Albatro

..e il camaleonte rispose: "Pensavo di essere io la creatura più antica sulla terra. Io che vivevo sulle cime degli alberi quando il mondo era ancora sommerso, e che per questo ho la coda e le zampe fatte apposta per arrampicarsi..."
Ma l'albatro scosse la testa. "La mia famiglia solcava questi cieli quando sotto di noi non vi era che fuoco, cenere e roccia ribollente. Volavamo insieme, incessantemente, senza mai trovare un luogo ove fermarsi, ove sostare... anche solo per un istante. Quando i miei genitori morirono li caricai nel becco e continuai a volare, e volare, e volare. Poi comparvero le acque, dapprima, e i grandi alberi, e in ultimo le terre, su cui potei finalmente posarli e lasciarli a giacere per l'eternità. Quel fardello nel corso dei millenni ha piegato all'ingiù il mio becco, come tu puoi ben vedere, e questa è la mia insegna, a ricordo della mia famiglia e dei primi tempi, quando c'era soltanto il cielo." Allora il camaleonte, commosso, si inchinò con reverenza davanti all'albatro, riconoscendolo come il più antico degli animali...

Nonno Geremia fece una pausa, aspettando che qualcuno dei piccoli dicesse la sua. Erano rimasti in silenzio ad ascoltare fino ad adesso e già non stavano più nelle piume. "Ma che cosa è un albatro?" Chiese uno dei più giovani. I ragazzi del secondo anno ridacchiarono, dandosi di ala..."Buoni, state buoni. Del Camaleonte non importa niente a nessuno? Comunque l'albatro è un fratello che vive sempre sul mare, molto, molto più a sud di qui. L'albatro della storia si chiama albatro urlatore, e si dice che, dalla punta di un'ala a quella dell'altra, sia il più grande di tutti gli uccelli. Quasi due volte una cicogna come noi, che già non siamo piccolini.""E perchè vive sempre sul mare?""I venti del mare Oceano gli hanno donato la forma, ma il l'Oceano è un abile mercante e se ti dà una cosa se ne prende sempre un'altra in cambio. Nel vento l'albatro può volare più a lungo e più lontano di qualunque altro uccello, ma le grandi correnti del cielo che lo sostengono nascono e corrono solo sulle immense distese dei mari meridionali. In cambio del suo dono l'Oceano si è procurato un amico fedele, ma direi che è stato un buon mercato per tutti e due.""E come è fatto?""Chi, l'Oceano o l'albatro"I bambini risero "Ma l'albatro, nonno.."
"Assomiglia a un grande gabbiano, con il becco adunco (e noi sappiamo perchè) e le zampe azzurre come il cielo al mattino.. E' di piuma bianca, ma con il dorso delle ali nero che cala anche un po' al di sotto, specie da giovane. Sono proprio le ali a farne quel gran volatore che è. Sottili, lunghissime, tanto che sembrano impossibili da ripiegare, lo tengono su nell'aria per ore, per giorni senza neppure un battito, o quasi.""Ma questo lo sappiamo fare anche noi.." protestò qualcuno.."E anche piuttosto bene, direi." continuò Geremia. "Per questo quando dico che loro sono speciali intendo proprio speciali. Un albatro potrebbe percorrere tutta la via che noi voliamo nelle nostre migrazioni in cinque o sei giorni, e poi ci saluterebbe e proseguirebbe per i fatti suoi. Perchè per lui quella sarebbe stata appena una passeggiatina fuori casa..""E' davvero l'animale più antico del mondo?"
"Questo non lo so. Chi mi ha raccontato la storia dice che fa parte della tradizione di un posto che si chiama Ghana. E che viene da tempi talmente remoti che potrebbe anche essere vera. Ma magari è vera solo a metà, magari è inventata di sana pianta. Però è una bella storia."
"Triste."
"Più che altro solenne, ma gli albatri sono uccelli solenni."
"Ne conosci qualcuno?"
Geremia ci pensò su per un attimo, più per amor di spettacolo che per necessità.
"Sì, ma è veramente tanto, tanto tempo che non li incontro più. Da quando anche io mi spingevo giù, a sud. Ricordo di uno, in particolare, che aveva una storia altrettanto bella e triste.. ah già, 'solenne' dovrei dire. Ma ormai vi sarete stufati di ascoltare vecchie storie, è tutta la mattina che siamo qui.."
"No, no, nonno. Una ci sta ancora comoda comoda."
"Ma siete sicuri?"
"Sicuri. Dai, nonno!"
"Dai nonno, non farti pregare.."
"Dai, nonno..."
"E va bene. Allora, come ho detto è una cosa di tanti anni fa...


Quell'inverno mi ero deciso di andare a vedere una buona volta fin dove arrivasse la terra su cui andavamo a migrare."
"L'Africa!" si sentì bisbigliare nel gruppo..
"Sì, ma a quel tempo nessuno la chiamava così. Comunque, vola e rivola, alla lunga arrivo alla fine."
"Il Capo di Buona Speranza!" si ribisbigliò..
"Ma chi è che vuole fare il saputello? E invece no, l'Africa non finisce lì. Finisce a Capo Agulhas."
Uno dei giovani del secondo anno cercò di scomparire alla vista.
"Ma a capo Agulhas non c'era e non c'è niente, a parte sassi, gorghi e correnti. E nebbie improvvise. Allora mi sono messo a vagabondare un po' di qua e un po' di là, e alla fine sono arrivato proprio al promontorio che un giorno si sarebbe chiamato "Capo di Buona Speranza". Beh, quello è tutta un'altra cosa. Girando in giro mi ero casualmente ritrovato sulla costa occidentale, un po' più in su di dove avrebbero poi costruito la città. Decido di scendere la costa, seguendo la via dei venti, ed ecco che mentre volteggio sulla baia mi si para improvvisamente davanti una montagna, una parete diritta, quasi verticale che sale, sale, sale fino a scomparire tra le nuvole."
"E tu non l'avevi vista, nonno?"
"E no che non l'avevo vista, perchè era tutta coperta dalla nebbia, prima. Poi si era alzata un po' di brezza, era filtrato un po' di sole, ed eccola lì. Alla fine anche il vento aveva preso un po' di coraggio e aveva portato via le nuvole, scoprendo la cima. Solo che la cima non c'è, la montagna finisce piatta. Piatta come l'acqua del lago, piatta come un prato in pianura. Piatta come una tavola, perchè quella è la montagna della Tavola. Io mi alzo sulla baia, sorvolo un picco che assomiglia alla testa di un leone e poi la parete della tavola che la chiude la baia. La supero, qualche nuvola si è impigliata sul bordo ed è rimasta lì a sventolare, come una piuma di garzetta. Davanti a me si stende una catena di picchi, rocche e altopiani, che scendono in mare con scogliere improvvise o spiagge di sabbia finissima e.. "
"Nonno.."
"Eh? "
"L'albatro, nonno.."
"Ah, sì. Adesso ci arrivo. Allora: io me ne sto lì tranquillo tranquillo sulla mia cengia a guardare i pinguini dabbasso.."
"I pinguini!" esclamarono in coro tutti i ragazzi..
"Eh sì, laggiù ci sono anche i pinguini, ma questa è un'altra storia. Io ero lì, dicevo, e mi sento una voce che viene da dove doveva esserci solo cielo."
- Buongiorno..
Alzo la testa e mi trovo praticamente faccia a faccia con questo gabbiano gigante, immobile, inchiodato nell'aria. Sappiamo tutti come è difficile volare a ridosso delle pareti, no? Ci sono correnti, vuoti d'aria, turbolenze, figuratevi poi se sotto ti sbattono le onde di un oceano... E invece quello era lì, fermo come un sasso. A guardare bene, ma proprio bene, muoveva forse una penna o due su tutta l'ala. E stava lì..
- Buongiorno - mi ripete.
- B.. b.. bbuongiorno.. - rispondo io.
- Non è mia abitudine disturbare i fratelli che stanno riposando, ma mi chiedevo se non fosse troppo domandare la sua collaborazione per sciogliere un mio dubbio.. -
- Eh? No, scusi. Mi dica.."
- Lei non ha l'aspetto di un Ciconide del luogo. Viene forse dal Nord? -
- Beh, in effetti, direi proprio che è così.
- Proprio come avevo immaginato, grazie... Ancora una cosa, se posso...
- Sì?
- E tanto che manco dal Nord, potrebbe mettermi al corrente degli ultimi avvenimenti?
E così mi fermo lì a parlare con questo tizio, io sulla cengia, lui per aria, ed era davvero tanto che non passava dalle nostre parti. Mentre chiacchieriamo il pomeriggio diventa quasi sera, il cielo gira dal blu al rosso e quando, in alto, splendono già le prime due stelle della croce del sud, quello si muove, si alza quasi per magia, passa sopra la mia testa e scompare dietro il bordo dell'altopiano sovrastante. Siccome mi pare di aver sentito qualcosa sul tipo 'vado ad atterrare qua sopra' (ma devo ammettere che ero rimasto un attimo stranito, era stato come vedere improvvisamente animarsi un dipinto), mi tuffo anche io, prendo un po' di quota e seguo la stessa direzione. Qualche istante dopo lo vedo mentre plana su una traiettoria di atterraggio, l'eleganza fatta penne e piume. Si allinea contro il vento, ruota l'asse delle ali, sporge i piedi (di un azzurro intenso, lo vedo solo adesso), con un movimento di fluidità straordinaria alza le ali a orecchia d'asino, tocca terra e ... si ribalta. Una volta, due, rotola in una palla disordinata e poi si raddrizza barcollando. Saltella. Inciampa. Si stabilizza. Mi precipito al suo fianco.
- Tutto bene? - domando preoccupato..
- Sì, sì tutto bene. Mi capita piuttosto spesso, è che non siamo fatti per la terra e.. Mi permetto di far notare che non è bello ridere dei guai degli altri. -
- Chiedo scusa ma non riesco ad evitarlo, sa, deve essere per lo spavento. -
- Già, anche questo mi capita piuttosto spesso. -
Me lo aveva detto con un mezzo sorriso sul becco, e, a ripensarci, credo che sia stata l'unica volta in tutti gli anni che abbiamo viaggiato insieme in cui l'ho visto sorridere, o quasi.
Comunque, nei giorni a seguire siamo poi diventati buoni amici, ed è da lui che ho imparato la maggior parte delle tecniche di volo a vela che mi sforzo di insegnare anche a voi. Che volate peggio dei pinguini di prima.
Dal gruppo arrivò qualche accenno di contestazione, poi qualcuno si ricordò della storia.
"Ma è questa la storia dell'albatro?""No" rispose Geremia, "questa è la storia di come ci siamo conosciuti. Ma siccome da qui vedo almeno una mezza dozzina di mamme arrabbiatissime che stanno ancora aspettando i loro bambini, dichiaro finita la lezione di oggi e il resto ve lo racconto un'altra volta."Questa volta le proteste furono più sostenute."Buoni, state buoni.. tanto domani siamo ancora qui, no? O dopodomani, tuttalpiù."Per nulla convinti, giovani e giovanotti ruppero le righe dirigendosi verso le occupazioni quotidiane.
"Domani o dopodomani.. Sì, l'ultima volta c'è voluto un mese.." mugugnò uno.
"Se poi tra un mese se la ricorda ancora.." osservò un secondo."Che ci vuoi fare, è l'età.." sottolineò un terzo.
"L'età è quella che è, ma l'udito è ancora buono." replicò Geremia, ormai da lontano.
Nessuno sentì la necessità di aggiungere altro.

Con un piccolo aiuto



Tanti anni fa, in un paese lontano lontano, ma così lontano che alla mattina il sole dovevano mandarglielo a dorso di mulo, vivevano tante persone. E, fra le tante, una come tutte le altre: non era un guerriero od un poeta, un re o un eroe, solo uno qualunque.  Uno di quelli che si incrociano per caso per strada e si dimenticano subito dopo. Ma la Sorte, che sa che nessun uomo è davvero come tutti gli altri e che ciascuno ha una sua strada da percorrere, aveva comunque passato anni e anni a spargere segni ed indicazioni che potessero guidare anche lui, perché questo rientra nei Suoi doveri. E lui aveva passato anni ed anni a non comprenderli, perché nel cuore degli uomini le risposte finiscono sempre per perdersi nel frastuono delle domande.

Così, alla fine, avevano preso ad ignorarsi l’un l’altro, un ignorarsi vagamente astioso.
Non che ci fosse stato troppo tempo per pensarci su, ad ogni modo, perché perfino laggiù, in un posto così lontano, vivere la giornata richiedeva un sacco di lavoro. Poi i giorni erano diventati mesi, i mesi anni ed infine anche gli anni erano passati, l’uno dopo l’altro, mentre tutto continuava semplicemente ad accadere.

Anche quel giorno era iniziato esattamente uguale a ogni altro, ma appena giunto in città al nostro uomo si era subito presentata l'evidenza che invece no, quel giorno doveva avere un qualcosa di speciale. La piazza del mercato, che dava sul porto, era di solito gremita di gente affaccendata nei mestieri e negli affari più vari e disparati. C’erano commercianti di spezie provenienti dall'altra parte del mondo, contadini e pastori che portavano in città i loro prodotti nella speranza di concludere qualche buon baratto. C'era chi comparava e chi vendeva: pesce e seta, vasi e gioielli, tessuti e derrate. E attrezzi, stoviglie, tappeti, sementi, metalli, servi e animali di ogni foggia e misura. Ma anche sapere, opinioni ed eloquenza erano all'asta. Per promuovere una ragione, scrivere ad un parente od a una amata, far diventare più forte una ragione debole o il suo opposto. Qualunque fosse il commercio, nessuna offerta sembrava mai all'altezza della richiesta, e viceversa. Trovare un giusto mezzo che lasciasse le parti ugualmente scontente finiva sempre per richiedere ore ed ore di estenuanti trattative. E buoni polmoni. Ma fortunatamente i contendenti non mancavano di assistenza e c’era sempre qualcuno intento a provvedere a cibo e bevande, movimento, pulizia, sicurezza, cure mediche e in fin dei conti a qualunque servizio o prestazione (lecita od illecita che fosse) che sembrasse necessaria o gradita. In cambio di un onesto guadagno, si intende. E visto che non di solo pane vive l’uomo, al mercato venivano ad esibirsi, anche musici e poeti, nani e saltimbanchi, fachiri, giocolieri, ballerine, incantatori di serpenti, fenomeni e chi più ne ha, più ne metta.

Anche quel giorno, come tutti gli altri, il mercato si mostrava gremito come al solito, anzi, più del solito, molto di più… Ma nessuno comprava o vendeva. Tutti, ma proprio tutti, si accalcavano verso il molo, spingendo, strattonando, rischiando di finire in acqua ad ogni slancio o di scaraventare in acqua coloro che avevano già guadagnato le prime file. Incuriosito, il nostro uomo si avvicinò al alla folla ma da ogni posizione accessibile la visione era sempre la stessa: un muro di dorsi sudati e di nuche. E, in fondo in fondo, una singola vela attraccata alla banchina.
“Che succede?” domandò a qualcuno, vincendo l’abitudine a non impicciarsi negli affari degli altri. “Cos’è tutto questo trambusto?”.
“E’ il profeta” gli venne risposto da più parti, “la sua nave è giunta, e ora sta per lasciarci”.
“Guardate, guardate ora,” annunciò qualcun altro nella folla “è Almitra, la veggente... Ascoltate: sta per parlare...”.
Il silenzio scese sulla piazza. Tutti insieme, per una volta, uomini e donne tacquero. Anche il resto della creazione parve trattenere il fiato: le foglie smisero di stormire, gli uccelli di cantare, le onde di rincorrersi, il vento di soffiare, ogni singolo granello di polvere di rotolare. Nessun passo, o suono qualsivoglia, risuonò più sul lastricato.

Attirata dal boato di quel silenzio, la Sorte abbandonò per un istante le sue tante incombenze e guardò giù in paese. Vide con soddisfazione che tutto era esattamente come doveva essere, ma proprio quando aveva già deciso di ritornare alle cose importanti notò in mezzo alla folla un viso familiare, il viso di uno dei suoi tanti figli. Uno che Le era caro come tutti gli altri, ma che per ragioni che non ricordava nemmeno più sentiva di aveva perso di vista tanto tempo addietro. In un attimo, che per chi deve essere dappertutto e provvedere a tutto è un tempo sufficiente per cambiare anche il corso di una vita, prese una decisione.

Nell'assoluta immobilità della piazza un gabbiano si alzò nell'aria. Seguendone d’istinto il volo, lo sguardo di un uomo, un uomo che veniva da un paese così lontano che alla mattina il sole dovevano mandarglielo a dorso di mulo, incrociò una mano che da una specie di cornicione lo invitava a salire. Senza sapere neppure perché, l’uomo si afferrò a quella mano. Altre mani si unirono alla prima, issandolo a sedere, mentre gente che non aveva mai visto in vita sua gli sorrideva e si stringeva per fargli spazio. Proprio come si fa spazio ad un amico che si unisce alla tavola. Non senza aver rischiato di precipitare più di una volta, la balconata trovò infine una certa stabilità, giusto mentre il profeta interpellato da Almitra iniziava a parlare. Dal luogo da cui sorveglia il mondo anche la Sorte sorrise,  poi tornò finalmente ai suoi doveri incombenti.

La barca su cui era salito il Profeta stava ormai per scavalcare l’orizzonte, ma la gente esitava ancora ad abbandonare quella giornata speciale. Dal fondo della piazza un uomo, un uomo che nessuno si ricordava di aver mai visto lì prima d'ora, avanzava lentamente tra la calca. Arrivò fino quasi al molo e poi si sedette all'ombra di una delle case che vi facevano ala. Tranquillamente, come uno che e' arrivato esattamente dove doveva arrivare, aprì la sua bisaccia ed estrasse dei fogli su cui erano scarabocchiati i conti dei suoi affari. Strappò quella parte della sua vita con un gesto deciso, e, su quello che rimaneva, prese a scrivere con mano ferma nel suo alfabeto. Passò del tempo, e quando interruppe il suo lavoro e alzò lo sguardo scoprì di trovarsi al centro di un gruppo di astanti. Tra di essi la veggente, la donna che aveva parlato per prima al profeta, che si fece avanti.
"Mi serviranno altri fogli" le disse lui, semplicemente. Lei annui. In qualche modo, qualcuno li avrebbe portati. Lei non sapeva leggere l'alfabeto, ma sapeva comunque cosa avrebbero raccontato gli strani segni che l'uomo andava tracciando. Era l'addio di un profeta, e cominciava pressapoco così: "Disse allora Almitra, Parlaci dell'Amore. E lui sollevò il capo e guardò verso il popolo, e scese una grande quiete. E con voce intensa, disse: quando l'amore vi chiama, seguitelo..."

La vanità, si dice, e' il più grande di tutti i peccati. Eppure, negli anni, la Sorte non poté non sentirsi particolarmente compiaciuta di quanto aveva concorso a far accadere ad Orfalese. E di quel contadino che, diventato cronista e poi apostolo, aveva compiuto la sua Via e tramandato alle generazioni future le parole di un Profeta. Certo, Lei aveva solo alzato in volo un gabbiano: la Sorte non può di certo spingere un cuore a porgere una mano ne' un altro ad afferrarla. Nessuno lo può, perché spetta a ciascun uomo la scelta  di ascoltare il proprio cuore oppure di ignorarlo.

Eppure, pensò in un pensiero rivolto all'insù, quante volte senza un suo intervento questi cuori restano sordi e muti gli uni agli altri... E quali magnifiche opere un uomo come tanti può realizzare, con giusto un po' di fede ed una mano che gli viene in aiuto.
La sorte sorrise e, forse, dall'alto anche la Mano Che Ha Scritto Tutto sorrise con lei.

PS il Profeta di questa storia è quello di Kahlil Gibran, http://it.wikipedia.org/wiki/Khalil_Gibran

"Con un piccolo aiuto" by Fabrizio Burlone is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
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The Virgininans

Everybody is in place, now, keeping an eye on me and another one on the open ground in front of us. Raising my right hand, well, wing, I point Norfolk, Richmond and Danville, assigning them to the usual scouting routine. A faint movement into the thick and they're gone. Good. Now we just have to wait, which makes some time for a brief introduction. This is the Bobwhite Quail Search & Rescue (CSAR) Team Number Four. I'm in charge of it. We're all  tenth.. eleventh... whatever.. generation Virginian immigrants. Decades have passed since our great, great, grandparents were stolen from US flatlands and brought here to serve as shooting targets. I've never been to Virginia, none of us has, but we still feel a strong sense of belonging. I'm not putting any blame on anyone for what has happened. Not anymore. It was another time and to a certain degree another place.  We've gotten over that, and we think of this place as "home" by now. And it's not a bad place. It's a vast plateau, rich in moors, wastelands, meadows, woods and groves. Some birds migrating from Africa told us it looks like the savannah. They were probably only trying to impress us, but we've picked up the word. And the term used in Southern Africa as well: "veld". Which is even more fitting, as far as I've been told. From our place you can see a wide mountain range (some peaks look quite amazing), there aren't too many humans settlements and we've not seen a pack of hunters for ages.  Don't get me wrong, this is no holiday resort. You can still get yourself killed in a road accident, chased by a bird of prey, eaten by a fox or a weasel. Shot "by mistake", attacked by a dog, caught in a trap. Your eggs and your chicks are no safer than in any other place. Summarizing, you're still in the dungeons of the food pyramid. But, like I told you, it is the place we like to call "home".
Let's get back to the point, now. Perhaps you have never seen any of us. Actually you're not supposed to, we're spooks. However, we're half way between a Partridge and a Quail, both in size and weight. Let's say 25 cm and 200 grams. In my opinion we look like Partridges, what sets us apart is our black and white striped cap. Seeing is understanding, but, again, it's highly unlikely you'll get even a glimpse of us. We're spooks. 

The boys are back, two of them at least. Norfolk is still missing. After a short while we hear his whistle coming from the other side of the clearing. I whistle back, then we move on. That's right, our whistle can be of some help for you. It is unmistakable. You still won't see us, but at least you know we're there. We're right in the middle of the clearing now, but not an easier target yet. Unless you can fly of course. Or, unless you hunt by smell. Or.. well, I don't feel comfortable at all out in the open now. I would be sweating if I could. But this is the fastest way, and this time faster is better than safer. We cross the low grassland on the run, few seconds of sheer panic. Just kidding. Then we're again in the thick, that unfortunately is not that thick hereabouts. Norfolk just rejoined the group; we keep moving fast among ferns, brooms and heathers.
"Buzzard!" Richmond whistled.
"Freeze!" I call.
All of a sudden nothing is moving at ground level. Just some greenery waved by the wind and the shade of a large bird of prey circling high above.  We stay motionless for something around a couple of minutes, while the buzzard flies away. 
"Move!" And we move on, again. 

We're getting close to the human reserve. We ain't gonna enter it, but we have to walk around the border. Which is dangerous enough.  A few days ago humans cleared a large slice of land. Their purpose is far beyond my understanding, but as an immediate consequence a small number of our families has been cut off from the rest of us. Which makes for a very dangerous situation. I can understand that at least. Well, we're gonna fix it.
Something moving just on the verge of my peripheral vision.
"Halt! Regroup!" I call.
Actually I'm not really "calling", you don't wanna make yourself heard when you're hanging around in a hostile territory. Most of the time we communicate through hands, well, wing gestures. This one was a wing raised and waved in a circle. The squad gathers quickly.
"Predator..", I whisper "..four legs, good size."
"Dog?"
"Nah. Smaller, faster. Cat most likely."
Now we proceed in close formation, on the alert. It takes close to no time to obtain a clear identification, since in a matter of seconds the cat jumps right in the middle of us. As per our standard response to a ground-to-ground attack, we take off, picking up a route at random. Then we land within a hundred yards or so and finally we regroup by marching. Generally speaking, cats encountered so close to human settlements are not a problems for trained soldiers. Most of the time they're not hunting for food, they just wanna play. So, if you're very quick at disengaging they'll just look for another toy, and that's it.  We're marching along the border of the wide opening now. Scouts have reported a small ditch running across the clearing. We'll run over the open ground, relying on the cover of the ditch in case. 

So far, so good, I should say. We're in the bush again. We've spread out as thin as we can to cover the largest portion of terrain. Sooner or later we will pick up a lost call from the kids or perhaps a rally call from the parents. In the meantime we do what troopers all around the world do for most of their time: we keep marching. A whistle on my left: Fairfax, I guess. We go for that. Private Firefax is waiting for us under a thorn bush.
"There" He points.
"Good work man." I congratulate him "C'mon folks, straighten up and try to look like soldiers." We put together a sort of reassuring parade and move on into the umpteenth clearing. Under a large oak tree a mother hen is delivering some kind of lecture to a group of kids. That's the outlook at least, but now everyone is just staring at us. Time to make a speech.
"Good afternoon, Ma'am We.. ehm..err.. We're the Search and Rescue Team Number Four and we're here to ehmm.. search and.. rescue. You. All"
Ok, public speaking is not my job.
"Well done, boy" - she answers back - "You've found us. Now shut up and let us finish our class."
A good soldiers knows when it's time to fight and when it's time to run. So we pull out into the thick grass waiting for our turn. I can see a very tough job ahead of us to bring our folks back to safety. But that's what we're trained for. 
We're infantry, we lead the way. Follow us!. 

Down in the moors, not very far from there, the quick brown fox jumps over the lazy dog. But that's nothing to do with us.

I Virgininiani.


Tutti in posizione: un occhio su di me e uno sul terreno aperto che ci sta di fronte. Alzo la mano, beh, l'ala destra e punto Norfolk, Richmond e Danville, assegnando a loro il solito giro di esplorazione. Un movimento appena percettibile tra i cespugli e sono andati. Bravi ragazzi. Adesso c'è solo da aspettare, il che ci lascia un po' di tempo per una breve presentazione. Siamo la Quarta Unità di Ricerca e Soccorso (CSAR) dei Colini della Virginia. Io sono l'ufficiale in comando. Siamo la decima.. undicesima.. quello che è... generazione di immigrati Virginiani.  Sono passate intere decadi da quando i nostri bis, bis, bisnonni
sono stati portati via dalle pianure americane per finire qui a fare da bersagli
da tiro a segno. Io non ho mai visto la Virginia, nessuno di noi ci è mai stato, però ci sentiamo ancora fortemente Virginiani.
Non biasimo nessuno per quanto ci è accaduto, è stato in un altro tempo e in un certo qual modo anche in un altro luogo. E' una cosa che abbiamo superato da una vita, e ormai quando pensiamo a "casa" pensiamo proprio a questa terra. E non è una brutta casa. E un vasto altopiano, ricco di prati, incolti, brughiere, boschi e boschetti. Alcuni migratori dall'Africa ci hanno detto che assomiglia alla savana. Probabilmente stavano solo cercando di impressionarci, comunque abbiamo imparato la parola. E anche "Veld", che è il termine usato nel Sud dell'Africa e, sempre stando a quanto ci hanno detto, è ancora più calzante. Si vede anche una vasta catena di montagne da qui (alcune vette sembrano  veramente straordinarie), non ci sono troppi insediamenti umani e non abbiamo incontrato un cacciatore da secoli. Intendiamoci, non è un villaggio vacanze. Puoi ancora lasciarci le penne in un incidente stradale. O catturato da un uccello da preda, o divorato da una volpe o da una faina. Sparato "per sbaglio", attaccato da un cane, preso in una trappola... Le uova e i pulcini non sono più al sicuro che altrove. Riassumendo: sei ancora nella cantina della piramide alimentare. Ma, come ho detto, questo è il posto che a noi piace chiamare "casa".

Torniamo alla presentazione. Dubito ci abbiate mai visti. A dire il vero non ci si aspetta che possiate farlo, noi siamo ombre. Comunque, siamo una via di mezzo tra una quaglia e una pernice. Diciamo 25 centimetri per 2 etti di peso. Secondo me però assomigliamo di più alle pernici. Quello che ci distingue è il nostro caschetto a strisce bianconere. Vedere per credere, ma, ripeto, non è che mi aspetti che ci riusciate. Siamo ombre.

I ragazzi sono ritornati, due di loro almeno. Norfolk non c'è. Dopo un attimo sentiamo il suo fischio arrivare dall'altra parte della radura. Rispondo e ci muoviamo. Ecco, il nostro fischio può esservi di qualche aiuto. E' inconfondibile. Continuerete a non vederci, ma almeno saprete che siamo nei dintorni...
Siamo nel bel mezzo della radura ormai, ma ancora piuttosto coperti. A meno che uno non sappia volare, ovviamente. O cacci a fiuto. O anche.. Accidenti, adesso non mi sento più per nulla a mio agio. Sarei tutto sudato, se potessi. Ma questa resta la via più veloce, e per una volta la rapidità di intenvento è più importante della sicurezza. Attraversiamo l'erba bassa di corsa, dieci secondi di paura. Scherzavo. Poi siamo di nuovo nel folto, che sfortunatamente da queste parti non è cosi folto. Nel frattempo Norfolk si è riunito al gruppo. Avanziamo velocemente tra erica, felci e ginestre. 
"Poiana!" fischia Richmond.
"Fissi!"
Ogni azione sul terreno viene bruscamente interrotta, congelata. Non si muove più niente,  a parte un po' di verdura che si agita nel vento e l'ombra di un grosso uccello da preda che vola in cerchio più in su, in alto. Restiamo immobili per un paio di minuti buoni, mentre la poiana prosegue per la sua strada. 
"Muoversi!" Ci muoviamo.

Siamo arrivati nelle vicinanze della riserva umana. Non dobbiamo entrarci, solo girarci tutto intorno, il che costituisce comunque un rischio fin troppo grande per i miei gusti. Alcuni giorni fa gli umani hanno ripulito una vasta fetta di terreno. I loro disegni vanno come sempre ben aldilà delle mie capacità di comprensione, ma come conseguenza immediata la cosa ha di fatto tagliato fuori dal gruppo alcune delle nostre famiglie, mettendole in una gran brutta posizione. E questo lo posso capire. Bene, ce ne occuperemo noi.
Qualcosa si è mosso, proprio sul bordo della mia visione periferica.
"Stop! Raggrupparsi!" ordino.
A dire il vero non sono "ordini" nel senso comune del termine, di quelli urlati, intendo.. Non è una buona idea farsi sentire chiaro e forte quando ci si trova in territorio ostile. Il più delle volte comunichiamo tramite un codice a gesti, in questo caso mano, beh, ala, alzata e ruotata in cerchio. La squadra si raggruppa velocemente.
"Predatore" bisbiglio "quattro zampe, discrete dimensioni".
"Cane?"
"Nah.. Più piccolo, più veloce. Probabilmente un gatto.
Avanziamo in formazione compatta, sul chi vive.. Non ci vuole molto per ottenere un'identificazione più precisa, visto che dopo pochi secondi proprio un gatto piomba nel bel mezzo del gruppo. Come da procedura di reazione standard contro gli attacchi da terra-terra, schizziamo in volo pigliando una direzione a caso. Quindi atterriamo entro un centinaio di metri circa e ci raggruppiamo più avanti, a piedi. In genere i gatti incontrati nelle vicinanze degli insediamenti umani non costituiscono un problema per un soldato addestrato. Il più delle volte vogliono solo giocare e se uno è molto, molto veloce a sganciarsi il gatto si cerca un altro gioco e la cosa finisce lì.
Proseguiamo lungo il bordo dell'apertura. Gli esploratori hanno trovato un fosso che la percorre per tutta la sua larghezza. Attraverseremo lì, contando sulla copertura del fosso in caso di necessità.

Fin qui tutto bene, direi. Siamo di nuovo nella boscaglia, ci siamo allargati il più possibile per coprire una maggior porzione di territorio. Presto o tardi dovremmo sentire uno dei richiami di abbandono dei piccoli o un richiamo di adunata di un adulto. Nel frattempo facciamo quello che fa la fanteria di tutto il mondo per la maggior parte del tempo: marciamo. Un fischio alla mia sinistra: Fairfax, mi pare. Andiamo da quella parte, ci sta aspettando nel bel mezzo di un roveto.
"Là.." Indica.
"Ottimo lavoro, ragazzo. Avanti, gente, datevi una sistemata e cercate di assomigliare a dei veri soldati. "
Mettiamo insieme una formazione approssimativamente rassicurante e avanziamo nell'ennesima radura. Al riparo di una grande quercia mamma chioccia sta tenendo una qualche specie di lezione. Almeno, questo sarebbe il colpo d'occhio, anche se adesso si sono fermati tutti e stanno guardando noi. Probabilmente dovrei dire qualche cosa..
"Buon pomeriggio, signora. Siamo ehm..err.. la Quarta Unità di Ricerca e Soccorso e..  siamo qui per ehm.. trovare e... e soccorrere. Voi. Tutti."
Ok, tenere discorsi non è il mio mestiere..
"Ben fatto, figliolo." - risponde mamma chioccia - "Ci avete trovato. E adesso statevene buoni e lasciateci finire la lezione, va bene?"
Un buon soldato sa sempre quand'è il momento di combattere e quando è quello di ritirarsi. Pertanto, ci ritiriamo in buon ordine sotto alle frasche, aspettando il nostro turno.. Prevedo un duro lavoro per riportare a casa la nostra gente. Ma in fondo è proprio per questo genere di cose che ci addestriamo.
Noi siamo la fanteria, apriamo la strada.
Seguiteci!

Agosto da Pellegrino

Dino era falco di città. Si era trasferito in centro anni addietro, e non se ne era mai pentito. Tutto quanto a portata di mano, un ambiente ben tenuto, parchi, giardini, vicini che dopo un po' li conosci tutti e tutti conoscono te eccetera.. Da casa sua, proprio accanto alla basilica, il panorama dei tetti del centro storico poi era uno spettacolo. Certo, suo cugino di Roma aveva di dirimpetto una basilica ben più importante e vicini di casa più, come dire... altolocati. Ma qui c'era meno traffico, meno confusione, meno pericoli..
La città, piccola o  grande, però ha pure i suoi inconvenienti, e uno in particolare di questi tempi gli stava togliendo anche il sonno. Miii, ma che caldo! Ma come si fa? A parte che tra muri e selciato è come campare in mezzo alle rocce, che già  fa qualche grado in più di suo. E se provi a ne scappartene in alto, il caldo ti viene su dal di sotto a farti compagnia. A parte i condizionatori, le auto, i cantieri tutte quelle altre alzate d'ingegno che d'estate non fanno altro che aggiungere calura a calura, fuori.. A parte che erano giorni che non c'era un filo di vento, neanche oltre ai tetti delle case, neanche a pagare. A parte tutto, miii.. ma che umidità. Ci volevano i polmoni di un pesce, o almeno di una rana per respirare. Da ammattire. Sono le risaie, non ci puoi fare niente, gli dicevano. E invece ci poteva fare qualcosa sì, perdinci. Poteva andare al mare. Suo cugino, il Falco Della Regina, già ci stava. Aveva fatto nido su di un isola in un piccolo arcipelago, un poco più a sud. "Tu t'hai da venirmi a trovare" gli raccomandava sempre "Sole, mare, aria bona, oh che tu voi d'altro? E fermati qualche giorno, dico, 'un siamo mica in capo al mondo..." Bene, quest'anno l'avrebbe preso in parola.
E così era partito con le prime termiche della giornata, era salito in alto in alto e poi si era tuffato verso il mare. Andando a quasi a sbattere conto un muro di altri volatili ancora prima dell'appennino. Sali di quota, scendi di quota, vira a dritta, vira a sinistra: inutile. Era come volare  in stormo, una cosa inconcepibile. Si marciava ancora, però che pa... che seccatura, volevo dire. Un po' per ammazzare il tempo, un po' per curiosità, attaccò bottone con un gabbiano alla sua destra. "Ma ci sono già le migrazioni, quest'anno?"
"Le migrazioni?" rispose l'altro? "Uè , ma da dove vieni? Dalla val brembana?"
"No, è che non me ne intendo molto, sa, io sto in città.."
"Ma perchè, ti sembro un campagnolo, io, testina? Io abito in darsena, se permetti, a Milano. Quindi non venire a fare lo splendido con me, hai capito?"
"No, no, per carità.. E' solo che mi chiedevo che cosa ci facessero qui tutti questi uccelli.."
"Son venuti a pettinare le bambole, no? Perchè tu che ci fai?"
"Veramente io sto andando a trovare un mio amico, al mare..."
"Bravo, Leonardo, e magari visto che è agosto, fa caldo e il mare è proprio qui davanti, anche gli altri stanno andando a trovare qualcuno al mare, o magari stanno andando al mare e basta, no?" 
"Tutti quanti?"
"No, solo i primi cinque davanti. Gli altri non sapevano cosa fare e si son detti, andiamo a vedere dove vanno questi cinque qui. Poi la voce si è sparsa, un curioso tira l'altro... Tutti quanti, certo. Ma da dove vieni te le ferie non le fanno?"
"E' solo che non mi aspettavo tutta questa calca..." 
"Eh già, perchè al mare ci vuoi andare solo tu, d'estate. Senti, la conversazione è interessante, ma io devo girare che ho la titti, la simo e la lella che mi stanno già aspettando, giù a Varazze. Ci vediamo in giro, eh?"
"Va bene, e grazie per l'informazione.."
"Un piacere, simpaticone. E stammi bene, eh.."
Detto questo piegò d'ala e sparì tra folla. Solo allora Dino si accorse che avevano finalmente superato l'appennino e di fronte a loro, immenso, si apriva il mare. La maggior parte del traffico stava defluendo verso ponente, un altra bella fetta verso levante e pochi, veramente pochi, lo seguivano in linea retta verso il mare. Normalmente non l'avrebbe fatto neanche lui, ma se restava ancora altri dieci minuti in coda finiva che ammazzava qualcuno. 
Dopo qualche ora di volo, faticoso ma fondamentalmente tranquillo, comparvero finalmente i primi scogli dell'arcipelago di destinazione. E alla fine le isole stesse. Miii.. ma che ressa. 
E non solo di uccelli questa volta, ma anche, e soprattutto, di umani: ogni spiaggia, spiaggetta, lembo o striscia di sabbia, terrapieno, prato, praticello, scoglio piatto, scoglio quasi piatto, spianata, pontile, galleggiante, insomma, qualunque  superficie anche solo parzialmente adatta a distendersi ospitava un carico umano impossibile. C'erano umani bianchi, rosa, rossi, marrone e neri. A strisce colorate e in tinta unita. Grossi, piccoli, medi, maschi, femmine, giovani, anziani, c'erano tutti, non mancava proprio nessuno. E dove, per motivi di spazio, non ci stavano loro, ci stavano i gabbiani. Mii.. quanti gabbiani: comuni, reali, corsi, glauchi, corallini, tridattili, gabbianelli, gavine, zafferani, mugniaiacci.. beh, forse ne ho messo qualcuno di troppo. Ma è anche facile che me ne sia dimenticato qualcun altro, quindi andiamo alla pari. E garzette, nibbi, falchi pellegrini, della regina,  gheppi, sterne, e solo per parlare di quelli avvistati così, a colpo d'occhio. Scoraggiato da quell'imprevista difficoltà, Dino si posò sull'unica roccia rimasta libera, praticamente a pelo dell'acqua. E la roccia, facendogli quasi venire un infarto, tirò fuori la testa e protestò. 
"Senti, bello, vabbè che non pesi niente, ma almeno chiedere prima di allargarti ti sembrava proprio così brutto?"
"Ma tu parli!" esclamò Dino.
"Se parli tu, bello, perchè non dovrei farlo io."
"Beh, una roccia.."
"Roccia a chi, bello? Io sono una tartaruga."
"Una tartaruga! Ma certo! Ne avevo sentito parlare, ma non ne avevo mai viste.."
"E invece eccomi qui, bello: tartaruga comune, caretta caretta.  Senti, bello, conti di rimanere appiccicato alla mia schiena ancora per tanto? Non per farla difficile, bello, ma io lì avanti devo proprio andare sotto, altrimenti ciao pranzo e ciao cena. "
"No, no, scusa. Stavo solo riordinando le idee, sai non mi aspettavo tutta questa confusione.."
"Ah, ma qui è sempre così in stagione. E' il bello di agosto, bello."
"Se sembra bello a te.."
"Ma certo che è bello, bello. E' l'estate: gente, musica, casino, sole e mare. Dura quel che dura,  una settimana, due. Tre se sei fortunato.  E poi torni al tuo profilo. Ma se te la sei giocata bene, bello, ti resta dentro tutto l'anno."
"Ma tutta questa gente.." 
"Non morde, bello. Buttati a pesce. Magari ne riesci anche a tirarne fuori qualcosa. Gira, vai sul pezzo, chiedi. Sei qui da solo?"
"Ho un cugino che abita da queste parti, ma non sono sicuro di riuscire a trovarlo."
"Provaci, bello, le dritte degli indigeni sono sempre di primissima. E se non ce la fai, torna qui che te ne do qualcuna io."
"Sei di qui?"
"No, bello. Sono nata su un isola così lontana che se te lo dico ti vengono le penne bianche. Ma ci vogliono ancora un sacco di anni prima che mi tocchi di tornare al nido. E nel frattempo, l'estate me la faccio qua, sulle onde, da quando sapevo ancora di uovo."
"Ma c'è qualche posto un po' più quieto?"
"Certo che c'è, bello.  Adesso ti dico, ma poi tu ti scolli e te lo vai a cercare, vale?"



"E così mi sono trovato un posticino niente male: una caletta un po' fuori mano, ma in cinque minuti ero da mio cugino. Alla mattina si andava a pesca, dovrei dire a caccia ma lì ovviamente tutto quanto sapeva di pesce. Di pomeriggio ce ne stavamo tranquilli tranquilli, al fresco, sotto alla brezza. Come dei signori. Alla sera: cena, un po' volo di gruppo, un po' di relazioni pubbliche e se non si combinava niente di interessante a nanna."
"Tutto riposo, quindi" domandò il vicino. 
"Direi di sì. Di cose da fare e da vedere ce ne erano, ma avevo proprio bisogno di rilassarmi un tantino. Verso fine mese poi sono arrivati i temporali che davano il segnale di fine stagione, e sono rientrato. Si sta bene anche qui, adesso."
"Beh, sembra proprio un bel posto. Magari l'anno prossimo ci vado anche io."
"Magari. Io ho conservato qualche indirizzo, magari facciamo un gruppo, no?"
"Potrebbe essere una buona idea. Beh, comunque manca un anno, e nel frattempo ho del lavoro da sbrigare. Ci vediamo.. ". 
"Ci vediamo, e salutami a casa..". 
Dino si soffermò un attimo a guardare il vicino che si allontanava, poi il suo sguardo fu attratto dalla cupola. Era bello anche essere a casa, oggi. Era tutto un po' più bello. 

Quindi, che le abbiate fatte, che le dobbiate fare o che le stiate facendo, buone ferie. E se per quest'anno si salta, buona estate comunque, e speriamo che l'estate ci tenga compagnia anche per tutto l'inverno..

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Illustrazione di Eugenio Bausola

Lodolaio R2

Sono un Lodolaio, Falco Subbuteo se preferite, uno dei più piccoli rapaci diurni europei. Trenta centimetri dalla punta del becco alla fine della coda, una settantina di apertura alare e meno di due etti peso. Ma, soprattutto, una macchina per il volo ASSOLUTAMENTE perfetta. Non sono facile da vedere, ma neanche impossibile. Adesso, ad esempio, sono qui su di uno dei miei posatoi preferiti intento al pre-flight check quotidiano. Il controllo prima del decollo, come lo chiama un mio amico. Si parte dal piumaggio. Il colore mi sembra perfetto, ha la sua importanza anche come indice del mio stato di salute. Dorso grigio-ardesia, petto chiaro fortemente striato di grigio. Ardesia. Nero. Quello che è... Calzoni e sottocoda color ruggine. Cappuccio scuro, base del becco e zampe sul giallo. Punta del becco scura, mustacchi ben definiti, scuri. Guance bianche. Anche questa mattina direi che è tutto a posto. Ho un po' di piume da sistemare sul davanti, ma questo si aggiusta in un attimo. Tocca alle ali: le distendo, con calma. La copertura è pulita, le remiganti si muovono agevolmente. Batto un paio di volte, sento i pettorali che si gonfiano, il battito cardiaco che accelera. La portanza è buona, la spinta è potente. Tutto bene. Ruoto il collo a dritta e a manca e ne approfitto per controllare anche il movimento delle timoniere della coda. Tutte luci verdi. Bene, direi che sono pronto, ora c'è solo da attendere l'occasione. Rondoni in alto a ore 2. Troppo presto, meglio fare un po' di riscaldamento, prima.

Salto. Mi raccolgo, ma non troppo, per prendere un po' di velocità in discesa. A un metro e qualcosa da terra ruoto le ali in una mezza cabrata. Mi stabilizzo e proseguo in volo battuto, teso. In questa fase i miei movimenti assomigliano parecchio a quelli dei rondoni di cui dicevo prima, il che mi fornisce una certa mimetizzazione. Sento il vento di corsa sulla faccia, lo avverto scivolare sulle piume, sostenere il mio peso come una specie di magia. Inclinando le ali eseguo un paio di virate e controvirate, per il puro gusto di farlo. Accumulo un po' di quota, è troppo presto per le termiche quindi salgo a forza di braccia. Si fa per dire. Livello, giro un po' in planata piatta quindi, di già che ci sono, aggiungo un paio di tonneau e una mezza S. Va bene che è solo un riscaldamento, ma nulla vieta di divertirsi. Scendo in progressione fino all'altezza del posatoio, spalanco le ali all'ultimo momento, che sembra quasi che mi stia per schiantare. Zampe avanti, afferro il ramo e sono arrivato. Tonificante. Potrei quasi dire "esaltante", non fosse che tutto sommato è solo un volo di routine..

Occupiamoci degli affari, allora. Con una vista a 10 ingrandimenti, da qui ho tutto il mondo a portata di mano. Ci sono sempre i rondoni. Potrei salire in quota, attendere l'occasione e poi attaccare sulla picchiata. Non sarò un pellegrino, ma è un trucchetto che viene bene anche a me. Però non è il massimo con i rondoni, perchè sono bestie che sanno volare. Ed è anche una tecnica piuttosto noiosa, salire, aspettare eccetera. Forse quei colombacci laggiù, nell'altro campo. Quella sì che sarebbe una buona caccia. I colombacci tendono a fare il nido nei dintorni di dove io ho fissato il mio. Fanno conto sulla mia protezione nei confronti di gazze, cornacchie eccetera. Difendendo i miei piccoli, difendo anche i loro. Qualche volta, in cambio, mi faccio offrire la cena. Il buonsenso mi dice i rondoni, ma visto che decido io, credo che andrò per i colombacci. Basta pensarla bene.

Salto. Le ali restano semichiuse, a portanza minima. Raccolgo tutta la velocità possibile. Esco dalla mini picchiata con fluidità, conservando il momento. Scivolo d'ala verso dritta e in un lampo sono sparito. Sto volando in un fossato, a pelo d'acqua, al di sotto del livello della campagna circostante. Micidiale! Proseguo a volo battuto, mettendoci tutta la forza che ho. Non devo alzarmi, devo rimanere nel tunnel. Adesso arriva il difficile: virata a coltello. Effettuo una rotazione sull'asse fino a portare le ali aperte in verticale, a perpendicolo sul terreno. La punta dell'ala in basso fa da perno. Sento l'accelerazione centrifuga che cerca di portarmi via mentre la traiettoria piega a sinistra. Quanti G causerà una manovra come questa? La portanza diventa totalmente orizzontale, vale a dire che l'aria non mi sostiene, ma mi trattiene. Come una pista parabolica. E' questione di poche frazioni di secondo, adesso devo livellare. Subito. Volando nella copertura offerta dal fossato non ho potuto tenere d'occhio le prede durante l'avvicinamento, ora tutto dipende dalla bontà dei miei calcoli e dalla fortuna. Sbuco come un proiettile sul terreno aperto, a poco più di un metro dal suolo. Sono veloce, maledettamente veloce: una bomba intelligente, un missile guidato. I colombacci mi vedono. Identifico un bersaglio, calcolo al volo la direzione del suo tentativo di fuga. E' troppo lento, non ce la può fare. Gli sono addosso. Protendo gli artigli, mi preparo ad assorbire l'impatto.

Un lampo di luce. Poi il nero.

- E allora? Cos'è successo?
- Che non siamo ancora pronti con gli attacchi a terra. E' per questo che continuavamo a suggerirti i rondoni. - risponde una voce incorporea.
- I lodolai sono famosi per la caccia aerea, non sono neanche strutturati per catturare prede a terra. Si possono rompere le ossa nell'impatto. Dovevi proprio fare l'originale? - rincara una seconda voce..
- Guarda che vale per gli attacchi in picchiata, - protesto - non per quelli in volo piatto. Se scendi a 130 km/h contro qualcosa di appoggiato al terreno, ti si spaccano pure le tue di ossa. Il colombaccio si era alzato, e io attaccavo sulla stessa quota, non in picchiata... I lodolai metà delle volte cacciano in questo modo. Ma che te lo dico a fare..
- Vabbè, comunque non eravamo ancora pronti.
- Ecchecavolo! Io mi diverto di più con il volo radente. E poi avrò ben diritto ad un minimo di iniziativa, altrimenti che razza di simulatore è?
- Non litighiamo, dai. A parte il blocco, come ti è sembrato? - chiede la prima voce.
- Una bomba, ragazzi. Più che realistico: reale. Al 100%. Questa release spacca.
- Vuoi fare un altro giro?
- E come no, se c'è tempo.
- Se non c'è lo simuliamo. Niente volo radente, però.

Sono un Grifone, quasi tre metri di apertura alare. Sto volteggiando in una termica a due, forse tremila metri dal suolo. Sforzo zero. Sotto di me scorrono boschi e prati, forre e dirupi, nevai e morene, sentieri e strade. Campi, vigne, case e casolari. Con un movimento appena percettibile scivolo d'ala e cambio versante, con un altro supero uno spartiacque e sorvolo un altro massiccio, una diversa vallata, un fiume, una cascata. Passo un lago, giro intorno a una vetta. In pochi minuti percorro distanze che voi, laggiù, a terra, non riuscite neppure a pensare.
Dite la verità: non vorreste essere al mio posto?

L'agogna morta

La prima ad accorgersene fu la carpa. Aveva in mente di dare un'occhiata a uno dei prati sommersi subito dopo la curva, a valle, ma si era impantanata che mancavano ancora un sacco di colpi di pinna per arrivare a destinazione. Era parecchio, ormai, che superare la piega dell'ansa si era fatto difficile. Restava sempre meno acqua, e oggi non ce ne era proprio più. Pensò di sguazzare nel fango fin oltre l'ostacolo, le carpe sono brave a farlo. Non come le anguille, ma se la cavano.. Però non era piacevole, e c'era sempre il rischio degli uccelli: da quando l'acqua aveva incominciato ad abbassarsi avevano imparato ad appostarsi proprio lì per acchiappare i pesci di passaggio. Poco sportivo, ma efficace. Comunque, visto che non era l'unico posto del circondario dove andare a pascolare, la carpa aveva fatto solo un bel dietro front e non ci aveva pensato più. Fino a qualche giorno dopo, quando le capitò di parlarne con la tinca. La tinca lo disse al barbo. Il barbo al persico. Il persico al luccio. Il luccio, che per lavoro viaggiava parecchio, si ricordò di aver sentito una storia simile circolare all'altro capo dell'ansa. E allora, per togliersi il dubbio, si mise le pinne in spalla ed andò a controllare di persona. Arrivato dall'altra parte trovò in effetti un banco di sabbia a bloccare la via e, in acqua, solo un gruppo di avannotti. Alborelle probabilmente, così piccole che si faceva fatica a vederle. Chissà perchè gli altri pesci lo evitavano come peste. Era lì, in piena vista, era evidente che non fosse in caccia. Bah. "Ragazzino!" Uno degli avannotti si fece avanti.
"Dice a me signore?"
"Sì, a te. Quant'è che non si passa più di qua?"
"Da che mi ricordo io, di qua non si è mai passato, signore."
"Eh?"
"Questa è la fine del mondo, signore. Dove vuole andare?"
"Non importa ragazzino. Grazie."

Il luccio se ne tornò a valle, con la coda tra le pinne. Bisognava indagare fuori dall'acqua e, di conseguenza, fuori dalla sua portata. Avrebbe chiesto alle rane, che stanno un po' di là e un po' di qua. Prima però gli toccava convincerle che non era in caccia. Che fissazione!
"E se fosse una diga?"
"Una diga?" domandò il luccio.
"Ma sì" continuò la rana, "la tartaruga mi ha detto che lungo il fiume hanno visto quei topi che fanno le dighe."
"Ce ne fossero, sarebbero castori, non topi." Obiettò il topo campagnolo, che aveva visto i due chiacchierare e, incuriosito, si era avvicinato ad ascoltare. "Ma qui non ce ne sono. Nè ce ne sono mai stati."
"Sicuro?" chiese la rana, poco convinta..
"Siamo parenti, vuoi che non lo sappia?"
"Visto che sai così tante cose, perchè non ci dai una mano?" propose il luccio?
"Niente da fare, amico. In primo luogo odio l'umidità: sono topo di campo, io, non di fosso. E, in secondo luogo, di te non mi fido, luccio."
"Ma che fissazione, però!"

La rana ritornò già la sera successiva. "C'è poco da dire. Io e le mie sorelle ci siamo passate la voce e abbiamo fatto qualche giro... L'ansa è chiusa a monte e a valle, e non è solo una secca di traverso, è proprio sponda. Sponda sponda. Questa è una lanca adesso. Punto."
"Ma il fiume può tornare?"
"Io salto, ma non volo. E per dirtelo dovrei poter volare. Chiedi a un uccello."
"Chiedilo tu, è certo più facile incontrarne uno per terra che in acqua."
"Niente da fare amico, noi rane siamo cibo per la maggior parte di quelli che volano in alto. Cornacchie, cicogne, fai tu.."
"Chiedi ad una rondone, a un balestruccio, a un gruccione..."
"E quando li vedi a terra, quelli? Chiedi tu ad un airone"
"E lucci e aironi sono buoni amici, secondo te?"
"Ma tu sei un pesce intelligente, vedrai che un idea ti viene."

In pratica fu più semplice del previsto: bastò chiederlo a una folaga, che lo chiese ad un cannareccione, che lo chiese ad un tarabusino, che per ragioni di famiglia era in buoni rapporti con un sacco di aironi, e l'incontro fu organizzato.
"Per prima cosa voglio garanzia che tu non sia in caccia." incominciò il luccio.
"Ma che fissazione.. hai la mia parola."
"Bene. Ti chiedo di cercare una risposta per me, una risposta che può essere vista solo dall'alto. In qualche momento del tempo passato il mondo si è mosso e il nostro fiume ci ha lasciati indietro. Quello che ora abbiamo bisogno di sapere è se tornerà a riprenderci oppure se siamo rimasti fuori dai suoi pensieri, ora e per sempre."
L'airone ci pensò su, e poi rispose.
"Lune e lune addietro ho visto gli uomini arrivare al fiume. Avevano mezzi e strumenti, li ho visti andare, venire, scavare, riempire, abbattere e costruire tra fumi che toglievano il fiato e rumori insopportabili. Infine, se ne andarono. Ci fu una piena: forse a causa degli uomini, o forse no, il fiume cambiò direzione, tagliandosi una via diritta tra i capi dell'ansa. Poi passarono altre lune, ci furono ancora piene e secche. Ogni giorno la corrente portava un po' di terra in più sui banchi dove l'ansa e il nuovo corso si congiungevano, e ogni volta che l'acqua entrava nell'ansa lo faceva con più fatica. Noi abbiamo imparato ad appostarci lì per pescare, e devo dire che è stata una buona pesca fin che è durata. Poi, un giorno, la terra è affiorata per non essere più sommersa, e la via è rimasta chiusa. Altra terra si è posata da allora, e altra si poserà, perchè il fiume ora scorre forte e sicuro sulla sua nuova via. Non tornerà."
"Quindi questo ora è un mondo nuovo, un mondo con un inizio e una fine." Continuò il luccio. "Ne dovremo parlare."

Erano arrivati praticamente tutti. C'erano anche le sanguinerole, i vaironi, le lasche, i cavedani, i persici, i carassi, le scardole. C'erano le trote e le scavarde, che sono quei pesci che non si capisce bene che pesci sono.. C'erano le libellule, le lucciole, i maggiolini, gli scarabei, i rospi e le bisce d'acqua, che un po' guardavano sott'acqua e un po' sopra, per raccontare. C'erano i conigli, le lepri, le volpi, i ricci, i topi d'acqua, le donnole, si era fermato pure un cinghiale di passaggio, anche se non sapeva perchè. C'erano le nitticore, i tarabusi, le cinciallegre, i luì, i fringuelli, i codibugnoli, le capinere, i germani, le alzavole, due morette, tre martin pescatori e una sterna. E tutti gli altri abitanti del tratto di fiume che era diventato una lanca, camminassero, volassero, nuotassero o si spostassero in qualunque altro modo. Non tutti afferrarono la notizia, meno ancora ne furono preoccupati. Ma il luccio li avvertì:
"Ascoltate. Io sono nato in un fontanile, tanti anni fa e molto più a monte. L'acqua era pulita, più fresca di questa, la caccia era facile: tutto sommato potrei dire che che era un bel posto. Sì, proprio un bel posto. Poi la sorgente si asciugò, nessuno ha mai saputo perchè. Sul subito non ci demmo molto peso, ma nel giro di poche stagioni il fontanile si riempì di alghe, poi si interrò. Molti fratelli pesci morirono, gli uccelli se ne andarono, il bosco cambiò e anche tanti altri animali dovettero migrare. Io mi salvai solo perchè durante un temporale fortissimo riuscii a seguire un rivolo che debordava in una risaia e poi da lì arrivai in un fosso, poi in un altro e infine al fiume. Ero più giovane, allora."
"Non è detto che succeda anche qui." Obiettò un ramarro.
"E poi 'poche stagioni' sono comunque un sacco di tempo, per me almeno." Proseguì una farfalla.
"Possiamo sempre andare da qualche altra parte." raccomandò un cormorano.
"Facile per te, che non sei neanche di qui e ci vieni solo a pescare." contestò la testuggine "ma io dove vado?" E allora il toporagno si mise a litigare con il gufo, il ghiro con la puzzola, lo scoiattolo con la gallinella, il porciglione con la schiribilla e così via. Ognuno aveva qualcosa da dire e lo diceva chiaro e forte.
"Finiamola!" sbottò il luccio (e non fu facile per un pesce). "Non siamo qui per azzuffarci."
"E per che cosa, allora?" domandò l'upupa.
"Perchè il mondo sta per finire, ed è meglio che incominciamo a prepararci."

Gli anni passarono, e le cose andarono un tantino meglio del previsto. La lanca si riempì di vegetazione strana. Ninfee e nannufari nelle acque profonde. Tife e canne di palude lungo le sponde. Queste a dire il vero c'erano già anche prima, ma molte, molte meno. I pesci fecero un buon lavoro nel tenerle a bada, e la lanca continuò a respirare. Anni di piogge abbondanti portarono più acqua di quanto quelli di siccità riuscirono a sottrarre. E poi un po' ne filtrava anche dalla falda e dal fiume. Senza una corrente che li portasse via, però, tutti i detriti finivano sul fondo, anche le foglie, i frutti, i rami degli alberi circostanti e anche le piccole frane dalle sponde, la sabbia portata dal vento, il fango delle piogge e delle piene. Alla lunga la lanca si sarebbe interrata, quello era diventato evidente a tutti. Si sarebbe trasformata in un prato, prima, e in un bosco, poi. Ma ci sarebbe voluto ancora tempo, tanto tempo.
Il luccio era ormai vecchissimo, ma si era ripromesso di non morire fino a che non ci fosse stato più nulla da fare. Dei suoi vecchi amici non ne era rimasto nessuno, e i pesci, in totale, erano diminuiti di moltissimo di numero e di varietà. Solo qualcuna delle razze da fango, il pescegatto ad esempio, sembrava ancora cavarsela bene. Anzi, benone. Fuori dall'acqua non ci si poteva lamentare: tutta quella vegetazione in più aiutava gli uccelli e gli animali che abitavano nei canneti e sulle sponde. Tranne i pescatori, che avevano ormai quasi abbandonato la zona. A pochi passi dalla riva la situazione si faceva più incerta, perchè lì si stava combattendo una guerra.

Quando il fiume abbandona per sempre un tratto del suo percorso, quando le acque smettono di ricoprire e dilavare periodicamente un terreno, il bosco parte alla sua conquista. Prima arrivano le piante pioniere: il trifoglio, le euforbie, il ranuncolo. Le erbacce, insomma. Di solito non sono molto belle da vedere, ma sono robuste, maledettamente robuste. Bloccano il terreno, formano il primo substrato. E a dirla tutta hanno anche loro la loro poesia..
Poi arrivano gli arbusti: i salici, il biancospino, il prugnolo, il sambuco, la robinia. Che, a veder loro, si piglierebbero tutto lo spazio disponibile; specie la robinia, che cresce, cresce, cresce. Creano l'ombra, gli spazi e il cibo per gli animali, per gli uccellini.
Ma alla lunga anche gli alberi, quelli veri, arrivano per reclamare gli spazi che spettano loro di diritto. Alberi destinati a diventare gli anziani, i giganti, i patriarchi della foresta. I pioppi, le querce, gli aceri, gli ontani.
E piano piano, senza fretta, il bosco si mangia tutto, anche la lanca.
Così va il mondo, insomma. O meglio: andava. Prima che arrivassero gli uomini. Perchè gli uomini avevano inventato i diserbanti, che ammazzano le erbacce, ma non tutte. E gli antiparassitari, gli insetticidi. Gli uomini avevano cambiato la pianura come faceva più comodo a loro. Avevano introdotto specie nuove (anche la robinia, quella che cresce, cresce, cresce) e ne avevano eliminate altre. E, nel nostro caso, avevano pure piantato un pioppeto da taglio proprio lì, alla faccia del bosco. Anche per questo si erano impegnanti a tenere "pulito" il terreno. Pulito secondo il loro punto di vista, naturalmente. Le infestanti, che resistevano anche alle bastonate, crescevano come pareva loro. In compenso, il sottobosco, le siepi, i cespugli, tutta la vegetazione che offriva cibo e riparo insomma, veniva eliminata senza ritegno. Agli uomini non piace spartire, neanche con chi era lì prima di loro. Qua e là si inciampava in sacchi di prodotti agricoli dimenticati, parti di attrezzature obsolete, materiali dismessi, residui di lavorazione, inerti e tutte quelle altre cose che gli umani amano abbandonare in campagna. E che evidentemente non rientrano nel concetto di "tenere pulito". Poi, un giorno, una buona parte del pioppeto fu tagliata e portata via, e il posto venne dimenticato. Per mesi, forse per anni. Fino a quando un altro gruppo di uomini si fece avanti. Con zappe, badili, picconi e carriole.

"E che vogliono fare, in totale?"
Domandò il luccio al colombaccio, che lo teneva al corrente di quello che dall'acqua non si poteva vedere.
"Non promette nulla di buono. E' un po' che li vedo girare qui intorno, quelli lì"
"Bah.."
"Ma dai, questo posto assomiglia già al fondo di un nido vecchio di anni, se capisci cosa intendo.. Cosa vuoi che se ne facciano gli uomini? Vedrai che getteranno giù una colata di terra nera e ci piazzeranno le scatole che usano per spostarsi. O costruiranno un altro po' dei loro nidi. O magari una di quelle mangiatoie che puzzano di bruciato.."
"Speriamo di no.."
"Io ti dico solo che ho già visto cose di questo genere, capitano in continuazione nei paesi qui intorno."
"Speriamo di no.."
Per giorni, settimane, mesi li osservarono picconare, sbancare, scavare, sterrare, scarriolare e andarsene via con il mal di schiena. Ma tornavano sempre. E, passati i primi tempi di confusione totale, la lanca sembrava migliorare invece che peggiorare. Era difficile capire cosa stessero facendo. Alcune aree sembravano lasciate alla loro sorte. Altre erano lavorate in un modo, altre in una altro ancora. Alcuni tratti li ricoprivano di erba e altre cose. Poi li scoprivano. Poi ci seminavano.. Gli uccelli, che erano quelli che potevano ammirare tutta quella giostra con maggiore facilità, erano da tempo giunti alla conclusione che quegli umani fossero completamente matti. Ma anche simpatici, in fondo. Spesso e volentieri si fermavano ad osservarli, gli umani ai pennuti, intendo. E sembravano entusiasmarsi per ogni minima sciocchezza. Anche per questo qualche volta esageravano un po' nelle solite cose, per farli contenti. I pennuti agli umani, intendo. Le stagioni passavano, il bosco ricresceva. Ma quello vero, con anche tante piante che offrono bacche in quasi tutte le stagioni, e posti dove costruire i nidi e le tane. Le cose erano davvero migliorate, per tutti. Anche per i pesci nella lanca, che sembrava finalmente aver trovato un suo equilibrio. Tant'è che un giorno il luccio, decidendo forse che finalmente non c'era più niente da fare, se ne era andato. Almeno, così si pensava, perchè in realtà nessuno lo aveva più visto e basta. Però c'era anche chi diceva che invece era ancora là, da qualche parte, nelle acque fonde.
La lanca è grande, dopotutto. E chi lo sa?

Gli umani continuavano a venire, ma più di rado. A volte arrivavano in gruppo, magari con anche i loro piccoli. Si fermavano un po' e poi andavano via. A volte arrivavano solo i piccoli, con pochi adulti. Anche loro si fermavano un po' e poi andavano via. La rondine, che era nata tra le case degli uomini e aveva imparato a a conoscerli, si abbassò verso uno di loro che era tra quelli che si vedevano più di sovente e che sembrava spesso fare un po' da riferimento agli altri. Come tutte le volte, le rammentò una cosa che vedeva da piccola sul TV della famiglia che abitava di fronte al suo nido. "Secondo me assomiglia a Peppone." borbottò.
"Come?" chiese di rimando il suo compagno.
"Niente. Non capiresti."

il trucco del corvo

25/07/2010 - racconto modificato dopo la prima pubblicazione del 5/28/09. La versione originale è riportata al fondo.


Prima Parte
Il corvo aspettava. Appollaiato sul suo solito palo della luce, aspettava. Non appena uscii nel cortile gracchiò tre volte, il che rappresentava il suo saluto, ormai l’avevo imparato. Sollevai lo sguardo e risposi con un cenno della mano, giusto per fare un po’ di conversazione. I corvi sono animali intelligenti, gli scienziati americani hanno attaccato un pezzo di carne a uno spago e lo hanno lasciato penzolare da un ramo. I corvi hanno imparato a piazzarsi sul ramo, proprio di sopra, issare un tratto di spago con il becco, bloccarlo con le zampe in modo che il carico non scenda, riacchiappare la corda un po’ più dabbasso, issare un altro tratto, ribloccare e così via, fino a prendersi la carne. E ragionandoci su, oltretutto, mica andando per tentativi, a casaccio. Sempre ammesso che sia poi vero, intendiamoci, perchè a me sembra strano che gli scienziati, con tutte le cose importanti che hanno da fare, trovino tempo e voglia per mettersi a giocare con corvi, corde e bistecche.
Comunque, dicevo che qui in campagna noi ci facciamo un po’ di conversazione. Anche perché non è che ci sia molto d’altro in giro con cui chiacchierare, di solito. Però che anche quella mattina proprio quella particolare bestia fosse nuovamente lì, come la mattina precedente e quella prima ancora era piuttosto inquietante. Era un corvo come tutti gli altri: nero come il carbone dalla punta del becco a quella delle piume. Mezzo metro circa, a occhio; neanche poi tanto, tutto sommato, ne ho visti anche di 60 o 70 centimetri. Aveva anche una bella barba nera, sono le penne del sottogola che danno quell’impressione, si vedono bene quando muove la testa. Una cosa piuttosto comune. In totale, nulla che lo distinguesse a prima vista da tutti gli altri della sua razza. Eppure ero certo che fosse sempre lo stesso, che mi aspetta tutte le mattine da tre o quattro giorni a questa parte e che adesso si metterà a venirmi dietro per tutta la giornata. Non c'era un granché da farci, a parte prenderlo a fucilate. Il che non è per nulla una buona idea, perché ammazzare i corvi porta sfortuna. "Che sfortuna vuoi che ti porti?" mi aveva detto l’Antonio l’altra sera al circolo. "Se i corvi ti seguono vuol dire che puzzi già di morto. Almeno togliti la soddisfazione." E già, tutti buoni a fare gli spiritosi sui casi degli altri. Lo sanno anche i sassi che quando i corvi vengono a prendere le anime dei morti per guidarle dall'altra parte, se uno li ha fatti arrabbiare o magari li ha anche solo incontrati di cattivo umore, beh, allora la fanno perdere chissà dove, e a quel punto chi sarebbe a togliersi la soddisfazione? Magari è solo una storia e non c’è niente di vero, ma che ci spari lui ai corvi, se poi ha per davvero il coraggio di farlo. Io preferisco tenermeli buoni, e saluto, e faccio anche la riverenza per quel che mi costa..

Il contadino si avviò verso i campi, che comunque non avrebbero aspettato i suoi pensieri. A metà della mattinata si fermò per mettere qualcosa nello stomaco. Non faceva ancora caldo. L'inverno era finito, ma ci sarebbe voluto ancora del tempo prima che la primavera arrivasse a prendere il suo posto. Cercò il corvo con lo sguardo, era già diventato un movimento automatico. C'era. Soddisfatto dell'occhiata ricevuta l'uccello abbandonò il suo posatoio e con pochi potenti battiti di ali attraversò il campo fino ai piedi delle colline. Prese a girare dentro alle correnti ascensionali, guadagnando quota. Era un volo lento, importante, solitario. I giovani invece li aveva visti volare spesso anche in stormi. Giocavano, si inseguivano, si sfidavano in gare di abilità che avevano forse lo scopo di conquistare il cuore delle loro future compagne, compagne per la vita. Ma per i corvi come per gli uomini, evidentemente, il tempo della spensieratezza prima o poi finiva, e quello che rimaneva era un volo lento, importante e solitario. Il trillo di un campanello lungo la strada lo scosse dai suoi pensieri. Si avvicinò alla carreggiata, ad aspettare il dottore che stava arrivando.
"Dov'é?" si premurò di chiedere il nuovo prima ancora di essersi del tutto fermato.
"Là, dottore." Rispose l'uomo indicando in direzione delle colline.
"Dove? Ah sì lo vedo. Piuttosto lontano.." c'era più di un po' di delusione nella sua voce, mentre estraeva il suo binocolo.. "Ah ecco, un Corvo Imperiale, dunque".
"Un corvo. Sì dottore."
"E ti segue.."
"E mi segue."
"Sono animali molto intelligenti sai? In America.."
"Sì, la cordicella, l'avevo letto pure io da qualche parte. Ma sarà vero?"
"E non solo quello.. Hanno anche osservato che possono imparare a usare piccoli attrezzi per procurarsi il cibo che non riescono a raggiungere altrimenti. Bastoncini, rametti, cose di quel genere.. Che se trovano carogne troppo dure per loro becchi vanno a chiamare predatori più grossi che le riescano ad aprire, meglio avanzi che mai. Che memorizzano la locazione delle riserve di altri corvi per poi saccheggiarle, e che ne costruiscono di fasulle per depistare la concorrenza. Che amano giocare, fanno anche ad acchiapparello con cani e lupi."
"E che seguono i contadini?"
Il dottore sembrò doverci pensare su un momento. "No, di questo non ho memoria."
"Magari non è cosa di scienza.."
"Ah, di leggende ce ne sono fin che si vuole, i corvi sono tra gli animali più chiacchierati. Nella nostra tradizione sono normalmente associati a morti, cimiteri tombe e oltretomba. Sicuramente per via delle loro abitudini saprofaghe, si capisce. Che mangiano carcasse, cioè. In Svezia rappresentano gli spiriti dei morti assassinati,
in Germania le anime dei dannati. Per contro, nel Nordest Asiatico e sulla Costa Pacifica è considerato un dio creatore e
benevolo. Nel Nordeuropa due corvi sono gli occhi e le orecchie di
Odino. Su e giù per le isole britanniche sono associati a dei e dee,
maghi, talismani, di tutto e di più. Poi, da quando hanno girato il film dove è morto il povero Brandon Lee, il figlio di Bruce Lee, quello del kung fu, è tutto un fiorire di riferimenti e leggende metropolitane. O magari è solo che gli stai simpatico, e ti segue per quello.."
"Non credo, dottore. Non sono mai stato così simpatico, e glielo dimostro subito lasciandola qui da solo e tornando al mio lavoro."
"Tocca a tutti in un modo o nell'altro. Ma dato che io, invece, ho ancora qualche ora libera, ti saluto e continuo il giro. Ci si vede.." Detto questo rilanciò la bicicletta e si allontanò sul sentiero, con binocolo che non aveva riposto che sbatteva a destra e a manca ad ogni pedalata..
Il contadino lo guardò arrancare per un po', poi, come promesso, tornò al lavoro. La giornata proseguì come doveva, di tanto in tanto l'uomo cercava il corvo, e da qualche parte immancabilmente lo trovava. Nel primo pomeriggio il tempo prese a guastarsi. Dalle colline scendevano sul piano nuvole basse cariche di una pioggerellina fine fine, di quelle che ti inzuppano fino alle ossa prima ancora tu possa decidere se sta per davvero piovendo o è solo umidità. Finito un lavoro che non poteva essere lasciato a metà, il contadino caricò armi e bagagli sul motocarro e prese la via del ritorno. Era già arrivato praticamente a casa quando notò le tracce: un fuoristrada. Venivano da una stradina che non portava da nessuna parte e proseguivano lungo lo sterrato che saliva in collina. Maledetti fuoristradisti, pensò. Capitava sempre più spesso che evadessero dalle zone a loro assegnate per cercare aree incontaminate da contaminare con le loro macchine. E c'era anche uno dei capanni da quella parte.. Senza pensarci due volte girò il mezzo e partì all'inseguimento. Davanti a lui il corvo, posato su di un ramo, fece sentire la sua voce. Ma la cosa passò del tutto inosservata.

Seconda Parte
Il fuoristrada era parcheggiato davanti al capanno, portiere spalancate e musica ad alto volume. Se si poteva chiamare musica.
Il contadino mollò il mezzo in un posto qualunque, saltò giù e si diresse come una furia verso la porta del capanno. La spalancò. Il tavolo al centro della stanza era ingombro di lattine di birra e di quello che sembrava la rimanenza di una discreta fornitura da impasticcati. Sotto al tavolo c'era un uomo che sembrava dormire nella stessa posizione in cui doveva essere caduto. A fianco, sul pavimento, un altro tipaccio si era congelato a metà di un complicato approccio a una ragazza che appariva ben poco entusiasta delle sue attenzioni. "E tu chi diavolo sei?" Sbraitò, rialzandosi in piedi fin troppo prontamente ed assestando una pedata di sveglia al suo compare.
"E quello chi diavolo è?" domandò l'altro. Istintivamente il contadino aveva fatto un passo indietro riportandosi nello spiazzo antistante al capanno. Uno dei due gli fu subito appresso. Da qualche parte aveva recuperato un coltello dall'aspetto decisamente cattivo. "Ti ho chiesto chi diavolo sei?" incalzò. Un altro passo indietro. "Dove credi di andare?" Poi in alto risuonò il verso del corvo, e una macchia nera di penne e piume sbucò dal nulla e si tuffò tra i due uomini. Più per sorpresa che per spavento il tipaccio si gettò a terra, offrendo al contadino una buona occasione per darsela a gambe. Raggiunse il limitare del bosco mentre l'altro stava ancora rotolando via da un pericolo immaginario, e in un attimo fu al riparo dell'ombra degli alberi e della foschia che scendeva dalle colline. Più o meno nella stessa direzione in cui si era allontanato il corvo. Il secondo tipaccio intanto era schizzato fuori dalla porta e si era lanciato all'inseguimento. Si sentirono due esplosioni e la corteccia di un tiglio alla sinistra dell'inseguito eruppe in mille pezzi.
Correre in un bosco non è cosa particolarmente facile, specie quando inciampare in una radice o in una buca può costare la pelle. Quella però era casa sua, il suo terreno, e in breve accumulò un vantaggio tale da perdere di vista i cacciatori. La foschia era diventata quasi nebbia, e anche l'oscurità era aumentata. Trovò un riparo e si mise in ascolto: inaspettata, un automobile si avviò e si allontanò, distante, approssimativamente in direzione del capanno.
"Ci ha fregato la macchina!" esclamò una voce vicina, troppo vicina.
"Non dire scemate, ce l'avevamo davanti."
"Sarà tornato indietro."
"Sì, con un missile."
"E allora chi é stato?"
Ci fu una pausa, poi:
"Te lo dico io chi è stato: la tipa che ci siamo portati su."
Si sentì una risata fragorosa.
"Certo che sei proprio bravo ad organizzare queste uscite. Prima peschi un ufficio postale che ha in cassa meno soldi di noi, poi la tipa che doveva essere una cosa sicura si impasticca male e cambia idea a mezza strada, poi ci viene a trovare l'uomo dei boschi. E adesso siamo anche rimasti a piedi."
"Piantala di fare l'idiota. Da che parte?
"Tu di là, io di qua. Chi lo vede spara."
Ci furono dei rumori di passi, alcuni dei quali sempre più vicini. Un fruscio d'ali.

Il corvo si era posato su di un ramo proprio in fronte a me. Io però stavo cercando di capire cosa stesse succedendo al tronco, qualche metro più sotto. Perchè era coperto per più di metà da un’ombra netta, precisa, come tagliata da un sole che invece non c’era. Poi l'ombra si mosse, e i miei capelli mi si rizzarono sulla testa. Perse spessore (solo in quel momento feci caso che ne aveva uno) e affondò nella pianta.
"Non ti muovere.." mi ordinò la voce del tipaccio. Non poteva sapere che non lo avrei fatto per tutto l'oro del mondo. Era spuntato da non so dove e si stava spostando di lato per mettersi davanti. Io non riuscivo a staccare gli occhi dal tronco in cui l'ombra era scomparsa. "Bravo, così. Ma che diavolo stai fissando? Non hai mai visto una pianta?" L’aria sembrò tremolare leggermente tra lui e l'albero, come sopra una strada quando fa caldo. Qualche foglia si spostò, mossa dal niente. Poi, d'un colpo, il bosco si sollevò con mani, braccia, testa ed infine un busto intero. Come un uomo che emerga di spinta dall'acqua di un fiume o di un lago, solo che qui tutto quanto era fatto solo di terreno, di fogliame, di muschio. La forma afferrò il tipaccio per le spalle e in un istante lo tirò giù, dentro al fiume di suolo, al lago, a quello che era. La superficie oscillò un paio di volte, poi tornò a solidificarsi e fu tutto finito. O quasi. Una mano riemerse, seguita da un volto. Impossibile dire da cosa fosse formato, eppure lo era. Portò l'indice sulle labbra, in un inequivocabile comando di silenzio. Poi si sgretolò in mille pezzi, andato. Scappai come se avessi avuto il diavolo alle calcagna, perchè probabilmente ce l'avevo. Dietro di me sentivo l'altro tipaccio sbraitare e correre nella mia direzione: fosse un inseguimento o una fuga, non saprei. Credo che mi stesse anche sparando contro, ma non ci potrei giurare.
Attraversai un sentiero e, come sarebbe presto o tardi dovuto succedere, mancai completamente il passo successivo finendo a terra come un perfetto imbecille Prima che riuscissi a rialzarmi il mio inseguitore mi fu addosso. Mi afferrò per la giacca, mi tirò su e mi attaccò ad una pianta. Era bello grosso. "Che hai fatto al mio amico? Chi diavolo.." alle sue spalle in un boato di legno, terra, foglie, polvere, cespugli e quant'altro un tratto di bosco sembrò esplodere in mille pezzi ricadendo subito dolo sul posto. Meccanicamente l'uomo si voltò verso lo sconquasso, mollando la presa. Mi afflosciai come un sacco vuoto, mentre l'altro puntava la pistola contro tutto quello che sembrava muoversi.
Dapprima lo percepii solo come un leggero brivido lungo la schiena. L'aria diventò ghiaccio nei polmoni. Poi ebbi la netta sensazione che qualcosa si fosse portato al mio fianco, qualcosa che non avrebbe dovuto essere lì. Mi si parò davanti, e non aveva una forma: era un ombra corporea, un semplice luogo di oscurità. Ma aveva un volto, un volto identico a quello dell'uomo di terra che avevo visto prima, un volto che, Dio mio, sorrideva. Si girò, un attimo prima guardava me e subito dopo era voltato dall'altra parte. Attraversò lo spazio tra me e il mio aggressore in un istante, e in quell'istante sembrò essere dovunque allo stesso tempo. Abbracciò il vivo alle spalle e, per la prima volta, parlò.
"Non c'è niente lì" gli sussurrò all'orecchio. "E' solo la mano che nasconde il trucco". L'uomo si bloccò, congelato. Con un solo movimento innaturale l'apparizione passò davanti e avvolse la sua mano d'ombra attorno a quella armata dell'altro. D’istinto il ladro si sottrasse alla stretta, ma la pistola restò indietro, sospesa nella presa dello spettro.
"Ed è un bel trucco, non ti pare?" domandò, gettando l'arma da qualche altra parte, nel bosco.
L'altro arretrò di un passo e finalmente vide il suo avversario. La comprensione che si dipinse sul suo volto fu subito spazzata via dall'incredulità, e quindi dal terrore.
"No! Non è possibile. Tu.. tu sei morto!!"
"Sì, sono morto. Sono morto perché tu mi hai ucciso, canaglia! Sono morto e ho fatto un patto con un corvo, il corvo che avrebbe dovuto portare via l'anima di un altro uomo che tu avresti ucciso. E il corvo mi ha portato qui."
"Ma, ma.."
"Non ci sono 'ma'. Io ho pagato il mio prezzo e tu adesso pagherai il tuo."
Detto questo avanzò di un passo e affondò la mano nel petto dell'altro e quando la estrasse nel pugno teneva il suo cuore. Batteva ancora, lo vedevo pulsare, ne sentivo il ritmo. Il suo padrone lo guardava incredulo. Poi la mano del morto avvampò di una fiamma intensa, fredda, spaventosa.
"Questo è il fuoco dell'Inferno" dichiarò il morto "dove mi troverai ad aspettarti. E adesso brucia!"
L'altro tremò per un istante, poi urlò, come se.. come se gli avessero strappato il cuore dal petto. Cadde a terra continuando a tremare ed ad urlare, ma il grido sembrava venire da più lontano, sempre da più lontano man mano che il cuore di consumava. Poi tutto cessò, quasi all'improvviso. Il morto che stava in piedi gettò i resti di quello che aveva tenuto in mano a fianco del morto che stava sdraiato. Come era già accaduto poco prima, il terreno per un attimo perse la sua solidità e il tipaccio (adesso mi faceva un po' impressione chiamarlo così) sparì, anche troppo lentamente, sotto la sua superficie.
"E' finita" annunciò la voce dello spettro, senza traccia di sollievo o consolazione.
Il corvo alzò la testa e gridò il suo verso, conferma o semplice eco di quanto era stato detto.
Quando abbassai lo sguardo l'apparizione o quel che era se ne era andata.

Arrivai al motocarro in pochi minuti, evidentemente in qualche punto delle mie corse avevo preso a tornare indietro. Anche l'auto, ovviamente, non c'era più. Nel capanno era rimasto solo un gran disordine e alcune lattine di birra vuote, niente altro. Uscendo, trovai ancora il corvo che mi aspettava, appollaiato su di un ramo basso. Gracchiò nella mia direzione, poi con il becco picchiettò il ramo alcune volte. Non capivo, quindi (suppongo) lo rifece. Andai al rimorchio e slegai un sacchetto di qualcosa che stava in un angolo. Quello che mi interessava era il cordino.
In mancanza d'altro ci attaccai un pezzo di una merendina della scorta di emergenza. Lo assicurai al ramo nel punto che mi era stato indicato e mi misi a guardare. Il corvo lo pinzò con il becco qualche centimetro al di sotto, lo issò e poi con una zampa bloccò lo spago. Si chinò, lo afferrò nuovamente e ne issò un altro tratto. In pochi istanti con quella tecnica raggiunse il pezzo di merendina e se la sbafò. Poi gracchiò un altro paio di volte, si alzò in volo e sparì oltre agli alberi.
Potevo essermi sognato tutto quanto, in fondo. Alla fine dei conti c'eravamo solo io e un pezzo di spago a penzoloni da un ramo..



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Il Trucco del Corvo
by Fabrizio Burlone 
is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at http://traccevisibili.blogspot.com/.
Illustrazione di Eugenio Bausola


Versione originariamente pubblicata (5/28/09):
#1
Il corvo aspettava. Appollaiato sul suo solito palo della luce, aspettava. Non appena l'uomo uscì nel cortile il corvo gracchiò tre volte, il che rappresentava il suo saluto. L'uomo sollevò lo sguardo e rispose con un cenno della mano.
Non era una conversazione solita, ma neanche del tutto inusuale. I corvi sono animali intelligenti, gli scienziati americani hanno attaccato un pezzo di carne a uno spago e lo hanno lasciato penzolare da un ramo. I corvi hanno imparato a issare lo spago, bloccarlo con le zampette e prendersi la carne. E semplicemente ragionandoci su, non andando per tentativi. Beh, sempre ammesso che sia vero, naturalmente. Perchè in effetti sembra proprio strano che gli scienziati, con tutte le cose importanti che hanno da fare, trovino pure tempo e voglia per mettersi a giocare con pennuti, cordicelle e rami. Capita, comunque, che tra corvi e contadini in campagna ci si voglia scambiare quattro chiacchiere, dicevo. Non è insolito. Insolito era, invece, che anche quella mattina proprio quel particolare corvo fosse nuovamente lì, come la mattina precedente e quella prima ancora. Non aveva nessun segno particolare che lo distinguesse dai suoi consimili. Nero come la notte dalla punta del becco a quella delle piume, visto così sembrava misurare un po' di più di un mezzo metro. Due cose che lo qualificavano come un corvo e non come una cornacchia, anche se molti fanno confusione. Neanche troppo grande, ad ogni modo, visto che potevano arrivare anche a 60 o 70 centimetri. A volte, quando muoveva la testa, le piume del sottogola si arruffavano formando una specie di barba nera. Ma anche questo era un tratto comune. Un corvo come tanti, insomma. Eppure l'uomo era certo che fosse sempre lo stesso, che lo aspettava tutte le mattine da tre o quattro giorni a questa parte e che adesso avrebbe preso a seguirlo per tutta la giornata. Non c'era un granché da farci, a parte prendere a fucilate la bestia, e questo non se la sentiva proprio di farlo. Perchè ammazzare un corvo porta sfortuna.
"Che sfortuna vuoi che ti porti?" gli avevano detto gli amici in osteria. "Se i corvi ti seguono vuol dire che puzzi già di morto. Almeno togliti la soddisfazione." Lui non aveva risposto. C'era una storia che raccontavano i vecchi.. Diceva che i corvi venivano a prendere le anime dei morti e le guidavano dall'altra parte. O chissà dove, se li facevi arrabbiare..
Si avviò verso i campi, che comunque non avrebbero aspettato i suoi pensieri. A metà della mattinata si fermò per mettere qualcosa nello stomaco. Non faceva ancora caldo. L'inverno era finito, ma ci sarebbe voluto ancora del tempo prima che la primavera arrivasse a prendere il suo posto. Cercò il corvo con lo sguardo, era già diventato un movimento automatico. C'era. Soddisfatto dell'occhiata ricevuta l'uccello abbandonò il suo posatoio e con pochi potenti battiti di ali attraversò il campo fino ai piedi delle colline. Prese a girare dentro alle correnti ascensionali, guadagnando quota. Era un volo lento, importante, solitario. I giovani invece li aveva visti volare spesso anche in stormi. Giocavano, si inseguivano, si sfidavano in gare di abilità che avevano forse lo scopo di conquistare il cuore delle loro future compagne, compagne per la vita. Ma per i corvi come per gli uomini, evidentemente, il tempo della spensieratezza prima o poi finiva, e quello che rimaneva era un volo lento, importante e solitario. Il trillo di un campanello lungo la strada lo scosse dai suoi pensieri. Si avvicinò alla carreggiata, ad aspettare il dottore che stava arrivando.
#2
"Dov'é?" si premurò di chiedere il nuovo prima ancora di essersi del tutto fermato.
"Là, dottore." Rispose l'uomo indicando in direzione delle colline.
"Dove? Ah sì lo vedo. Piuttosto lontano.." c'era più di un po' di delusione nella sua voce, mentre estraeva il suo binocolo.. "Ah ecco, un Corvo Imperiale, dunque".
"Un corvo. Sì dottore."
"E ti segue.."
"E mi segue."
"Sono animali molto intelligenti sai? In America.."
"Sì, la cordicella, l'avevo letto pure io da qualche parte. Ma sarà vero?"
"E non solo quello.. Hanno anche osservato che possono imparare a usare piccoli attrezzi per procurarsi il cibo che non riescono a raggiungere altrimenti. Bastoncini, rametti, cose di quel genere.. Che se trovano carogne troppo dure per loro becchi vanno a chiamare predatori più grossi che le riescano ad aprire, meglio avanzi che mai. Che memorizzano la locazione delle riserve di altri corvi per poi saccheggiarle, e che ne costruiscono di
fasulle per depistare la concorrenza. Che amano giocare, anche ad acchiapparello con cani e lupi."
"E che seguono i contadini?"
Il dottore sembrò doverci pensare su un momento. "No, di questo non ho memoria."
"Magari non è cosa di scienza.."
"Ah, di leggende ce ne sono fin che si vuole, i corvi sono tra gli animali più chiacchierati. Nella nostra tradizione sono normalmente associati a morti, cimiteri tombe e oltretomba. Sicuramente per via delle loro abitudini saprofaghe, si capisce. Che mangiano carcasse, cioè. In Svezia rappresentano gli spiriti dei morti assassinati,
in Germania le anime dei dannati. Per contro, nel Nordest Asiatico e sulla Costa Pacifica è considerato un dio creatore e
benevolo. Nel Nordeuropa due corvi sono gli occhi e le orecchie di
Odino. Su e giù per le isole britanniche sono associati a dei e dee,
maghi, talismani, di tutto e di più. Poi, da quando hanno girato il film dove è morto il povero Brandon Lee, il figlio di Bruce Lee, quello del kung fu, è tutto un fiorire di riferimenti e leggende metropolitane. O magari è solo che gli stai simpatico, e ti segue per quello.."
"Non credo, dottore. Non sono mai stato così simpatico, e glielo dimostro subito lasciandola qui da solo e tornando al mio lavoro."
"Tocca a tutti in un modo o nell'altro. Ma dato che io, invece, ho ancora qualche ora libera, ti saluto e continuo il giro. Ci si vede.." Detto questo rilanciò la bicicletta e si allontanò sul sentiero, con binocolo che non aveva riposto che sbatteva a destra e a manca ad ogni pedalata..
Il contadino lo guardò arrancare per un po', poi, come promesso, tornò al lavoro. La giornata proseguì come doveva, di tanto in tanto l'uomo cercava il corvo, e da qualche parte immancabilmente lo trovava. Nel primo pomeriggio il tempo prese a guastarsi. Dalle colline scendevano sul piano nuvole basse cariche di una pioggerellina fine fine, di quelle che ti inzuppano fino alle ossa prima ancora tu possa decidere se sta per davvero piovendo o è solo umidità. Finito un lavoro che non poteva essere lasciato a metà, il contadino caricò armi e bagagli sul motocarro e prese la via del ritorno. Era già arrivato praticamente a casa quando notò le tracce: un fuoristrada. Venivano da una stradina che non portava da nessuna parte e proseguivano lungo lo sterrato che saliva in collina. Maledetti fuoristradisti, pensò. Capitava sempre più spesso che evadessero dalle zone a loro assegnate per cercare aree incontaminate da contaminare con le loro macchine. E c'era anche uno dei capanni da quella parte.. Senza pensarci due volte girò il mezzo e partì all'inseguimento. Davanti a lui il corvo, posato su di un ramo, fece sentire la sua voce. Ma la cosa passò del tutto inosservata.
#3
Il fuoristrada era parcheggiato davanti al capanno, portiere spalancate e musica ad alto volume. Se si poteva chiamare musica. Il contadino mollò il mezzo in un posto qualunque, saltò giù e si diresse come una furia verso la porta del capanno. La spalancò. Il tavolo al centro della stanza era ingombro di lattine di birra e di quello che sembrava la rimanenza di una discreta fornitura da impasticcati. Sotto al tavolo c'era un uomo che sembrava dormire nella stessa posizione in cui doveva essere caduto. A fianco, sul pavimento, un altro tipaccio si era congelato a metà di un complicato approccio a una ragazza che appariva ben poco entusiasta delle sue attenzioni. "E tu chi diavolo sei?" Sbraitò, rialzandosi in piedi fin troppo prontamente ed assestando una pedata di sveglia al suo compare.
"E quello chi diavolo è?" domandò l'altro. Istintivamente il contadino aveva fatto un passo indietro riportandosi nello spiazzo antistante al capanno. Uno dei due gli fu subito appresso. Da qualche parte aveva recuperato un coltello dall'aspetto decisamente cattivo. "Ti ho chiesto chi diavolo sei?" incalzò. Un altro passo indietro. "Dove credi di andare?" Poi in alto risuonò il verso del corvo, e una macchia nera di penne e piume sbucò dal nulla e si tuffò tra i due uomini. Più per sorpresa che per spavento il tipaccio si gettò a terra, offrendo al contadino una buona occasione per darsela a gambe. Raggiunse il limitare del bosco mentre l'altro stava ancora rotolando via da un pericolo immaginario, e in un attimo fu al riparo dell'ombra degli alberi e della foschia che scendeva dalle colline. Più o meno nella stessa direzione in cui si era allontanato il corvo. Il secondo tipaccio intanto era schizzato fuori dalla porta e si era lanciato all'inseguimento. Si sentirono due esplosioni e la corteccia di un tiglio alla sinistra dell'inseguito eruppe in mille pezzi.
Correre in un bosco non è cosa particolarmente facile, specie quando inciampare in una radice o in una buca può costare la pelle. Quella però era casa sua, il suo terreno, e in breve accumulò un vantaggio tale da perdere di vista i cacciatori. La foschia era diventata quasi nebbia, e anche l'oscurità era aumentata. Trovò un riparo e si mise in ascolto: inaspettata, un automobile si avviò e si allontanò, distante, approssimativamente in direzione del capanno.
"Ci ha fregato la macchina!" esclamò una voce vicina, troppo vicina.
"Non dire scemate, ce l'avevamo davanti."
"Sarà tornato indietro."
"Sì, con un missile."
"E allora chi é stato?"
Ci fu una pausa, poi:
"Te lo dico io chi è stato: la tipa che ci siamo portati su."
Si sentì una risata fragorosa.
"Certo che sei proprio bravo ad organizzare queste uscite. Prima peschi un ufficio postale che ha in cassa meno soldi di noi, poi la tipa che doveva essere una cosa sicura si impasticca male e cambia idea a mezza strada, poi ci viene a trovare l'uomo dei boschi. E adesso siamo anche rimasti a piedi."
"Piantala di fare l'idiota. Da che parte?
"Tu di là, io di qua. Chi lo vede spara."
Ci furono dei rumori di passi, alcuni dei quali sempre più vicini. Un fruscio d'ali.
#4
Da qui in avanti la devo raccontare io, perchè c'ero. Il corvo si era posato su di un ramo di un albero proprio in fronte a me. Era un albero strano, non tanto l'albero in sè, quanto il fatto che un lato del tronco risultava evidentemente in ombra, malgrado il sole se ne fosse andato da ore. Poi l'ombra si mosse, e i miei capelli si rizzarono sulla testa. Perse spessore (solo in quel momento mi resi conto che ne aveva uno) e affondò nella pianta.
"Non ti muovere.." mi ordinò la voce del tipaccio. Non poteva sapere che non lo avrei fatto per tutto l'oro del mondo. Era spuntato da non so dove e si stava spostando di lato per mettersi davanti. Io non riuscivo a staccare gli occhi dal tronco in cui l'ombra era scomparsa. "Bravo, così. Ma che diavolo stai fissando? Non hai mai visto una pianta?" La terra sembro tremolare leggermente tra lui e l'albero, come sopra una strada quando fa caldo. Al suolo qualche foglia si spostò, mossa dal niente. Poi, d'un colpo, la terra si sollevò con mani, braccia, testa ed infine un busto intero. Come un uomo che emerga di spinta dall'acqua di un fiume o di un lago, ma qui era il bosco stesso ad essere persona. Afferrò il tipaccio per le spalle e in un istante lo tirò giù, dentro al fiume, al lago, a quello che era. La superficie oscillò un paio di volte, poi tornò a solidificarsi e fu tutto finito. O quasi. Una mano riemerse, seguita da un volto. Impossibile dire da cosa fosse formato, eppure lo era. Portò l'indice sulle labbra, in un inequivocabile comando di silenzio. Poi si sgretolò in mille pezzi, andato. Scappai come se avessi avuto il diavolo alle calcagna, perchè probabilmente ce l'avevo. Dietro di me sentivo l'altro tipaccio sbraitare e correre nella mia direzione: fosse un inseguimento o una fuga, non saprei. Credo che mi stesse anche sparando contro, ma non ci potrei giurare.
Attraversai un sentiero e, come sarebbe presto o tardi dovuto succedere, mancai completamente il passo successivo finendo a terra come un perfetto imbecille Prima che riuscissi a rialzarmi il primo dei miei inseguitori mi fu addosso. Mi afferrò per la giacca, mi tirò su e mi attaccò ad una pianta. Era bello grosso. "Che hai fatto al mio amico? Chi diavolo.." alle sue spalle in un boato di legno, foglie, polvere, cespugli e quant'altro un vecchio albero, un olmo probabilmente, sembrò esplodere a pezzi e bocconi direttamente sul posto. Istintivamente l'uomo si voltò per fronteggiare la nuova situazione, mollando la presa. Mi afflosciai come un sacco vuoto, mentre l'altro puntava la pistola verso tutto quello che sembrava muoversi.
Dapprima lo percepii solo come un leggero brivido lungo la schiena. L'aria diventò ghiaccio nei polmoni. Poi ebbi la netta sensazione che qualcosa si fosse portato al mio fianco, qualcosa che non avrebbe dovuto essere lì. Mi si parò davanti, e non aveva una forma: era un ombra corporea, un semplice luogo di oscurità. Ma aveva un volto, un volto identico a quello dell'uomo di terra che avevo visto prima, un volto che, Dio mio, sorrideva. Si girò, un attimo prima guardava me e subito dopo era voltato dall'altra parte. Attraversò lo spazio tra me e il mio aggressore in un istante, e in quell'istante sembrò essere dovunque allo stesso tempo. Abbracciò il vivo alle spalle e, per la prima volta, parlò.
"Non c'è niente lì" gli sussurrò all'orecchio. "E' solo la mano che nasconde il trucco". L'uomo si bloccò, congelato. Con un solo movimento innaturale l'apparizione passò davanti e avvolse la sua mano d'ombra attorno a quella armata dell'altro. All'istante il ladro si sottrasse alla stretta, ma la pistola restò indietro, sospesa nella presa dello spettro.
"Ed è un bel trucco, non ti pare?" domandò, gettando l'arma da qualche altra parte, nel bosco.
L'altro arretrò di un passo e finalmente vide il suo avversario. La comprensione che si dipinse sul suo volto fu subito spazzata via dall'incredulità, e quindi dal terrore.
"No! Non è possibile. Tu.. tu sei morto!!"
"Sì, sono morto. Sono morto perché tu mi hai ucciso, canaglia! Sono morto e ho fatto un patto con un corvo, un corvo che avrebbe dovuto portare via l'anima di un altro uomo che tu avresti ucciso. E il corvo mi ha portato qui."
"Ma, ma.."
"Non ci sono 'ma'. Io ho pagato il mio prezzo e tu adesso pagherai il tuo."
Detto questo avanzò di un passo e affondò la mano nel petto dell'altro e quando la estrasse nel pugno teneva il suo cuore. Batteva ancora, lo vedevo pulsare, ne sentivo il ritmo. Il suo padrone lo guardava incredulo. Poi la mano del morto avvampò di una fiamma intensa, fredda, spaventosa.
"Questo è il fuoco dell'Inferno" dichiarò il morto "dove mi troverai ad aspettarti. E adesso brucia!"
L'altro tremò per un istante, poi urlò, come se.. come se gli avessero strappato il cuore dal petto. Cadde a terra continuando a tremare ed ad urlare, ma il grido sembrava venire da più lontano, sempre da più lontano man mano che il cuore di consumava. Poi tutto cessò, quasi all'improvviso. Il morto che stava in piedi gettò i resti di quello che aveva tenuto in mano a fianco del morto che stava sdraiato. Come era già accaduto poco prima, il terreno per un attimo perse la sua solidità e il tipaccio (adesso mi faceva un po' impressione chiamarlo così) sparì, anche troppo lentamente, sotto la sua superficie.
"E' finita" annunciò la voce dello spettro, senza traccia di sollievo o consolazione.
Il corvo alzò la testa e gridò il suo verso, conferma o semplice eco di quanto era stato detto.
Quando abbassai lo sguardo l'apparizione o quel che era se ne era andata.
#5
Arrivai al motocarro in pochi minuti, evidentemente in qualche punto delle mie corse avevo preso a tornare indietro. Anche l'auto, ovviamente, non c'era più. Nel capanno era rimasto solo un gran disordine e alcune lattine di birra vuote, niente altro. Uscendo, trovai ancora il corvo che mi aspettava, appollaiato su di un ramo basso. Gracchiò nella mia direzione, poi con il becco picchiettò il ramo alcune volte. Non capivo, quindi (suppongo) lo rifece. Andai al rimorchio e slegai un sacchetto di qualcosa che stava in un angolo. Quello che mi interessava era il cordino.
In mancanza d'altro ci attaccai un pezzo di una merendina della scorta di emergenza. Lo assicurai al ramo nel punto che mi era stato indicato e mi misi a guardare. Il corvo lo pinzò con il becco qualche centimetro al di sotto, lo issò e poi con una zampa bloccò lo spago. Si chinò, lo afferrò nuovamente e ne issò un altro tratto. In pochi istanti con quella tecnica raggiunse il pezzo di merendina e se la sbafò. Poi gracchiò un altro paio di volte, si alzò in volo e sparì oltre agli alberi.
Potevo essermi sognato tutto quanto, in fondo. Alla fine dei conti c'eravamo solo io e un pezzo di spago a penzoloni da un ramo..