costituiscono un vero pericolo.”
“E allora che vuole?”
“Si metta comodo, che è una cosa lunga..”

Vigilia, in mattinata.

“E allora, come è andata?” domandò piuttosto bruscamente il Precettore.
“Metà e metà.”
“In che senso?”
“Nel senso che non ho fatto nessuna fatica a spiegargli la nostra posizione. L’ho trovato con un Kalli in casa e quindi poco propenso allo scetticismo.”
“Suppongo che questa sia la metà buona”
“Precisamente. La metà cattiva è che non si vuole sbilanciare. Al principio non voleva neppure ammettere di essere un uomo dell’Imperatore.”
“Poi ha cambiato idea?”
“Più o meno. Gli ho mostrato la lettera di raccomandazione del povero Liudolfo, e non ha potuto certo far finta di nulla.”
“Ti sei preso un bel rischio, Se fosse stato dalla parte del Re..”
“Avevo una lettera pressoché identica siglata da Berengario.”
“Buona come l’altra, immagino.”
“Langosco era a Pombia la primavera dell’anno scorso. O con l’uno o con l’altro doveva stare: ho seguito il mio naso e c’ho preso al primo colpo”
“Meno male, e speriamo che adesso non tradisca le nostre attese.”
“Speriamo, comincio a essere stanco di tutta questa gente che va e che viene”
“Si vede, sembri più brutto del solito, stamattina.”
“Grazie, ma credo che sia solo per la nottataccia. E per il vino.”
“Ah, quello. Si dice che il modo migliore per combatterlo sia di berne un altro po’.”
“Non sai quante volte c’ho provato, e non ha mai funzionato. Beh, per quel che ho da perdere, tanto vale tentare ancora.”
Si versò un boccale dalla caraffa che stava sul tavolo, ne bevve un sorso abbondante e lo risputò subito dopo, rumorosamente.
“Aceto! Diavolo, e perché ti tieni una caraffa di aceto sulla credenza?”
“Aceto? Non è aceto, è vino. E anche niente male..”
Assaggiò e sputò a sua volta.
“Aceto! Per la miseria. Colpa dei Kallikantzaroi! Maledette bestiacce! E dire..”
Fu interrotto da una rumore furibondo di colpi alla porta.
“E chi sarà mai, adesso?”  Attraversò la stanza come una nube di tempesta, mentre il baccano al di fuori sembrava non voler diminuire.
“Guardate, guardate qui!” sbottò il primo dei disturbatori, prima ancora che la porta si fosse del tutto aperta.”Maledette bestiacce, tutto il mio latte è andato a male. Colpa loro.” proseguì agitando una brocca che doveva probabilmente contenere il liquido in questione. “E le mie provviste per il pranzo di Natale? Sparite!!” Rincarò un altro che non agitava niente proprio perché niente gli era rimasto. “E io no trovato tutta la casa sottosopra e i mobili da buttare.”
“E perchè lo venite a raccontare a me?” Domandò Lorenzo il Precettore.
Ci fu un attimo di silenzio, poi qualcuno pensò a qualcosa che si potesse dire, e lo disse. “Perchè tu sei un uomo istruito e sai sempre cosa si deve fare.” “E conosci tante persone importanti..” “Sei una persona importante, addirittura.”
“E anche perchè ormai vi siete abituati a lamentarvi con me, che tanto poi ci penso io.”
“Allora ci pensi tu?”
“Non ho detto questo!”
"Sì che lo hai detto!"
"No che non l'ho detto!"
“Ma qualcuno lo deve fare, è una cosa importante” “Da domani i Kallikantzaroi piomberanno in paese a frotte, come ogni anno.” “E anche di più, visto che già ne sono arrivati così tanti”
“Andiamo, andiamo, è una questione di pochi giorni dopo tutto. Fino all’Epifania, e poi spariranno per un altro anno, come è sempre stato…”
“Ma nel frattempo le nostre feste saranno rovinate.” “Per non dire dei miei mobili.” “O del mio latte.” 
“Vabbè, vedrò che posso fare. Intanto tornate a casa, e tenete il fuoco sempre acceso. E’ ancora il sistema migliore..”
Detto questo, arretrò di qualche passo e chiuse la porta tra sé e i postulanti.
“E cosa pensi di poter fare? Se si può sapere..”
Lorenzo sussultò. Poi la memoria riprese a funzionare. “Costantino! Mi ero scordato di te.. “
“Beh, sono ancora qui. Hai qualche idea o hai detto tanto per dire?”
“Ho più che un’idea. Abbiamo un piano. Andiamo a cercare Alexios, che te  ne parlo.”

Vigilia, quasi mezzanotte. Praticamente Natale

“E’ tutto pronto, Costantino?”
L’omone, che era risalito a passo spedito fin su al Castello, prese fiato un paio di volte prima di rispondere. “Tutto come hai chiesto. I focolari sono accesi, le strade e le abitazioni illuminate. Al primo rintocco tutte le case apriranno una finestra e non la richiuderanno finchè tutto non sarà finito.”
“Splendido. Allora vado dai nostri piccoli amici.” Il piccolo frate si diresse verso gli alberi che si innalzavano appena oltre la Basilica. Le fronde, alla luce delle torce sistemate dagli uomini, sembravano quasi muoversi ed agitarsi di vita propria. Canti e richiami, quasi inquietanti nel buio della notte, si alzarono fragorosi al suo arrivo. Lui alzò le braccia invocando il silenzio, e in un attimo silenzio fu.. "Fratelli dalla coda rossa” chiamò con la sua voce da bambino. “Siate pronti. L’ora è vicina, siate pronti..“

“Funzionerà?” domandò sottovoce Costantino a Lorenzo, che intanto li aveva raggiunti sulla spianata.
“Certo che funzionerà. Alexios è Greco e di Kallikantzaroi ne sa sicuramente più di te e di me messi insieme. E poi dice che l’idea è in buona parte di Michele. Se non ti fidi di un Arcangelo..”
“Detesto che continui a parlare solo con lui.”
“Lo sai che è così che deve essere, ne abbiamo già parlato mille volte. Fa parte dei compiti del ragazzino, ed è uno dei mille motivi per cui è qui. E poi qualche eccezione l’hanno già fatta, a suo tempo.”
“Sì, ma Alexios non ha neanche dieci anni.”
“Forse. E forse no, il tempo ha probabilmente tutto un altro significato per lui.. Comunque ormai è troppo tardi per questi dubbi, facciamo la nostra parte e teniamo le dita incrociate. Al massimo faremo una figuraccia. Non sarà certo la prima.”
“E neanche l’ultima, se è per questo. Alexios! Sei pronto?” chiamò.
“Prontissimo.”
“E allora cominciamo!”
Una campana non molto distante e piuttosto vigorosa batté tre colpi. Al terzo rintocco Alexios alzò nuovamente le braccia al cielo e, in un sol colpo, centinaia, anzi, migliaia di piccoli uccelli si alzarono in volo dagli alberi che li avevano finora ospitati. Erano bruni, grandi più o meno come un passero ma più slanciati. Alcuni avevano capo e petto colorati di grigio scuro, quasi nero. Altri erano tutti di un semplice marroncino, che magari non era molto originale ma stava bene un po’ con tutto. Di notte non era facile distinguerne i particolari, ma una cosa era certa. Tutti, ma proprio tutti, sfoggiavano una vistosa coda rosso brillante, che, stranamente, in quel buio risaltava quanto e forse anche di più che alla luce.
“Codirossi Spazzacamino” commentò Lorenzo, il Precettore, spinto forse dalla natura del suo mestiere. "Una scelta alquanto appropriata.”
“In che senso?” domandò Costantino..
“Ci sono diverse leggende che spiegano il colore della loro coda, e tutte quante implicano una loro certa dimestichezza con il fuoco. Il che, suppongo, tornerà utile questa notte..”
I Codirossi intanto si erano sparpagliati nel cielo sopra Gozzano. A poterli seguire, avremmo visto ciascuno di loro entrare in una delle case dalle finestre aperte, caricarsi una piccola brace ardente sulla coda (che non sembrava risentire della cosa) e infine andare a posarsi su di un rametto di un grosso abete che cresceva ai margini della spianata della chiesa, proprio al di sopra del borgo. Ogni piccola brace trovava un altrettanto piccolo groppo di resina pronto ad accoglierla, e lì veniva depositata. 
“Avanti fratellini, avanti! Ci siamo, quasi!” incalzò Alexios che intanto si era spostato lì vicino. I codirossi risposero all’incitamento rivolgendo la coda verso la brace, allargandola a ventaglio e lanciandola infine in un frenetico movimento dall’alto al basso e viceversa. Colpito dalla corrente d’aria, il minuscolo tizzone si ravvivò e riavvampò, combinandosi con la resina che lo alloggiava. Una piccola ma ben visibile fiammella si alzò da un rametto. Poi un altra. Poi cento. Poi mille, ed infine millemila. L’intero abete ora scintillava come un cielo di stelle, come.. come un Albero di Natale. Le campane suonarono a festa e, la gente scese per strada radunandosi in piazza e su, al castello, per ammirare questa nuova meraviglia.
Improvvisamente un ululato a metà tra un lupo ed una scimmia (e non è una combinazione facile, credetemi) risuonò dai tetti di una delle case del paese. Quindi la sagoma di un Kallikantzaroi si stagliò contro lo sfondo della luna ancora bassa sull’orizzonte.. Ululò una seconda volta, poi si stese in tutta la sua altezza e puff, svanì in una insignificante nuvoletta di fumo. Ne apparve un altro: puff. Poi, puff, puff e puff ancora puff: in un attimo tutti i Kallikantzaroi svanirono nel nulla. Presumibilmente “tutti”, perchè ad un certo punto cessarono di apparire e poi scomparire.
“Hai visto che ha funzionato?”
“Mai dubitato.” ribatté Costantino, con convinzione.
“Avete visto? Puff, e sono spariti! Ha funzionato!” irruppe Alexios prima che Lorenzo potesse anche solo provare a rispondere.
“Bravo ragazzo” replicò Costantino. “Adesso il problema sarà rifarlo tutti gli anni.”
“Pensavo, piuttosto, di chiedere a tutte le famiglie di costruirne uno più piccolo, da tenere in casa. Potrebbe andare bene?” intervenne Lorenzo.
“Ma certo. Basta che ce ne sia uno in paese, questo è quanto abbiamo concordato con Michele. Le dimensioni non contano.”
“Come ‘le dimensioni non contano’? E allora perchè abbiamo mobilitato tutto il paese per costruire questo colosso?”
“Beh, perchè così grande è più bello, non trovi?” detto questo il ragazzino saltò al collo del Precettore. “Buon Natale, Lorenzo. E buon Natale anche a te, Costantino.. Buon Natale a tutti!”


E anche buon anno, aggiungo io in qualità di autore, visto che questa volta il racconto di Natale è arrivato quasi a Capodanno. E buone feste, fin che ce ne rimango da festeggiare. E buon 7 di gennaio agli gli amici di Gozzano, per cui c’è anche San Giuliano.

Christoúgenna a Gozzano by Fabrizio Burlone is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
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Il pan dei merli, vale a dire la vera storia del Panettone.

Pan dei merli 2

Il pan dei merli. 

  

Natale

Toni inspirò con forza l’aria carica di sapori che saliva dalla cucina. Lo faceva tutte le mattine mentre scendeva dalla stanzetta in cui dormiva con gli altri sguatteri. Era più forte di lui: era come fare colazione in anticipo. Sapeva benissimo che gli altri ragazzi lo prendevano in giro per quello, per quello e per l’espressione di meraviglia che gli si dipingeva sul viso ogni giorno quando finalmente varcava la soglia delle Grandi Cucine. Lo facevano anche i cuochi, anche il capo cuoco qualche volta, ma solo per scherzo. Loro erano tutte persone importanti, sempre indaffarate a lavorare e a dare ordini. Taglia questo, pela quello, pulisci di qui, pulisci di là. E non andava mai bene niente a sentir loro, si poteva sempre fare di meglio e in minor tempo. Ma a lui era troppo contento al momento per prendersela per tutte quelle ramanzine. Era la mattina di Natale e lui era nel posto più bello del mondo. Cosa avrebbe potuto chiedere di più? Uno degli aiutanti gli sbraitò qualcosa sul “restare imbambolati” e poi proseguì per la sua strada, in altre faccende affaccendato. In effetti non c’era tempo da perdere, oggi. La notte prima era anche dovuto scappar via dalla Veglia di Natale per poter dormire qualche ora prima di presentarsi in cucina, ma Padre Giovanni si era detto d’accordo e di conseguenza doveva esserlo stato anche il Padreterno. Per fortuna, o di proposito, la chiesetta riservata alla Servitù non distava molto dal Palazzo (anche se era un tantino “fuori mano”) e allora eccolo qui adesso, bello fresco e riposato. E affamato. Raccolse qualcosa da mettere sotto i denti lungo la via che portava al suo angolino privato, proprio a fianco di una grande credenza ormai in disuso. Gli si fermò quasi il cuore nel vedere che questa mattina anche quella era stata ripulita e adoperata. In parte, almeno. Aprì lo stipetto di mancina, temendo quello che avrebbe potuto scoprire. Il suo segreto era ancora lì, meno male, proprio dove lo aveva messo lui, intatto. Solo un bel po’ più grande, ma quello se lo aspettava. Nessuno si era accorto di niente (che fortuna), quindi richiuse il tutto, prudentemente. Un cuoco finalmente lo notò, trovandogli immediatamente qualcosa da fare. Toni si prese al volo un altro po’ di colazione e attaccò il lavoro, fischiettando. Era proprio contento, oggi. Solo l’estate prima, chi avrebbe mai detto che lui, proprio lui, sarebbe diventato un giorno uno degli sguatteri di cucina del Duca Ludovico Sforza detto “il Moro”? Una posizione invidiabile, a dir poco. Certo che, a pensarci, i casi che lo avevano portato fin lì erano stati a quantomeno bizzarri. Tutto era cominciato su, verso la Martesana, dove la sua famiglia viveva facendo quello che più o meno facevano tutti da quelle parti, vale a dire la fame..
  

Luglio

Da quando erano cominciati i lavori per le nuove conche, a bazzicare il Naviglio e gli Approdi non era poi così difficile trovare un lavoro giornaliero. Però, bisognava farsi trovare al posto giusto nel momento giusto, accattivarsi la simpatia di barcaioli, capimastri, carrettieri e quant’altri, guadagnarsi la loro fiducia. Poi c'era da darsi da fare, lavorare sodo e lasciare una buona impressione, perchè per uno che veniva preso ce ne erano sempre due che restavano fuori. Oggi a me domani a te, dicevano gli uni agli altri, ma Toni aveva scoperto in fretta che  con un po' di impegno si riusciva a mangiare tutti i giorni, o quasi. Lui ci riusciva, almeno. La cosa peggiore, comunque, era il dover aspettare in riva alla Martesana: una noia mortale, non c’era mai niente da vedere lì, mai niente da fare. Anche per quello, probabilmente, uno degli altri ragazzotti si era portato dietro la fionda del fratello e adesso si stava divertendo a tirare i sassi contro i legni dall’altra parte del canale.
“Così son capaci tutti, ci vuole un bersaglio più difficile” lo sfidò un suo compare.
“E quale, se ne vedi?” rilanciò il fromboliere.
“Quelle Rondini lassù. Riesci a prenderle?”
Tutti quanti rivolsero lo sguardo verso il cielo.  Appena visibili, in alto, le Rondini volavano come il vento.
Senza troppa convinzione, il ragazzo montò una pietra nell’attrezzo, lo roteò un paio di volte con una certa abilità e infine scagliò il proiettile. Che passò a un miglio di distanza dal suo bersaglio per poi sparire rapidamente alla vista del lanciatore ed atterrare chissà dove.
“Impossibile” dichiarò questi.
“Se non sei capace..”
“Non è che non sono capace. E’ proprio che è impossibile. Provate voi a mano, se non ci credete. Sopra alla roggia ce ne sono un sacco che volano basse. Provate. Se riuscite a prenderle almeno una mi rimangio quello che ho detto. E ci metto anche la fionda, sopra. Contro niente.”
Spronato dalla sfida e dalla posta in palio il gruppo corse verso la Martesana, armato di sassi, ciottoli e pietre varie. La sassaiola partì micidiale, per venire interrotta bruscamente alla terza o quarta salva dalle bestemmie di un barcaiolo di passaggio che si era trovato involontariamente a ridosso delle traiettorie dei più scriteriati. I ragazzi ruppero le righe dandosi ad una fuga a dir poco precipitosa,  e senza aver fino a quel punto raccolto alcun trofeo.
“Sciocchi” commentò Toni dall’approdo da dove aveva osservato la scena. “E poi quelle non sono neanche Rondini, sono Rondoni.”
“E quale che sono le differenze, ragazzo?” gli domandò un tizio che si era fermato accanto a lui a guardare. Toni si voltò, incuriosito, a scrutarlo. Non ci aveva fatto caso subito, ma era proprio quell’omone che si era visto in giro di recente da quelle parti a controllare il canale. Prendeva misure, disegnava appunti su di un taccuino che si portava sempre appresso, raccoglieva pezzi di terreno di riva, faceva domande agli operai e ai capimastri. Doveva essere un gran signore, a giudicare dalle vesti e dagli ornamenti. E un gran sapiente: barba e capelli lunghi, aspetto imponente, sembrava proprio uno dei Re Magi come li aveva visti ritratti sulla pala di Sant'Eustorgio qualche tempo addietro, in città. E poi lo aveva notato spesso e volentieri anche più a valle, dove c’era la testa dei lavori, intento a parlare fitto fitto con ingegneri e direttori che parevano prendere assolutamente sul serio di tutto quello che lui diceva, senza discussioni. Da non crederci. A volte arrivava con un codazzo di ragazzi e nobiluomini e sembrava tenere lezione, o illustrare un’idea. E adesso stava chiedendo una cosa proprio a lui.. Che strano accento, però.
“Le differenze sono parecchie, Messere” rispose senza esitazione. “In volo, il rondone è più grande di quasi un palmo, e soprattutto ha una forma inconfondibile, di una falce senza il manico o di uno spicchio di luna, se preferisce. Testa e coda si notano appena ed è tutto scuro, a parte la gola che è invece chiara, quasi bianca. Ma non è facile da notare quando stanno in alto. La rondine invece ha una coda lunga lunga, fatta come la forcella di un ramo, la pancia è bianca e gola e parte del capo attorno al becco sono tinte di un rosso scuro, come quello di un mattone.  E poi volano in modo completamente diverso, la rondine è più agile, più mobile..”
“Aspetta che ti mostro una cosa, allora..” Il signore gli aprì davanti il taccuino e prese a sfogliare le pagine. Toni scorse di sfuggita immagini di strane macchine, di parti anatomiche, di volti, di figure di cavalli parziali e intere, il tutto immerso in una strana calligrafia illeggibile (e lui sapeva leggere, appena appena ma lo sapeva fare) che sembrava occupare qualunque posizione disponibile sulla pagina. “Ecco!” esclamò alla fine l’uomo. “Questi che sono, secondo te?” 
"Rondoni. Vedete qui come l'ala è così robusta e comunque sottile e slanciata? Questo con la pancia bianca poi deve essere un Rondone Maggiore, il più grande e il più potente di tutti." Toni si soffermò ad ammirare le figure che sembravano volare sulla carta davanti a lui. "Certo che Voi siete proprio bravo a disegnare, sapete?" dichiarò alla fine. "Anche se tutto questo dettagliare di ali dritte e piegate, chiuse e aperte, vicine e lontane mi sembra in fondo più difficile che bello. Avete mai pensato di fare qualche ritratto? O qualche pittura di Santi o di Madonne? Da quanti ne vedo nei palazzi e nelle chiese mi viene da pensare che ci sia richiesta, e magari uno bravo come Voi potrebbe anche ricavarci qualcosa." 
"In effetti qualche cosa l’ho fatta, anche" dichiarò l'altro candidamente, "Ma in fin dei conti io mi vedo più come un costruttore che come un artista, e questi schizzi qua sono giusto degli appunti per dei progetti che c’ho in testa..  Nulla di preciso ancora, ma un domani chissà...  E tu, piuttosto, come l’è che sai tutte codeste cose sulle Rondini?"
"Sulle Rondini e su gli altri uccelli" dichiarò il ragazzo. "Mio padre coltiva il Gelso, su a Concorezzo, e io gli do una mano. O meglio, dovrei dire 'gli davo', visto che adesso con tutto questo parlare di guerra che si sta facendo si è fermato tutto quanto ed è rimasto senza lavoro."
"A me lo dici, ragazzo. Io c'ho rimesso un cavallo e cento tonnellate di bronzo per questa guerra che non l’è nemmeno ancora cominciata. Mi spiace per il tuo babbo, comunque. Ma sono certo che si ripiglierà in fretta, il gelso ha un futuro qui a Milano. Ci potrei anche scommettere."
Toni non aveva capito un granché della cosa del cavallo, ma lo prese come un augurio di buona fortuna. "Grazie”rispose quindi educatamente. “E’ quel che dice anche lui. Nel frattempo bisogna pur mangiare, però.. A proposito, non è che Voi, che mi sembrate un gran signore,  avreste qualche cosa da offrire a un giovane di buone speranze che sa tante cose sugli uccelli?"
Il Gran Signore parve un poco imbarazzato dalla richiesta. "Non so quanto denaro abbia dietro, ma posso vedere.."
"No, no" si affrettò a chiarire Toni. "Intendevo un lavoro, non un elemosina. Non è che mi dispiaccia darmi da fare ai cantieri, ma oggi ti pigliano, domani non ti pigliano, dopodomani chissà. Sto cercando qualcosa di più stabile. Le braccia le ho buone e la fatica non mi spaventa. Che dite?"
L'altro ci pensò su un pochettino. "E’ che  al momento non saprei per cosa prenderti, ragazzo" dichiarò alla fine. “Di questi tempo ho più gente da pagare che lavori da portare avanti, perdiana, e pure a me mi  tocca di campare alla giornata, ormai. D'altra parte..”
"D'altra parte..." incalzò il ragazzo.
"D'altra parte, l’è un po' di tempo che ho messo gli occhi su di una bella vigna dalle parti di Porta Vercellina, giù in città. E' del Duca, e l’è tenuta proprio maluccio in fin di conti.  Non penso che se ne avrà a male se gliela sistemiamo noi un tantino. Dai miei vigneti, nel Montalbano, di vino buono riesco sempre a tirarne fuori parecchio, perbacco. Poi, a cose fatte, magari si riesce anche a fargli metter giù un contrattino. Dove il vino l’è bono la gente è felice, diceva il mio babbo. Facciamo così: domani mattina devo andare a Santa Maria delle Grazie, per vedere di un lavoro nel refettorio. Se ti fai trovare lì un po’ dopo i mattutini, poi si va a dare un'occhiata. Va bene?"
Per tutta risposta il ragazzo sputò sul palmo e lo porse per la stretta, come da tradizione. Leonardo da Vinci sputò a sua volta e accettò l'invito, e così il patto fu suggellato. 

  

Ottobre

E così erano passati tre mesi.
Il lavoro alla vigna era partito subito, ed era partito bene per giunta: Leonardo si faceva vivo  quasi quotidianamente per mostrare cosa andava fatto e cosa no, e lui metteva in opera.
Non solo mangiava due volte al giorno, perfino tre di tanto in tanto, ma riusciva anche a portare a casa dei bei soldi per la famiglia. E' vero che la strada da fare tutti i giorni avanti e indietro era lunga e costava un bel po’ di tempo (e un bel po’ di scarpe), ma il lavoro andava preso dove te lo davano, diceva sempre suo padre. Ai suoi tempi era anche peggio, aggiungeva. Brav'uomo il papà del Toni. Delle volte scendeva anche lui giù in vigna a dare una mano al figlio. Così, senza chiedere alcun compenso. E allora Leonardo aggiungeva qualcosa al salario di Toni, di nascosto quasi.
Col passare del tempo Toni aveva insegnato al Gran Maestro tutto quel che sapeva sui suoi uccelli e sulle loro abitudini, di come riuscissero a procurarsi il cibo o un posto per fare il nido, di come alcuni passassero tutta la loro esistenza da soli o quasi e altri al contrario preferissero riunirsi in grandi gruppi nei boschi sugli argini o nei giardini. Di come alcuni arrivassero d'estate e partissero d'inverno mentre altri sembravano piuttosto seguire un percorso inverso e altri ancora si potevano invece vedere tutto l'anno, anche se magari non erano davvero sempre gli stessi. E poi gli aveva raccontato tante e tante altre cose. Leonardo sembrava particolarmente interessato ai Grandi Volatori.  Le Rondini ed i Rondoni come abbiamo già visto, e poi i Falchi (il Gheppio, il Grillaio, il Lodolaio e lo Smeriglio, che lui chiamava genericamente "falchetti", e anche il Pellegrino, il Nibbio, l'Astore o lo Sparviere che rientravano invece nella categoria dei "falchi" vera e propria).  Le  Aquile (che comprendevano anche Bianconi e Poiane), gli Avvoltoi,  i Gabbiani e le Sterne  (e anche qui ci sarebbe stato da fare un bel po' di distinguo). Era incredibile, ad ogni modo, quante cose già sapesse il suo padrone sull'argomento. Solo che era un sapere molto particolare, quasi chirurgico. Se conosceva benissimo, a menadito si potrebbe dire, l'anatomia di praticamente tutti i tipi di ala o la struttura di tutti gli ordini di penne e di piume, ben poco sapeva invece degli usi e dei costumi dell'uccello che le impiegava o le indossava. O perchè portasse un certo colore piuttosto che un altro o anche solo dove e quando lo si potesse incontrare o vedere "all'opera", per così dire. Tutte quelle cose, insomma, che facevano parte del comune sapere di chi viveva in campagna, fosse per evitare un danno al raccolto o per riempire un paniere. Perchè di quei tempi, non dimentichiamolo, gli animali erano anche cibo o denaro.
Fu durante quelle lunghe chiacchierate sull'argomento che i due  se non diventarono proprio amici (non era  il caso), costituirono quantomeno un solido legame tra loro. Legame destinato a proseguire anche quando, con l'arrivo dell'inverno, i lavori alla vigna subirono una drastica e deludente interruzione. La vendemmia non era andata benissimo, Leonardo se lo aspettava: fretta e vino buono non erano mai andati d'accordo. Ma il Duca, che non era uomo di pazienza, aveva presto perso interesse nella cosa e conseguentemente aveva anche chiuso i cordoni della borsa. Il Maestro non se l'era presa più di tanto, comunque.. "E poi" aveva detto a Toni, "quelli che ce l'hanno in mano adesso più che andar di male in peggio non possono. Dai tempo al tempo e finirà che gliela piglio io per un pezzo di pane, vedrai"
"Sì, ma intanto io che faccio?" gli aveva domandato quello.
"Qualcosa troveremo. Vieni da me in bottega, domani, e si vedrà."

  

Novembre

Non è che a Toni non piacesse il nuovo lavoro, è solo che gli sembrava un fattoapposta. Messer Leonardo lo aveva affidato al giardiniere perchè "Il ragazzo gli desse una mano, che l'era bravo..". Solo che il giardiniere di  mani ne aveva già due, e gli bastavano e avanzavano. Due mani ciascuno avevano anche quelli del laboratorio, e tutte due destre per giunta. Il Signore, invece, a lui aveva assegnato due sinistre. Non so se mi spiego...E allora tutto quel che riusciva a fare era di dare un aiutino qua, un aiutino là, vai prendere questo, vai a pigliare quell'altro, fammi questa commissione per favore, vai a parlare con tizio, vai a chiamare caio eccetera.  Ma non era un lavoro per davvero.
Meno male che c'era la cucina, anzi, meno male che c'era donna Maturina, in cucina. Perchè se c'era un'altra cosa che lui sapeva fare bene per davvero, beh, quello era preparar da mangiare. Non che ci avesse studiato, o fosse uno di quelli che nascono già imparati. E' che gli piaceva, e allora guardava l'arte e la metteva da parte. Nonna e mamma erano sempre state dei fenomeni a mettere su un pranzo da signori con con quel poco che avevano a disposizione. Il papà di uno dei suoi amici, poi, aveva una trattoria dalle parti di Crescenzago, appena dopo il giardino dei Berra. C'era sempre un gran via vai da quelle parti, e anche lui qualche volta era andato lì a dare una mano. In amicizia, si intende, in cambio di un pasto caldo. Il loro cuoco era proprio bravo, però, e gli piaceva tanto chiacchierare. Così lui passava sempre più tempo in cucina a guardare quello che si faceva che ai tavoli a lavorare. In amicizia, si intende.  Anche con donna Maturina, la cuoca favorita di del suo padrone, le cose si erano messe bene fin da subito. A quella piaceva "provar di cose nuove", diceva, e al Messere di far da cavia non garbava affatto. Ecco, allora, che il palato di Toni tornava buono ad entrambi. Il ragazzo, in più, aveva del talento di suo, e spesso riusciva a suggerire idee e soluzioni che poi, messe giù come si deve, facevano presto a trovare il loro posto sulla tavola.
Fu Madonna Cecilia, mentre posava con il suo gatto in braccio, a spingere il suo destino proprio in quella direzione.   "La curi tu anche quest'anno la festa di Natale a Palazzo, Leo?" domandò così, a sorpresa.
"No, mia cara. Io e il tuo Duca non si è proprio in ottimi rapporti, sai?"
"Ancora per quella cosa del Cavallo?"
"Sì e no, adesso c'è anche una vigna in ballo. E il mio Cavallo non era cosa dappoco, ad ogni buon conto."
"Si, ma se non la fai tu la farà Ranieri, e sarà un disastro."
"Ranieri l'è un ottimo Maestro di Cerimonie, ha lavorato anche a Ferrara, dagli Este.. "
"Che ce l'hanno prestato senza battere ciglio.."
"Mah, non sarà che a te tutto quello che sa di Este ti va di traverso?"
"Ma cosa dici, Leo? E' che con te è tutta un'altra cosa. Come dite a Firenze?  Tu giochi in un altra categoria."
"Lascia stare il calcio, ragazza. E vedi di stare ferma, piuttosto, che se no il quadro mi viene mosso. Vedrò quel che riesco a fare.  Ma di più non chiedermi, che non m'impegno."
"Non un gran che, ma già meglio di niente. Ne riparleremo. Ma il ritratto me lo stai facendo con il gatto o con qualche altro bestia di tuo gusto come le altre volte? Perché a me piacerebbe avene anche uno con Micio."
"Ferma donna! E taci adesso, che l'arte l'è al lavoro.."

Fin da bambina, o quasi, la futura contessa Cecilia Gallerani si era ricavata un posto particolare nel cuore del Grande Maestro, che non sapeva proprio dirle di no. E poi, sotto sotto, anche lui pensava più o meno lo stesso del Ranieri.  Però, dato che al momento il Moro avrebbe dato retta più facilmente al gatto di  Cecilia  che a lui,   questa volta se la doveva giocare di rimbalzo.
Nei mesi scorsi aveva imparato ad apprezzare lo spirito e l'intelligenza del suo attuale aiuto cuoco e tuttofare. Se fosse riuscito ad piazzarlo in cucina dal Duca avrebbe avuto anche lui occhi e orecchie sul posto, e una testa di cui potersi fidare per prendere delle iniziative  casomai fosse servito. Quindi scese in cucina a parlarne con Toni, che apprezzò subito l'idea fino a mostrarsene addirittura entusiasta. Era un lavoro vero stavolta, e da farsi in nome e per conto del Maestro per giunta. Come una specie di emissario, un congiurato, un complice perfino. "Emissario" suonava meglio però, molto meglio. "Mi raccomando" concluse Messer Leonardo. "Occhi aperti e bocca chiusa. E spirito della cosa, ben inteso, che non penso di poterti fare entrare ai piani alti. Come aiuto, forse, o sguattero anche."
"Magari.." commentò Toni, che già non vedeva l'ora.
"Fammi sapere tutto quel che capita, e.. Ma che l'è questo?" mentre stavano parlando Leonardo aveva preso a sgranocchiare una specie di panetto dolce che Toni stava mettendo via..
"E'.. è il pan dei Merli" rispose il giovane un tantino imbarazzato. "Ma non è per voi, Signore.. Lo faccio per gli uccelli del parco, ne vanno matti."
"Ecco dov'è che finiscono i miei soldi, dunque. In pasto alle bestie." protestò il Maestro per burla..
"Ma no, ma no, Signore.." tentò di giustificarsi Toni. "Lo faccio con quel che resta in fondo alle stoviglie e alla credenza. Briciole di canditi e rimanenze di uva passa per il pane dolce. Gli avanzi delle uova, i fondi del burro e dello zucchero, un po' di lievito e poco altro.."
"Per esser fatto di cosa da poco, l'è bono. E parecchio. Perdici su dell'altro tempo, ragazzo, quando puoi. Vale più di qualcosa, secondo me.." E, raccolti gli ultimi pezzi del Pan dei Merli, il Maestro tornò verso i suoi alloggi lasciandosi dietro un Toni intento a chiedersi se avesse ricevuto dei rimproveri o dei complimenti.

  

Natale

Per farla breve, la festa del Ranieri si dimostrò decisamente al di sotto delle aspettative già in fase di preparazione.  Di conseguenza, e anche per far cessare le proteste di Madonna Cecilia, il Duca fu costretto (suo malgrado) a rivolgersi a Leonardo. Che non solo si dichiarò più che propenso a subentrare al posto del Maestro di Cerimonie uscente (fu opinione comune che Madonna Cecilia doveva entrarci in qualche modo anche in questo), ma si rivelò anche decisamente ben informato sui fatti trascorsi e con due o tre idee per rimetter le cose in carreggiata già bell’e pronte. Non per nulla era l’uomo più brillante dei suoi tempi.  Anche a passaggio di consegne avvenuto, però, Toni restò al suo posto a fare da quinta colonna.  Il che ci riporta alla cucina del Duca ed al Pranzo vero e proprio.
Mentre la servitù proseguiva il suo viavai senza sosta da e verso il salone dei banchetti, sui fuochi friggevano le frittelle e ribollivano le minestre, arrostivano le carni e cuocevano i pasticci.  Leonardo aveva arricchito il menu con due ricette nuove nuove create apposta per celebrare la prosperità del Ducato: il risotto d’oro e la costoletta impanata. Che, cotta al punto giusto, mostrava anch’essa il colore del metallo più prezioso.  Il tutto annaffiato da litri e litri di buon vino, ma buono per davvero, non come quello della vigna del Duca. In totale,  i commensali  si stavano divertendo, anche i piccoli spettacoli a tema pensati per riempire i tempi morti tra le portate erano stati più che apprezzati e tutto sembrava andare per il meglio. Ecco perché Leonardo si sentiva inquieto. Ed ecco perché quando la catastrofe avvenne il Genio si sentì in un certo qual modo perfino un po’ sollevato. Cosa era successo? Presto detto. Mentre tutti erano concentrati sul Fagiano Stufato in pignatta o indaffarati con gli Gnocchi di Pane, il dolce principale del pranzo nonché il preferito del duca, la Torta di Ceci Rossi,  era bruciato.
“Bruciato?” sbottò il Maestro “E chi l’è stato a farlo bruciare?”
Uno dei cuochi fece un passo in avanti. Provò a dire qualcosa, forse una scusa o forse il nome di un altro, ma tutto quello che riuscì ad emettere fu un flebile gemito. Poi rientrò nei ranghi, senza aver chiarito alcunché. “Va bene, va bene. Non importa, ora. Chi  l'è che sa mettere insieme qualcosa con quel che abbiamo?”
“Una torta di riso?” propose uno .
“Ci vuole troppo tempo” obbiettò un altro.
“La ripiena di pere?” fu la proposta successiva.
“Le pere ci sono, in dispensa fuori mi pare. Ma va fatta freddare, poi.”
“Pancristiano?”
“Per il Duca? Ma scherziamo?”
“Bello caldo, con zucchero e cannella è squisito..”
“Ma non per il Duca, perbacco.”
“E il Pane dei Merli?”
I cuochi si guardarono intorno, alla ricerca del titolare della voce che aveva parlato e che sembrava provenire dalle retrovie. Leonardo avanzò in quella direzione e alla fine si trovò faccia a faccia con Toni, mentre tra gli  astanti si alzava qualche risatina di scherno nei confronti dello sguattero che aveva osato prendere la parola. Il Maestro le zittì con un gesto.
“Ne hai di pronto?”
Toni annuì. “Parecchio. L’avevo fatto per gli uccelli del parco del Castello, che sono tanti..”
“E va bene per un Duca?”
“Ci ho lavorato molto, come mi avevate suggerito. E adesso direi che è pronto per qualsiasi tavola. Con tutta la roba buona che c’è qui, poi, Vi assicuro che viene particolarmente bene.”
“E allora facciamolo!” decise Leonardo, senza esitazione. “Voi, laggiù. Seguite il ragazzo e fatevi dare il suo dolce. E voialtri preparatevi a portarlo in tavola. Avanti, diamoci da fare, che non c’è tempo da perdere.”
Sconcertati dallo sviluppo degli eventi, e anche un tantino intimoriti da quello sguattero che sembrava essere così in confidenza con il Gran Maestro, cuochi e servitori scattarono  al lavoro senza fare altre domande.  “Va scaldato un attimino, prima. Così si ammorbidisce” avvertì Toni.
“E scaldatelo, allora! Siete sordi, forse? Muoversi, marmaglia, muoversi!” sbraitò il capocuoco, perché da che mondo e mondo i capocuochi sbraitano, anche solo per marcare un punto.

La cucina taceva. I fuochi tacevano. Non volava una mosca, forse anche perché era dicembre. Poi, uno dei servitori irruppe dalla sala, affannato. Leonardo, preoccupatissimo, lo intercettò a mezza via. “E allora?” gli domandò di un fiato. L’altro faticò un attimo a riprendersi, infine rispose con un sussulto “Ne vogliono ancora”. Un boato di sollievo esplose da tutti i cuori, irrefrenabile.
  

Epilogo 

La giornata volgeva ormai al termine, ma un paio di punti erano rimasti in sospeso. Toni finì di impastare il suo pane, quindi lo ripose nella credenza e lo coprì con un canovaccio. A fianco di quello ce ne erano parecchi altri.
“Ecco, adesso c’è solo da farlo riposare per un paio d’ore, e poi si inforna. Pensavo anche di usare qualcosa per stringerlo sui lati, così che cresca un po’ in altezza. Ci devo ancora ragionare.”
Messer Leonardo si ripulì le mani.. “Ti ringrazio per la ricetta, intanto. Certo che non l’è così semplice come la mettevi te l’altra volta. Prima lo impasti e poi t’hai da lasciarlo lievitare.  Poi un'altra volta: impasto e riposo.  E una terza, sempre impasto e  riposo per la lievitazione.  Nel  mentre, metti quello prima  e  quell’altro dopo. E non all’incontrario, che  se no l’è un disastro. Giralo così, dosalo cosà. Mi è toccato di far da scolaretto, insomma.  Però l’è sempre bello poter far qualcosa con le proprie braccia, che non è che mi capita più di sovente, ormai. ”
“Se si va di fretta ne bastano anche due di impasti, ma a me restava comodo dargli un colpo ogni tanto, tra un lavoro e un altro.. Eppoi, con l’abbondanza che c’è qui in cucina, sentirete che sapore..”  anticipò Toni.
“Speriamo, che gli altri di stamane mattina li ho solo visti passare, neanche l’odore  sono riuscito a sentire.  Due sono miei, allora. E’ inteso.”
“Due sono vostri, e questi qui in fondo sono da restituire ai Merli. Tutto sommato al Duca abbiamo servito i loro, a pranzo, e  bisognerà pur compensarli in qualche modo.”
“Quel che è giusto è giusto” commentò il Gran Maestro. “Piuttosto,  tu che credi di fare adesso? Torni da me o ti fermi qui, dal Duca?”'
“Pensate che mi terrebbero, Maestro?” domandò il ragazzo con più di un filo di emozione nella voce.
“E questa l’è già una risposta, direi. Certo che ti terranno, dopo che gli hai salvato la faccia appena da  qualche ora.”
“In fondo io gli ho solo servito il mio Pane dei Merli”
“Ho visto gente diventar ricca e famosa per molto meno, sai?  Anche nobile, delle volte. Tu diventerai solo sguattero titolare, per ora. Non l’è mica un gran sforzo dopo tutto. E poi quello che gli hai servito non era mica solo del pane per gli uccelletti, perbacco.”
“Non capisco, Maestro.”
“Che tu credi, che il grande Leonardo possa portare  al pranzo di Natale da lui personalmente organizzato un dolce fatto da uno sguattero per dei Merli?” 
“Ancora non capisco, Maestro” ripeté Toni, sempre più confuso..
“Aspetta, che avevo visto una bottiglia di bianco aperta qui vicino.” Il Genio se ne versò una coppa e fece altrettanto per il ragazzo. “Ecco, bevi anche tu, che l’età ce l’hai già adesso. Ottimo, mi aveva dato quest’impressione.  Ti dicevo, una portata che la va a finire sul desco del Duca non può essere una cosa improvvisata, deve avere il suo perché.”
“Ha detto che l’avevate fatto Voi?” domandò Toni un attimino spaventato dalla prospettiva.
“O Santo cielo, ma no di certo. Ho detto che l’è del più bravo dei miei allievi, un giovine per cui nutro grandi speranze e che ho mandato qui di nascosto  a fare esperienza, nel miglior posto possibile.  E non è che sia poi tanto differente da quel che l’è stato per davvero, del resto. Solo un po’ più colorito..”
A Toni vennero i lucciconi agli occhi a sentire quelle parole.
“Suvvia, ragazzo, non esageriamo adesso. Però non chiamarlo più ‘Pan dei Merli’.  Adesso è il ‘Pan del Toni’ e, credimi, la gente ne parlerà parecchio da qui in avanti. Vedrai che ti diventerà una ricetta fissa sotto Natale. Io queste cose me le sento.. Ma non dovevamo andare a metter fuori qualcosa per i pennuti del parco?”
“Sì, Maestro, ma è meglio domattina. Se la notte fa brutto tempo, poi il cibo si bagna.”
Il Genio se lo prese sottobraccio, avviandosi verso l’uscita. “Ecco, proprio di questo ti volevo parlare. Mi è venuto in mente che se noi mettiamo fuori  un basamento con sopra una tettoia, a dimensioni d’uccello s’intende..”


Mentre Toni e Leonardo si avviano verso il giardino, anche la nostra storia si avvia verso la conclusione. Così è nato il panettone, forse. E forse no. Questa è la storia che mi hanno raccontato i Merli del Castello Sforzesco di Milano, e loro sostengono che venga proprio dal millequattrocento, quasi millecinque.  Mentre ci pensate su, lasciate che vi porga anche i loro auguri. E i miei.
Un felice Natale a tutti, dunque, e tanti auguri di Buone Feste 


Il pan dei Merli by Fabrizio Burlone is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
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Illustrazione di Eugenio Bausola
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Pranzo di Natale


Il Pettirosso fece due salti in avanti, con circospezione. Balzò sul bordo della mangiatoia, e poi giù, sul ripiano. Con circospezione. Non era il primo anno che veniva a svernare in quel giardino. C’era una siepe bella spessa, anche quindici o venti passi in certi punti, fitta fitta e che andava avanti in ogni direzione fin dove si poteva vedere, e anche di più.C’erano piccoli tratti di erba dove ci si poteva piazzare per prendere il sole, quando faceva presenza. C’erano parecchi cespugli, e piante, alcune con su un sacco di cose buone da mangiare e altre no, solo lì da guardare. Quando arrivava lui erano già spoglie, ma l’impressione era che dovevano essere molto belle, in stagione. Un posto decisamente gradevole, tutto sommato: probabilmente era per quello che ci passava così tanta gente. Andavano, venivano, si scambiavano qualche voce quando si incontravano, e poi via. Nessuno si fermava, a parte i bambini qualche volta. Quando le giornate erano calde li vedeva rincorrersi, chiamarsi in quei lori curiosi linguaggi, azzuffarsi sul prato. Fare cose da cuccioli, insomma. Poi, quando scendeva la neve, si precipitavano fuori, più gonfi e colorati che mai, per rotolarsi nella coltre bianca, sfidarsi a palle di neve, ammucchiarla fino a formare goffe copie di loro stessi. Altre cose da cuccioli, insomma.  Non che fossero tutte rose e fiori, tanto per rimanere in tema. Proprio i bambini costituivano la seccatura maggiore. Quando decidevano di coinvolgerti nei loro giochi diventava decisamente difficile svicolare. Anche perché con quell'altezza da terra sembravano fatti apposta per l'inseguimento dei pettirossi. Poi c'erano i cani. Sempre più numerosi, chissà perché… E appena oltre la siepe, il traffico, un numero impressionante di persone ancor più frettolose e decisamente meno amichevoli, e altri cani, e gatti, e chissà cosa, ancora. Si diceva perfino un Falco Pellegrino, figuratevi. Qui, nel giardino, invece si stava veramente bene. E quando incominciava a fare freddo, ma proprio freddo freddo, come per magia compariva, su al primo piano, in un angolo di uno dei balconi centrali, la mangiatoia. Così almeno la si chiamava tra pennuti, nessuno sapeva esattamente quale fosse il nome che gli avevano attribuito i suoi costruttori. In pratica, una piccola piattaforma coperta che ospitava diversi altri contenitori appesi o sul fondo. Come quello su cui stava zompettando proprio in quel momento, per intenderci.
Nella mangiatoia, non si capiva bene perché, gli umani mettevano a disposizione cibi e bevande di ogni tipo, a volte delle autentiche, leccornie.  Lui l’aveva trovata quasi per caso, i pettirossi non frequentano spesso i balconi. Ma visto che l’aveva trovata, quando la mollava, ormai?  Si guardò nuovamente intorno. Ancora niente. Meno male. Incominció a becchettare qua e là, mancava poco più di un'oretta al tramonto, meglio non indugiare oltre.

“Ciao, bel ragazzo.”
Il Pettirosso si congelò sul posto. Erano arrivate. Come aveva fatto a non vederle!
“Ciao, ragazza. E le tue sorelle dove sono?” rispose, mostrando una sicurezza che non era affatto sicuro di avere.
“Qui, per esempio.”

Quella che si era appena fatta sentire era una cinciarella, come la prima. Ora, questo mi sembra un buon momento per uno spiegone. Tutti quanti, chi più e chi meno, sanno come è fatto un pettirosso. Fotografato, dipinto o disegnato, ripreso in un documentario, o magari perfino incontrato di persona in un parco o in un giardino, a tutti, chi più e chi meno, sarà capitato di vederne uno. E’ una presenza piuttosto comune, quasi iconica.
Ad ogni modo, per i pochi sfortunati a cui invece non fosse mai capitato, stiamo parlando di un uccellino grosso quanto un passero (giusto per fare un paragone), di colore genericamente marroncino e grigiolino sulle parti basse. Ma con un brillante, spettacolare petto rosso-arancione, e anche buona parte della faccia a dire il vero. Vive prevalentemente sul terreno, un po’ come i merli, e ha un richiamo che assomiglia all’urto tra due biglie metalliche, tipo quelle che si fanno girare tra le dita contro le stress per intenderci. Il canto vero e proprio invece è molto più articolato e a me fa venire in mente il disgelo e la primavera. Qui in pianura, però, arriva in inverno, e quando fa freddo, ma tanto freddo, gonfia le piume per isolarsi dal gelo esterno finendo per assomigliare ad una palletta di sofficità in persona (si fa per dire) con uno sgargiante petto rosso.
E veniamo ora alla cinciarella, che sotto parecchi aspetti è invece tutto un altro paio di maniche. Per prima cosa, è quasi del tutto arboricola, quindi per vederla bisogna stare a testa in sù, come i sognatori o i birdwatcher. Ma i sognatori o i birdwatcher veloci però, perché le cinciarelle non stanno mai ferme un secondo, e quando si muovono si muovono con una rapidità tale che nemmeno l'occhio di Terminator riuscirebbe a starci dietro. È più piccina del Pettirosso, anche se di poco. Ma su queste scale anche poco vuol dire molto. E per finire, è anche meno comune. In totale, è ragionevolmente un oggetto sconosciuto o giù di lì per la maggior parte del genere umano, quindi meglio partire subito con la descrizione.  Come dicevo, è piccolina: una dozzina di centimetri scarsi dalla punta del becco a quella della coda. Il dorso tira sul verdone, per poi girare verso il blu man mano che scendiamo verso il fondoschiena e ancora più giù. Ma se il retro e piuttosto mimetico, il fronte è un'esplosione di colore. Di giallo, per essere più precisi, dal sottocoda al petto, a volte con un elegante riga nera longitudinale non troppo evidente. E non è finita, perché risalendo, appena sotto al becco, troviamo un piccolo bavaglino nero portato come una cravatta od un papillon, e sugli occhi una specie di mascherina di Zorro che incornicia due guanciotte candide come la neve. E terminiamo con la capigliatura, nel suo equivalente uccellesco ovviamente, che nel nostro caso è di un bel blu elettrico, portato con una certa eleganza. Eccola qui la nostra cinciarella, quindi: una cosina da niente con un piumaggio festaiolo, quasi un uccelletto ornamentale. E invece no, perché la cinciarella, nella sua categoria, è anche un'autentica teppista. Una bestiaccia, che non molla mai e sa farsi valere contro avversari di qualunque dimensione e natura, compresa la nostra, se serve. D'inverno, poi, abbandonata la sua natura solitaria e territoriale, si riunisce in vere e proprie bande, che a vedersele venire incontro fanno proprio paura.
E a questo punto possiamo anche riprendere la nostra storia, a partire da   un'altra cinciarella che compare quasi dal nulla per farsi sentire.

“Ma anche qui.”
“E qui.” Aggiunse una terza.
“Siete parecchie, oggi… Sei? Sette?”
“Sette. Un bel numero, non credi?”
“Così si dice..”
“Otto invece mi sembra un numero brutto.” Commentò una delle nuove arrivate.
“Anzi, bruttissimo. Specialmente se la mangiatoia è una sola.” Aggiunse un’altra.

Il pettirosso rimase un attimo indeciso sul da farsi. Quindi, senza proferire parola (o equivalente) spiccò il volo per planare subito dopo verso il prato del giardino e poi la siepe che aveva eletto a sua residenza per quell’inverno. I Pettirossi non sono certo animali da farsi mettere le zampe in testa, ma con quelle Cince c'era solo da rimetterci. Autentici bulli, ecco cosa erano. L'inverno fin lì era stato quasi tiepido e c'era ancora cibo in abbondanza un po’ dappertutto. La mangiatoia, poi, era sempre strapiena, e se faceva tanto di vuotarsi i proprietari (bontà loro) la rifornivano in giornata. Non c'era bisogno di fare i prepotenti. Lo facevano tanto per farlo, perché era così che venivano su, perché era l'unico modo che conoscevano per non sentirsi piccoli piccoli, come francobolli. Inutile farsene un cruccio, sarebbe tornato alla mangiatoia più tardi, tanto non si fermavano mai a lungo. E magari ci avrebbe anche incontrato il merlo o il codirosso, gente simpatica di ben altra pasta. L’ideale per fare quattro chiacchiere in un freddo pomeriggio d’inverno.

Il sole era tramontato da un po’, a breve sarebbe stato buio pesto. Buio come poteva diventarlo un giardino di città, si capisce. Ma i pettirossi non sono animali notturni, e l'illuminazione cittadina al nostro non dispiaceva più di tanto. Anche perché non solo non rovinava lo spettacolo, ma gli consentiva addirittura di avvicinarsi per assistervi in totale sicurezza. Beh, più o meno…  Balzò in cima ad un muretto, giusto per mettersi fuori tiro da pedoni e cani a passeggio. Mancava poco. Ecco, forse stava cominciando. Il balcone di fronte si illuminò per un istante di un bagliore quasi soffocato. Poi, più niente per qualche istante e quindi, d’improvviso, tutto il parapetto si accese di una cascata di luci colorate che si inseguivano senza sosta. Blu, rossi, gialli e verdi per cominciare, e poi altri ancora che non si capiva neanche bene se erano proprio colori o solo riflessi. Dopo qualche secondo anche il davanzale avvampò, e poi le finestre.. Il pettirosso sapeva il motivo di tutta quella luminaria. Era il Natale. Lui e tutta la sua specie conoscevano bene quella festa, perché a loro ricordava anche il motivo per cui il loro petto brillava di quel rosso scarlatto. Chiuse un attimo gli occhi, per richiamare le storie che gli raccontava il nonno..

“Devi sapere” diceva, “che in principio noi eravamo degli uccellini grigi, dalla punta del becco a quella della coda. Io avrei detto marroncini, ma la leggenda sostiene “grigi”, e allora restiamo sul grigio. Non che ci sia niente di male, intendiamoci, un colore è un colore. Il fatto è che non avevamo niente di rosso, ecco.
Poi, più di duemila anni addietro (secondo il conto degli uomini) capitò che uno dei nostri bis-bis-bisavoli, un sacco di bis, si trovasse dalle parti di Betlemme. Cose che succedono, noi Pettirossi siamo un po’ dappertutto del resto. Passando davanti ad una stalla notò all'interno, un po’ in disparte, una famigliola raccolta intorno ad un focolare con un bambino piccolo piccolo che sembrava dormire di gran gusto. Ah sì, mi ero dimenticato di dire che era notte. E che era inverno, ecco. Era notte ed era inverno. Il bimbo dormiva, dicevo, ed anche i genitori. La mamma lo stringeva forte forte per tenerlo al caldo, perché il fuoco che avrebbe dovuto riscaldarli era ormai ridotto ad una misera fiammella. Il nostro antenato capì subito che la faccenda poteva diventare pericolosa: faceva molto freddo quella notte, e le piume con cui gli umani si ricoprivano erano veramente poco adatte a quel clima. Senza neanche pensarci due volte, entrò nella stalla, si piazzò davanti al focolare e prese a battere le ali in una specie di volo da fermo, gettando aria sulle braci con tutta la forza che aveva. In breve il fuoco riprese a brillare vigorosamente, il bimbo aprì gli occhi a metà e cacciò una specie di farfuglìo che avrebbe anche potuto essere di approvazione. Incoraggiato, l’antenato aumentò il ritmo finché le fiamme non tornarono a sfavillare alte e potenti come non mai. Ora la luce del fuoco illuminava tutta la stalla, proiettando uno sgargiante riflesso rosso scarlatto sul petto del bisavolo mentre il calore si diffondeva gradevolmente tutto all’intorno. Per farla breve, visto il risultato il nostro eroe continuò entusiasticamente a sventolare aria per tutto la notte, e al mattino dopo scoprì che il riflesso rosso fuoco che colorava il suo petto non aveva nessuna intenzione di andarsene, anzi, sembrava diventato il colore vero e proprio delle sue stesse piume. Poi gli umani si svegliarono, e si profusero in ringraziamenti, offrendosi anche di condividere qualcosa della loro modesta scorta di cibo con l’antenato. Che dopo aver mangiato il loro pane e bevuto la loro acqua come si conviene in questi casi, salutò e ringraziò a sua volta, per tornare quindi alle sue occupazioni. Ora, tutti noi sappiamo che il bimbo addormentato era niente di meno che il figlio del nostro Creatore. Non solo nostro. Di tutti. Il Creatore, insomma. E che fu la sua riconoscenza a donarci il Rosso che ci contraddistingue. Sua e di Sua Madre. E del Padre. Loro, insomma. Ecco.”

Tornato al presente, il pettirosso si immerse nuovamente nello spettacolo di luci che ormai correva a pieno regime. Avverti qualcosa di freddo posarsi delicatamente sulle piume della nuca. Sollevò  lo sguardo: aveva preso a nevicare.. Difficile dire quanta ne sarebbe venuta giù, il cielo non si vedeva più da un pezzo. Ma sembrava una cosa seria. Ci sarebbe stata ressa, alla mangiatoia.

Natale


In settimana di neve ne era scesa parecchia, ma non in maniera esagerata. I bambini erano scesi a fare il canonico pupazzo con il naso di carota, si erano rincorsi, erano caduti a faccia in giù e a faccia in su nella coltre che copriva prato e vialetti, si erano sfidati a palle di neve, alcuni avevano vinto e altri perso, e quando aveva incominciato a far buio erano rientrati. Per ricominciare il giorno dopo, e quello dopo ancora, i bambini portavano sempre un sacco di allegria.
Oggi, ad ogni modo, era il giorno di Natale, e l’allegria era venuta da sè. C’era stato un sacco di movimento, fin dal mattino presto. Gente che andava e veniva, c’erano mille riti da eseguire in quel giorno, e ognuno aveva il suo, uguale eppure diverso da quello di tutti gli altri. Poi, in tarda mattinata, gli arrivi avevano incominciato a superare le partenze, e chi arrivava non lo faceva mai a mani vuote. A mezzogiorno in punto, beh, più o meno, in giro non si vedeva più nessuno, neanche a pagarlo. Erano tutti in casa, con le gambe sotto al tavolo. Così si dice, Anche nell’appartamento della mangiatoia si faceva festa. C’era un bel po’ di gente, e voci, e rumori. Ogni tanto qualcuno usciva sul balcone a prendere qualcosa, lasciando scappare all’aperto certe folate di aria calda così carica di profumi buoni che si potevano sentire fin giù di sotto, in giardino. Bene bene, questo voleva dire che tra non molto anche la mangiatoia sarebbe stata imbandita a festa. Ci sarebbero state un sacco di cose speciali, magari anche quel pane dolce di cui parlavano spesso i merli, sostenendo che era stato inventato proprio per loro. Fanfaronate, ma di certo era una squisitezza. C’era solo da aver pazienza. A metà pomeriggio, diffatti, uno dei costruttori uscì con un vassoio pieno zeppo di specialità e prese a rifornire la loro “tavola”. Ci mise il suo tempo per finire, tanto era carico, e poi tornò dentro, al calduccio. Il Pettirosso non ci pensò due volte, e si precipitò a piazzare, a sua volta, le zampe sotto la mangiatoia. Anche se nel suo caso era solo un modo di dire. Uno dei merli lo aveva preceduto, fiondandosi sul suo mucchietto di dolci preferito. Ma non era un problema, c'era spazio per tutti. Da una finestra alcune persone li stavano osservando con una certa soddisfazione. Neanche questo era un problema, accadeva regolarmente. E comunque si stancavano piuttosto rapidamente. Manco a dirlo, dopo appena poco di più che un attimo, arrivarono le cinciarelle. Il merlo schizzò via a precipizio. Il pettirosso invece proseguì, fingendo di non essersi accorto di nulla.

“Rosso!” lo chiamò la cincia di destra. Il rosso continuò a becchettare. “Rosso!” chiamò ancora, più forte.
“Che vuoi?”
“Questa è roba nostra. Pensavo ci fossimo capiti, ormai.”
“E’ che sono un po’ lento, sai? Dov’è che c’è scritto?” replicò, senza smettere di pranzare..
“Non fare il furbo con noi. Non ti conviene.”
“Ma certo che no. Allora sapete che facciamo? Se è roba vostra ve la lascio. Io ho altro da fare, del resto: scusate il disturbo e salutatemi a casa, quando ci tornate”

Detto fatto, spiccò il volo come nelle occasioni precedenti, senza pensarci poi troppo. Nel giro di qualche minuto la mangiatoia sarebbe tornata libera, era sempre così. E quelle bestiacce non sarebbero riuscite a mangiare tutto neanche fossero state grosse il doppio e dieci volte più numerose. Decise di aspettare nelle vicinanze, inutile sbattersi più di tanto.
Ora, è da sapere che gli uccelli non erano gli unici frequentatori del balcone. Questi costruttori di  mangiatoie, diffatti, tenevano anche due micie: una arancione, come il gatto Garfield, l’altra nera, con una piccola macchia bianca sul petto. Diverse tra di loro come il giorno e la notte, se l’arancione aveva comportamenti e abitudini (magari anche per motivi cromatici) quasi leonesche, la nera ricordava assolutamente una pantera.  E come una pantera, appunto, in questo preciso momento si stava avvicinando a passo di leopardo alla mangiatoia. Nessuno l’aveva vista uscire, eppure era lì. Improvvisamente balzò allo scoperto, ma invece di lanciarsi verso la preda si arrestò a mezza strada, appiattendosi al suolo come se questo fosse stato sufficiente a renderla invisibile. Non funzionò un granchè.

Il pettirosso, dalla sua posizione, stava osservando la scena con un misto di curiosità e preoccupazione. La mangiatoia stava un in un angolo, e per volar via le cincie avrebbero dovuto sorvolare a breve distanza la pantera in “agguato”. Sarebbe bastato un balzo ben calcolato per prenderle. Magari era proprio quello che voleva: acchiapparle al volo. Divertimenti gatteschi. Le cince intanto avevano inevitabilmente visto il pericolo, e fatti i loro conti avevano deciso di agire in maniera inaspettata: anziché fuggire avevano scelto di combattere. Bulli con i cosiddetti, tutto sommato.  Si erano piazzate in una stretta formazione a cuneo e avevano preso ad eseguire una specie di danza fatta di colpi sulle ali, pestoni di zampe, roteamenti di teste, smorfie, sbattimenti di becchi e cosa simili. Accompagnati da versi, strilli, grida ed altre amenità del genere. Avrebbe anche potuto apparire terrificante, ma sfortunatamente il gatto non sembrava essersi terrificato un granché. Agendo più che altro d'istinto, del resto faceva sempre così, il pettirosso decise di intervenire a supporto dei suoi fratelli di ordine. E sottordine, pure. Una questione di affinità tassonomica insomma. Si lanciò come un missile fin oltre le cime degli alberi, e ancora un po’ più in su (che brivido, non volava spesso così in alto), poi scese precipitevolissimevolmente verso balcone, planò a mille all’ora sopra alla nuca della gatta in agguato, ruotò su sé stesso come una trottola e atterrò perfettamente, sui classici tre punti, proprio di  fronte alla predatrice. Senza porre altro tempo in mezzo spalancò le ali e gonfiò le piume, mostrando tutto il rosso che aveva. Improvvisamente, senza nessun motivo apparente, tutte le luci del balcone si accesero e presero a lampeggiare furiosamente, mentre il pettirosso lanciava il suo urlo di guerra. E dire che non sapeva neanche di averne uno. Beh, tutto questo fu veramente troppo per la nostra gatta, che rassomigliando ad una pantera non poteva ovviamente avere un cuore da leone. Schizzò via come un fulmine verso la porta più vicina, e tanto fece a forza di zampate, miagolii e salti in alto, che qualcuno arrivò quasi subito per farla entrare. “Ma che hai, cucciolotta?” le domandò l'umana.  La cucciolotta però era già sparita nel soggiorno, dietro al divano. Le decorazioni sul balcone si spensero.

“Caspita, rosso. Chi l'avrebbe mai detto…”
Il Pettirosso si voltò con la seria intenzione di mandare a quel paese la cinciarella che aveva parlato e tutte le sue sorelle, ma improvvisamente tutte le luci di Natale si accesero nuovamente, abbagliandolo. Per un istante o due non fu più in grado di fare o pensare nulla, poi i fari si spensero. Ma tutto ormai era cambiato. La rabbia era svanita, il vaffa se ne era andato. Il Natale era tornato. Per la prima (e forse unica) volta avevano condiviso qualcosa, e questo non andava sprecato. Forse era quello che cercavano con il loro atteggiamento così aggressivo: un senso di appartenenza, noi contro tutti, ma almeno “noi”. Magari era la volta buona di allargarlo questo “noi”, e una volta iniziato, chissà fin dove si poteva arrivare. E in caso contrario, beh, comunque a Natale bisogna essere più buoni, è un must.

“Certo che siamo stati forti, vero?”
“Fortissimi, rosso. Una forza della natura!” Tutto il gruppo esplose in una risata liberatoria.La tensione si era spezzata.
“E avete visto che faccia ha fatto il gatto quando si sono accese le luci?” puntualizzò una voce.
“Uno spettacolo! E come è scappato via!” commentò un’altra.
“Nuovo spettacolo. A proposito, cos’è quella roba che facevate tutte insieme, in formazione?”
“Una danza di famiglia. Terrificante, vero?”
“Assolutamente. Si può imparare qualcosa?”
“Forse, ma non so se sei all’altezza..”
“Beh, magari poi possiamo provare. Accidenti, tutto questo movimento mi ha messo una gran fame. A voi no?”
“Già, ma qui c’è un’intera mangiatoia a disposizione.”
“E allora approfittiamone.”
“Diamoci sotto. Bello quel sistema di mostrare petto e ali con un movimento solo, magari lo mettiamo nella danza. Ma prima, distruggiamo questa mangiatoia, avanti.”

Magari non era un granché, ma era comunque un inizio..

Epilogo


La gatta arancione stava ancora osservano gli uccellini banchettare sul balcone quando la nera la raggiunse.

“Che hai combinato?” le chiese.
“IO? IO? Io non ho fatto niente. Sono uscita per mangiare un po’ dello strutto che i padroni riservano per i pennuti”
“Ancora?”
“Lo sai che mi piace. E poi ne mangio solo un poco e ne lascio abbastanza per tutti..”
“E allora?”
“E allora niente: la mangiatoia era occupata, quindi mi sono piazzata un po’ indietro ad aspettare che la liberassero. Ma bene in vista, così che fosse evidente che c’era una coda..”
“Va bene. E poi?”
“Beh, poi la gang degli uccellini invece di sbrigarsi a prendere quello che dovevano prendere e cedere il passo, hanno deciso di fare un flash mob fuori di testa. A quel punto è arrivato un altro uccello tutto rosso davanti che doveva avere qualche brutta malattia, e d’improvviso tutte le luci si sono messe a lampeggiare come se il balcone stesse per venire giù.”
“E tu cosa hai fatto?”
“E cosa dovevo fare? Mi trovavo chiusa in un posto largo come un fazzoletto che forse stava per crollare, con un branco di uccelletti psicopatici più uno che, per quel che ne sapevo, poteva aver preso il virus T ed essere lì lì per trasformarsi in uno Zombi, e tu mi chiedi che cosa ho fatto? Me la sono data a gambe, ecco che cosa ho fatto. E con tutta la velocità che avevo.”
“Mah, secondo me guardi troppa televisione.”
“Troppa televisione un piffero. La prossima volta, invece di stare a guardare alla finestra, vieni fuori a darmi una mano. E buon Natale.”
Detto questo, la gatta nera voltò le spalle alla sua compagna arancione e si diresse verso la cucina a vedere se era rimasta un po’ di panna nel suo piattino.
“Buon Natale” mormorò l’altra, avviandosi verso il divano e lasciandosi alle spalle, ormai dimenticato, il telecomando delle decorazioni di Natale per esterni con cui aveva giocherellato fino a pochi minuti prima.

Ecco, il racconto di Natale è finito. Ma prima di porgervi anche i miei auguri volevo indicare che i fatti narrati si ispirano ad una vicenda realmente accaduta. Solo i nomi di luoghi, animali e persone sono stati cambiati, per ovvie ragioni di privacy. E con questo è tutto. Tanti auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo.


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Illustrazione di Eugenio Bausola

Natale forcello


NATALE FORCELLO copia

Novembre, Ricetto di Candelo.

L'uomo richiuse la porta dietro di sé, consegnandosi all’Autunno.  Tra non molto avrebbe rimpianto il calore del camino davanti a cui si erano svolte le trattative, ma per il momento andava bene così. Era stata una buona giornata, assolutamente. A più di tre anni dalla grandinata del ‘905, che aveva distrutto i vigneti del Gattinara, riuscire a portarne a casa una fornitura ad un prezzo ragionevole era stata un’autentica fortuna. Brava gente, questi qui di Candelo. Commercianti, sicuro. Ma onesti, o quasi. E gente che vedeva lontano. Prima o poi la produzione dei vini sarebbe tornata a regime, c’era da scommetterci, ma nel frattempo quelli  stavano accumulando una fortuna. Mentre tanti altri, in Valle, erano stati costretti ad emigrare o ad andare a lavorare in fabbrica, e meno male che c’erano quelle, ad ogni modo. La Valle non sarebbe più stata quella di una volta, sicuro, ma la gente sarebbe vissuta per vedere tempi migliori, e quello era quello che contava per davvero. Un gemito prolungato proveniente dalla fitta nebbia che fluiva lungo i vicoli del ricetto lo riscosse dai suoi pensieri. Cosa era stato?  Ora non si sentiva più. Si guardò intorno, cercando di indovinare qualcosa, ma la fioca luce dei lampioni non aiutava per nulla. Il ricetto di Candelo era un autentico angolo di medioevo arrivato fino all’era moderna, con i suoi stretti vicoli lastricati e i muraglioni fortificati. Bellissimo, niente da dire, ma a quell’ora e con quel tempo anche piuttosto inquietante.  Chissà cosa altro poteva averlo seguito nel suo viaggio nel tempo, arrivando fin lì dai secoli oscuri. Che mica si chiamavano “oscuri” per niente. Rieccolo. Questa volta non cessò improvvisamente, ma anzi proseguì modulandosi in intensità e frequenza. Una seconda voce si unì alla prima, accordandosi alle sue variazioni. Musica, ecco cos’era! Un canto, oppure.. no, erano strumenti.. Come si chiamavano? Pive, ecco!  Incuriosito, l’uomo si incamminò in direzione del suono. Percorse un paio di stradine, attraversò una specie di piazzetta, arrivò fino ai muri perimetrali e poi tornò un tantino indietro, sempre immerso in una nebbia da poterci piantare i chiodi. Alla fine svoltò l’angolo giusto.  La musica, che intanto era cessata, non poteva che venire da lì: dalla bottega del Liutaio. Senza neanche sapere bene il perché, aprì la porta ed entrò nel laboratorio. Quattro facce stupite ed anche un po’ intimorite si voltarono a guardarlo. “Fate, fate pure. Non badate a me” li autorizzò l’uomo. A torto o a ragione, i quattro decisero di accogliere l’invito del nuovo arrivato e tornarono ai loro affari. Quello che doveva essere il Mastro Liutaio proseguì l’esame dei curiosi strumenti che si trovavano sul banco di lavoro, dettando di tanto in tanto istruzioni al suo ragazzo di bottega che si affrettava a prendere nota. Gli altri due, intanto, rispondevano alle domande poste, prelevando e dando fiato agli strumenti quando la cosa risultava necessaria o utile.
L’uomo si avvicinò al bancone, per osservare. Le due pive erano simili, eppure diverse. Erano entrambe formate da un sacco di pelle oblungo piuttosto consumato (di pecora o di capra si sarebbe detto), a cui erano ancorati, rispettivamente, tre e quattro legni che assomigliavano vagamente a dei flauti o dei pifferi, fatti di legno chiaro tirato a lucido. Era proprio su di uno di quelli che il Liutaio stava lavorando, con qualche incertezza è vero, ma anche con una certa efficacia. Nel mentre, i due Pivari mostravano di riuscire comunque a produrre una varietà di suoni impressionanti, muovendo le dita sui fori dei legni, soffiando nel sacco e premendolo per svuotarlo. Peccato che tutte quelle prove non mostrassero alcuna armonia. Però a quello si poteva anche rimediare.
“Scusate..” intervenne.
Nuovamente, gli altri quattro si interruppero e si voltarono a guardarlo.
“Potreste suonarmi qualcosa? Se non è di troppo disturbo, si intende. E se gli strumenti lo permettono.”
“Veramente stavamo facendo altro, al momento”  replicò il Liutaio.
“Certamente, non intendo interferire. Ma vorrei cionondimeno ascoltare qualcosa di Natalizio,  proprio qui ed ora. Naturalmente sarei disposto a compensare il disturbo” aggiunse, depositando sul bancone il prezzo di una discreta sedia a teatro.
Tentati dalla somma, o forse incuriositi dal personaggio, i Pivari imbracciarono i loro strumenti. “Tanto si doveva provare, no?” domandarono in direzione del Liutaio, il quale annuì senza troppa convinzione. Soddisfatta la forma, i due attaccarono a suonare un pezzo appartenete al repertorio richiesto, facendo quindi seguire un paio di brani assortiti tanto per gradire. Terminata la prova, tornarono a guardare quello che adesso era diventato un cliente, in attesa di un commento o di una nuova richiesta. 
Per tutta risposta ottennero un leggero applauso, che sembrava ad ogni buon conto trasmettere una certa soddisfazione.
“Bravi, ragazzi miei. Bravi, veramente. Complimenti. Questo è proprio quello che speravo di sentire.”
“Beh, grazie.” Rispose uno dei ragazzi. “E quando Mastro Antonietti avrà finito il lavoro, la mia Piva suonerà anche meglio.”
“Splendido!” proseguì l’altro. “Ma lasciate che mi presenti,  adesso. Mi chiamo Guglielmo Guglielmina e tra le altre cose sono il proprietario dell’Hotel Mottarone. E avrei una proposta da farvi.”

24 dicembre, Mottarone.

"E allora?" domandò Agostino. 
"Un momento" rispose Bartolomeo, sbuffando come una locomotiva. "Lasciami riprendere fiato." Aveva fatto tutta la strada di corsa proprio perchè non vedeva l'ora di portare la notizia al suo compaesano, ma adesso un attimo di respiro gli ci voleva proprio.  
"E allora?" ripeté il primo Pivaro dopo pochi istanti.
"Si può fare. Thomas ci  presta gli ski, come li chiama lui, e quando arriviamo giù li possiamo lasciare ad un tizio che è un amico suo. Poi ci pensa lui a farglieli avere." 
"E la pista?" 
"Mi ha spiegato tutto per filo e per segno, e dice che è talmente facile che anche due novellini come noi possono scenderla a occhi chiusi. Dice anche che se non ce la facciamo, per quest'anno smette di insegnare gli ski ai turisti e passa il resto dell''inverno a prenderci a pedate nel sedere."
"E allora facciamolo" dichiarò Agostino, mostrando più convinzione di quanta in realtà non ne avesse. Per due come loro, che avevano imparato ad usare gli sci appena appena, approfittando dei tempi morti della loro arte e della disponibilità del maestro di sci Svizzero che l’Hotel Mottarone metteva a disposizione dei suoi illustrissimi clienti, pensare di venir giù dal Mottarone da soli era semplicemente una follia. Ma era stata una stagione pazza, quella,  quindi una pazzia in più o una pazzia in meno che differenza faceva? E poi, divertimento a parte, era il modo più veloce per poter scendere a valle, e i patti con il Signor Guglielmina erano chiari: fino al termine del Galà di Mezzanotte loro dovevano ritenersi in servizio. Partendo, anzi, skiando alle prime luci dell'alba, però, avrebbero raggiunto Armeno in tempo per scroccare un passaggio 
a Don Giulio, che si doveva recare alla collegiata di Gozzano di prima mattina, non si ricordava più per che cosa. Lì, all'Albergo del Falcone, avrebbero poi senz'altro trovato un altro passaggio per arrivare almeno fino a Borgosesia, e magari anche a Biella. Natale è Natale, ma c'era sempre qualche carrettiere o qualcosa del genere che doveva viaggiare per forza, anche a dispetto dei Santi.  Da Biella in poi un qualche tipo di trasporto lo si sarebbe trovato, alla peggio si poteva salire a piedi.  E magari arrivare comunque a casa prima di notte, o al massimo per Santo Stefano. Certo, ci voleva un bel po' di fortuna appunto, ma la fortuna aiuta gli audaci, no?
“Oh, ma ti sei imbambolato?"
“Eh? No. O forse sì, ma solo un attimo. Cosa stavi dicendo?"
“Che sarebbe il caso di provare un po', per questa sera."
“Sì certo. Andiamo.”
Un po’ per vezzo e un po’ per necessità, fin dall’inizio avevano scelto di esercitarsi all’aperto, in “divisa” da Pivari. E un po’ in disparte, per evitare di svelare il repertorio e/o di infastidire i clienti. In fondo era solo una questione di punti di vista. Sul retro dell’albergo si trovavano un paio di stradine di servizio che venivano mantenute agibili anche durante l’inverno, quantomeno per un breve tratto. Una di queste accedeva ad una radura riparata dal bosco su due lati che pareva fatta apposta per suonarci con le Pive, o almeno così era sembrato a loro. E allora, quando potevano provavano proprio lì, solo che quella mattina il posto era occupato. In mezzo allo spiazzo innevato, evidente a più non posso, ci stava un uccello nero. Non un corvo o una cornacchia, ma piuttosto un gallo, o meglio, un galletto. Ne aveva sagoma (grosso modo) e dimensioni,  e a ben vedere anche il tipico portamento. Non mostrava cresta e bargigli evidenti, ma soltanto due vistose sopracciglia rosso fuoco. E un altrettanto vistosa coda candida, che però nella circostanza si confondeva un tantino con lo sfondo della neve. Sembrava razzolare nello spiazzo come avrebbe fatto un suo equivalente domestico in un’aia, o forse era solo l’impressione che dava mentre si faceva strada nella neve alta, intento a fare chissà cos’altro.  Seminascosti tra gli alberi, altri due ospiti dell’albergo stavano osservando la scena con evidente interesse. Uno dei due alzò la doppietta rimasta fino a quel momento celata al di sotto del pesante tabarro, prendendo la mira. Senza pensarci su due volte, Bartolomeo imbracciò la Piva e scatenò un vero e proprio uragano sonoro, una cosa da far paura. Istintivamente i cacciatori si voltarono a guardare, e quando tornarono a cercare la preda, beh, quella se ne era già andata da un pezzo. Bartolomeo allargò le braccia in loro direzione, come a dire “Sono qui per suonare, che ci volete fare?”. Quelli lo mandarono a quel paese con un gesto inequivocabile, poi girarono sui tacchi e andarono a cercare miglior fortuna altrove.
“Sì, e altrettanto anche  a Voi!” replicò Bartolomeo a mezza voce: erano pur sempre clienti dell’Albergo
 dopotutto.
“Non ti vanno proprio giù, vero?” commentò Agostino sogghignando.
“Chi? I cacciatori? E certo che no! Che male gli avrà fatto, poi, quella povera bestia?”
“Prova a chiederglielo. Guarda, è ancora lì.”
In effetti il gallo era tornato, e li stava guardando con quella che non poteva essere altro che curiosità. Bartolomeo suonò una manciata di note, una specie di saluto. Per tutta risposta l’altro aprì la coda a ventaglio, mettendo in mostra una bizzarra coppia di lunghissime penne laterali dalla punta ricurva che facevano rassomigliare il tutto a una..
“Com’è che si chiamava quella cosa che suonava Nerone mentre Roma bruciava?” domandò Bartolomeo.
“La Cetra?”
“Sì, quella lì. Non ti sembra che la sua coda assomigli a una Cetra?”
“O era una Lira? Che differenza c’è tra le due? Comunque sì, mi sembra. Neanche tanto, però. Ma è lui che fa queste voci?” Si sentiva uno strano risucchio, come lo scarico di un lavandino mal funzionante,  e un borbottio a metà strada tra il verso del piccione e quello del tacchino.
“Sembrerebbe di sì. Beh, se lui canta, noi suoniamo, no?”
“Siamo qui per questo. Attacca.” Ai primi accordi della melodia scelta per il compito
 il gallo prese a zompettare avanti e indietro, a saltare, a camminare in cerchio. E a sprofondare anche nella neve, ma quello probabilmente non rientrava nelle sue intenzioni. Sbalorditi, i due Pivari si interruppero per guardarlo, e altrettanto fece l’uccello. Ripartirono, e ripartì anche lui. Si fermarono nuovamente, e nuovamente si fermò anche quello. Dopo un po’ di tira e molla i musicisti decisero di proseguire indipendentemente dalle coreografie altrui,  e il volatile proseguì anche lui per una buona ventina di minuti. Poi, senza una ragione apparente, spiccò rumorosamente il volo e scomparve nel primo sottobosco.  
Rientrati in albergo, i due andarono a cercare il Rinaldo Covina, che faceva un po’ da guida per i turisti e aveva dimostrato di saperne più di tutti su piante e animali del posto.
“Era senz’altro un Gallo Forcello,  o Fagiano di Monte se preferite. Ma non ce li avete voi, dalle vostre parti?"
“Adesso che lo hai battezzato, mi sembra proprio di sì. Devo averne sentito parlare qualche volta.  Ma stanno sempre su in alto, come qui. I nostri galli del fondovalle al massimo sono Padovani, come le galline."
"Non ne avevo mai visti neanche io" intervenne Bartolomeo. "Fino ad oggi almeno." 
"Allora venite con me, che ve ne faccio vedere un altro."
"Qui in albergo?"
"Sì, venite.."
Passarono attraverso le cucine, sfidando le ire dei cuochi già ferocemente impegnati nella preparazione della cena del Galà di Natale,  e arrivarono fino alla hall, dove la direzione aveva allestito il tradizionale Presepe. 
"Ecco: date un occhiata là, sul tetto della capanna" li invitò il Covina. I due si avvicinarono per guardare. Sulla tettoia che riparava la Natività c'era un gallo nero che non poteva essere che il loro amico Forcello. 
"Non mi vorrai dire che ce ne era uno anche a Betlemme!" Protestò Bartolomeo. 
"No, no di certo. Però ci sono delle leggende che raccontano di come durante la notte di Natale, il primo Natale intendo, un gallo nero abbia cantato dal momento della nascita di Gesù fino all'alba successiva. Per portare al mondo la lieta novella, dicono alcuni. Oppure per tenere lontani i diavoli del deserto, sostengono altri. Insomma, il perché con si sa, ma comunque ha cantato."
"Ma davvero?"
"Proprio così, ne parla anche Shakespeare nell'Amleto. Qualcosa del genere, comunque."
"Beh, ma che c'entra il nostro gallo?"
"E' un'idea del nostro Don Giulio. Dice che dai versi che fa questo qui, è ovvio che deve essere stato lui a cantare tutta la notte da Gesù. E così si è giocato la voce.."
Dopo un istante di assestamento i due ragazzi scoppiarono in una sincera risata, risata a cui si unì subito anche la guida.
"Sarà venuto in montagna per curarsi" azzardò Agostino. "L'aria di queste parti è fenomenale per la gola, si sa."
"Comunque sono ancora più contento di aver fatto amicizia, oggi" commentò Bartolomeo. "E se è alle dipendenze dirette del capo lassù, speriamo che ci metta qualche buona parola, di tanto in tanto."
"Speriamo."
"Speriamo."

25 dicembre, Mottarone.


Bartolomeo si svegliò con gli occhi tutti appiccicati e la bocca che sapeva di segatura. Mamma mia, che festa. Avevano suonato prima, avevano suonato durante, e avevano suonato anche dopo, fuori, sulla neve. Le pive erano state un successone. Un Inglese, anzi, no: uno Scozzese, aveva anche provato a replicare un paio di melodie delle sue terre. Dove, diceva, si usavano degli strumenti molto simili ai loro. Il risultato non era stato all'altezza delle aspettative, ma tutti quanti si erano divertiti un mondo. Un Americano di Atlanta, Georgia, per un po' aveva requisito l’intera orchestrina cercando di far suonare quadriglie  e contraddanze, e anche un tipo di musica che lui chiamava "di campagna" e che giurava che prima o poi sarebbe partita dalla sua città alla conquista di tutti gli Stati Uniti d'America. Quelli veri, quantomeno. Ma il culmine della serata era stata la Messa di Mezzanotte, era perfino arrivato un prete apposta da Varallo per celebrarla. A Don Giulio non era piaciuto per niente, ma era un amico di famiglia dei proprietari. E poi lui non sarebbe potuto venire, ad ogni modo. Avevano bevuto troppo, e dormito troppo poco, ma adesso era ora di muoversi. Agostino era già più avanti, aveva recuperato un po' degli avanzi che avevano raccolto nelle cucine la sera prima e stava facendo colazione. "C'è la nebbia" dichiarò. 
"Hai guardato fuori?"
"No, mi hanno mandato un telegramma. Certo che ho guardato fuori."
"Nebbia o non nebbia, noi dobbiamo andare."
"E chi dice di  no? Però c'è la nebbia."
Mandato giù qualche boccone e preparato il necessario, i due si avventurarono all'aperto. 
"Caspita che nebbia!" esclamò Bartolomeo appena superata la porta. 
"E che ti avevo detto?"
"Sì, ma non mi aspettavo che fosse così spessa. Speriamo che si sollevi."
"Tecnicamente sono nuvole, ed è difficile che si sollevino più di tanto. Al massimo si diradano. O si spostano."
"Quello che è. Basta che si levino dalle scatole. Non si riesce neanche a capire da che parte si deve andare."
"Beh, non esageriamo. La pista si vede ancora."
"Più o meno. Comunque muoviamoci. Sono tutto rintronato, magari questo fresco mi rimette a posto."
"O ti ammazza. Dai andiamo."
Pochi minuti dopo la via era già perduta. Avevano probabilmente voltato a sinistra dove avrebbero dovuto voltare a destra. O erano andati dritti. O qualcos'altro. Di fatto, l'ultima discesa li aveva portati a un punto morto, con il bosco da una parte ed un versante impraticabile dall'altra. O, almeno, così sembrava. 
"E qui dove siamo, adesso?"
"Ne so quanto te. Sono dei pinnacoli quelle ombre laggiù?"
"O forse una cima." 
"Non ce ne dovrebbero essere lungo la pista."
"Non lungo quella giusta, quantomeno."
"Dici che ci siamo persi?"
"Sembra proprio di sì, a meno che... Ma cos'è questo rumore?" dalle chiazze di rododendri che spuntavano dalla neve proveniva uno strano risucchio, seguito spesso da un borbottio a metà strada tra il verso del piccione e quello del tacchino. 
"Deve essere uno di quei galli." 
Improvvisamente dalla  macchia sbucò una testolina nera sormontata da due 'sopracciglia' di un bel rosso vivo, cancellando ogni possibile dubbio. "Magari è proprio il nostro amico" azzardò Agostino.
"Può essere. Quanti mai ce ne saranno, qui?"
Intanto il Forcello si era fatto avanti.  Arrivato a circa un metro dai due Pivari si fermò ad osservarli in quella che non poteva essere altro che una posizione di attesa. 
"Mi dispiace, bello mio, ma questa volta non abbiamo il tempo per fermarci a suonare. Nemmeno per tirar fuori gli strumenti, a dire il vero. Ma ci ha fatto piacere incontrarti, se sei sempre tu."
Il Gallo li scrutò ancora per un secondo o due, poi girò sugli speroni e si avviò sui suoi passi per qualche metro. Quindi si voltò nuovamente e tornò a fissarli.
"Ma cosa vuole, secondo te?" domandò Bartolomeo più a se stesso che al socio, muovendosi quasi automaticamente verso l'animale. "E adesso che fa?" Il Gallo si era allontanato di qualche altro metro, come per mantenere le distanze, ma poi si era fermato nuovamente a guardarli.
"Secondo me vuole che lo seguiamo" rispose alla fine Agostino.
"E dove?" 
"Cosa vuoi che ne sappia. Magari ci vuole presentare la famiglia."
"Facile."
"O magari conosce una strada per scendere a valle."
"E magari ci porta lui in bicicletta."
"Bravo, fai anche lo spiritoso, così si offende e ci molla qui." 
"Ma non starai pensando di seguirlo sul serio?"
"Abbiamo fatto cose più strane."
"Dimmene tre."
"Comunque, che altra scelta abbiamo? Non si vede un accidente, non sappiamo dove siamo o da che parte andare, e intanto Don Giulio tra una mezz'ora al massimo scende a Gozzano, che ci siamo o no."
"Un po' ci aspetta, l'hai sentito."
"Un'altra mezz'ora al massimo. Poi deve partire, altrimenti non arriva in tempo neanche lui."
"E allora seguiamo il  Gallo?"
"Hai un'idea migliore?" 
Bartolomeo si girò verso il volatile. "Allora vada pure, signore. Noi la seguiamo."
Come a dimostrare di aver compreso il messaggio, il Gallo si avviò immediatamente, seguito alla meglio dai due Pivari ancora montati su sci. A volte spiccava il volo per brevi tratti, sempre preoccupandosi però di rimanere in vista. A volte risaliva il pendio o scalava una gobba, con i due amici che arrancavano dietro avanzando a"liska di pescie", come diceva Thomas. Per la maggior parte del tempo, però, si limitava a guidarli giù lungo un tracciato che vedeva solo lui e che consentiva anche ai due principianti di tenere il passo. Dopo un viaggio durato un'eternità, anche se poi non doveva essere stata neppure un'ora, la foschia prese a diradarsi. Il cielo si fece più luminoso, e qua e là cominciarono a comparire i contorni delle nuvole (o dei banchi di nebbia), agitati da una brezza invisibile ma piuttosto vigorosa. Infine apparvero i primi squarci di sereno, e tutto d'un colpo il gruppetto si trovò allo scoperto, al centro di un'incantevole prato innevato. Il Forcello si arrestò nuovamente, voltandosi per controllare il risultato. Poi gloglottò sonoramente un paio di volte ed infine volò via, rientrando nel nebbione e sparendo alla vista.
"Tanti saluti anche te, amico mio. E grazie per il passaggio" gli gridò dietro Agostino.
"E Buone Feste, quelle rimaste  almeno. Ci rivediamo tra qualche giorno" completò Bartolomeo. "Ma tornando a noi, hai capito dove siamo finiti? Non vedo i Laghi, né a destra né a sinistra. E anche queste montagne qui davanti non mi suonano giuste, anche se in un certo qual modo mi sembrano familiari."
"Giù a Sud c'è una città piuttosto grande, potrebbe essere Gozzano. O Borgomanero."
"Non mi quadra. E' troppo grossa. E poi, se lo fosse, il Lago d'Orta sarebbe proprio qui di fianco. Dove invece c'è quel fiume."
"Aspetta: lo so io dove siamo.  Quello è il Cervo, e la città a valle è Biella."
"Lo sapevo. Sei impazzito."
"Ma no, guarda: Rosazza (lo vedi il castello?), San Paolo, Sagliano e..”
"Andorno! Ti venisse un colpo, siamo a neanche un ora da casa!"
"Ed è tutta discesa."
"Ma come è possibile?"
"Merito della nostra guida, immagino."
"Ammesso e non concesso, la domanda rimane: come è possibile?"
"Avrà piazzato quella buona parola presso le sue amicizie altolocate, ricordi? Francamente, non lo so e non mi importa. L'unica cosa che conta è che se ci diamo una mossa invece di stare qui a friggere aria, magari riusciamo ad arrivare a casa per il pranzo. 
"Giusto. Allora scendiamo."
Precipitarono a valle ad una velocità che neanche una valanga avrebbe potuto eguagliare, raggiungendo le prime abitazioni del paese in anche meno dell'ora preventivata. Per caso o per combinazione, che poi è la stessa cosa, la prima persona che incontrarono fu il Giuseppe, cioè il cognato di Agostino. 
"Ma guarda un po' chi si vede, i due artisti. Ma non dovevate rimanere su all'albergo fino a Natale?"
"Già. E difatti che giorno è oggi?"
"La Vigilia."
Il Beppe non era il suo parente (o affine) più sveglio.
"No, caro. La vigilia era ieri, e di conseguenza oggi è Natale. 
"Ascolta: non so che calendario usiate su in montagna, ma qui oggi è la Vigilia, e il Santo Natale è domani. E se non credi a me, credi al parroco. Don Dino, che giorno è oggi?"
Il parroco stava giusto passando di li. "Ma hai già bevuto a quest'ora Beppe?"
"No, è mio cognato che ha dei problemi con il calendario."
"E' la Vigilia di Natale. Perché, che credeva?"

24 dicembre, Tavigliano.

La messa di Mezzanotte stava per incominciare. Agostino raggiunse Bartolomeo per scambiare due parole, dal rientro in paese i due non avevano più avuto occasione di incontrarsi. 
"Sai," attaccò, "questo pomeriggio pensavo che sarebbe stato divertente riuscire a rientrare in Albergo in giornata, giusto per vedere le nostre facce nel vedere le nostre facce."
"Curioso, non mi era venuto in mente. In effetti sarebbe stato divertente."
"E invece siamo qui. E ad ogni modo non so se mi sarei creduto."
"Forse dovremmo dire che siamo 'anche' qui'."
"Certo che è un Natale strano questo." 
"Un doppio Natale. Un Natale Forcello."
"Già, proprio Forcello."
"E allora facciamoci gli Auguri"  
"E allora Buon Natale. Buon Natale di qua e di là."
"Buon Natale a Noi, Buon Natale a Tutti."


E Buon Natale anche ai lettori.


Natale Forcello by Fabrizio Burlone is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.

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Illustrazione di Eugenio Bausola

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