La Garzaia Proibita


Questa storia inizia tanti, tanti anni fa, in una contrada di cui oggi si è addirittura persa la memoria ma che se esistesse ancora si troverebbe giusto a cavallo tra il Piemonte e la Lombardia, a breve distanza dalle sponde del grande fiume Po. Signore e padrone di quella contrada, all'epoca, era un Nobile di cuore buono, allegro e gioviale e che teneva in gran conto le terre che il sovrano e la fortuna gli avevano dato da governare. Proprio al centro di esse giaceva un piccolo lago, e, sulle rive del lago, la Grande Garzaia, perla del regno, gioia e diletto del Nobile in questione. Quando gli oneri del comando allentavano la loro morsa di un tantino, o magari proprio quando la facevano invece sentire con maggior vigore, l'uomo saltava in sella e si recava fin sull'argine che dominava la Garzaia, per osservare i grandi uccelli che lì vivevano e nidificavano. C'erano i maestosi Aironi Bianchi, dal brillante becco giallo, e le loro più piccole cugine, le Garzette, graziose ed eleganti nelle loro lunghe, candide piume che fanno da strascico ed anche da acconciatura. C'era il grande Airone Rosso, dal lungo collo di drago. E le Nitticore, dall’occhio di fuoco. C'erano le Sgarze dal Ciuffo, bionde come le dame del Nord che ti fissano severe dagli
arazzi del castello. C'era il Tarabuso, o almeno così si diceva. Se ne sentiva a volte il muggito, che suona come il vento che soffia in un anfora o in una bottiglia. Ma a vederlo lui non lo aveva mai visto. C’era il Mignattaio dal becco ricurvo, nero come la notte ed iridescente come una pietra preziosa. E l’Airone Guardabuoi, di certo il più buffo della famiglia con quella strana espressione di eterno stupore dipinta in faccia. E le Sterne, le Tortore Selvatiche, i Cormorani, il Rigogolo e il Cuculo, la Poiana ed il Picchio, i Gruccioni, le Rondini e chissà che altro nel folto della boscaglia. Era uno spettacolo meraviglioso. Se nel giardino dell’Eden ci fosse stata una garzaia sarebbe stata proprio come quella che il Padreterno aveva messo sulle sue terre, quella almeno era la sua opinione. Con il volgere degli anni la fama della Grande Garzaia crebbe al punto tale che perfino il Duca di Milano volle venire a vederla, e riconosciutone il valore emanò leggi per proteggerla e inviò architetti e studiosi per migliorarne comprensione e godimento. Forse per curiosità, forse per spirito di emulazione, o magari perfino per vero interesse, gli abitanti dei villaggi del circondario presero anche loro a frequentare l’argine che dava sulla Garzaia. Quelli che messo insieme il pranzo con la cena avevano ancora del tempo da perdere, s’intende. Cosa mai comprendessero di quanto da lassù si poteva vedere non ci è dato di saperlo. Infastidito dal crescente afflusso di visitatori il Nobiluomo fece porre delle recinzioni tutto intorno al possedimento, chiudendo così anche la maggior parte delle vie di accesso, ma l’espediente sembrava scoraggiare solo quelli già poco convinti di loro. Allora mise armigeri di guardia all’ingresso e lungo tutto il perimetro ma c’era sempre un sacco di gente che doveva comunque essere lasciata entrare. Gli inviati del duca, per dire... Gli uomini di scienza. Le autorità più o meno locali, ancora. E infiniti altri che un modo o una ragione l’avevano o pensavano di averla, il che era anche peggio. E allora piantò siepi, drizzò barriere, costruì palizzate e addirittura innalzò muri e muraglie a protezione del suo angolo di eden, sbarrando poi i cancelli, bloccando le porte, cacciando fuori il mondo e cacciandosi fuori da esso. Il guaio è che il mondo, da che mondo è mondo, se si mette in testa che una cosa è sua poi non c’è più verso di togliergliela. Gli studiosi respinti, e a calcioni per giunta, fecero sentire la loro voce presso il Duca, ed altrettanto fecero nobili, notabili, banchieri, ufficiali ed autorità preposte, tutte indistintamente rispedite al mittente. Nel circondario i borghesi protestarono presso le corporazioni, i fedeli con i preti ed i preti con i vescovi ed i cardinali. I poveracci non protestarono con nessuno, perchè non avevano nessuno presso cui protestare, però entrare nella Grande Garzaia ed uscire con una prova del misfatto diventò in breve una specie di prova di coraggio per giovani e bravacci dei dintorni. Il vaso traboccò quando ci scappò il morto, perchè in questi casi il morto ci scappa sempre, ed i soldati del Duca, spalleggiati da un buon numero di locali armati di torce e forconi, tentarono di riconquistare la Garzaia per restituirla al Ducato ed alla civiltà. E magari impiccare qualcuno strada facendo, che quando ci scappa un morto un colpevole poi serve, e se non si può più difendere è anche meglio. Proprio quando la battaglia sembrava ormai vinta, il Nobiluomo in persona apparve nel bel mezzo della Garzaia. Sollevò la torcia che portava in mano, mostrandola agli uomini in arme che si fronteggiavano sull’argine. Poi, senza dire una parola, appiccò il fuoco.
Gettate le armi, amici e nemici si precipitarono a spegnere le fiamme, ma non ci fu nulla da fare ed in poche ore la Garzaia ed i suoi abitanti furono perduti per sempre. Al centro di un paesaggio infernale, tra alberi bruciati e tizzoni ardenti, sporchi, stremati, intossicati, gli uomini di entrambe le fazioni si guardarono intorno. Del motivo del contendere non era rimasto che un enorme, soffocante, mucchio di ceneri, con al suo centro, bruciata ed annerita ma ancora miracolosamente in piedi, un’unica grande quercia. Che, proprio mentre stavano ancora guardando, precipitò finalmente al suolo con uno schianto spaventoso che fece tremare il terreno tutto intorno e sollevò una densa e pesante nuvola di polvere e fumo. Quando l’aria tornò a schiarirsi, dove prima c’era l’albero adesso c’era un uomo. Solo che non era un uomo, era il Re del Bosco. Nessuno lo aveva più visto da secoli, da quelle parti. Ma tutti lo avevano riconosciuto subito, anche quelli che portavano una croce al collo o sullo scudo.
– Andatevene! – tuonò la sua voce, e chiunque la udì come fosse diretta proprio a lui. – Avete portato la morte e la distruzione tra i miei figli e per quanto è stato fatto ormai non c’è né rimedio né perdono. Andatevene, ora, ma prima sappiate che pongo sulle vostre spalle questo fardello: per tutti i secoli che verranno il bosco della Garzaia resterà di proprietà dei miei figli, e nessuno dei vostri accamperà su di esso diritto alcuno. Vi impongo di proteggere e conservare questa casa come se fosse la vostra, ma di non mettervi più piede. – Poi si rivolse chiaramente al Nobiluomo, che ormai si era reso conto conto dell’enormità del gesto compiuto. – I miei figli torneranno, ma tu sarai cieco a loro, e anche se sentirai le loro voci non li potrai più vedere. Tranne che nel giorno dell’anno di mezza primavera, quando dovrai radunare su quest’argine almeno dodici uomini dal cuore puro, che potranno ammirare la meraviglia che qui ha dimora e raccontarne agli uomini di buona volontà, così che l’impegno si rinnovi. Solo in quel giorno, e solo per la durata della giornata, anche tu vedrai ciò che hai perso per sempre. Andatevene tutti ora, e rammentate che se questo patto sarà spezzato nulla vi potrà salvare dalla mia furia. – L’aria tremò per un attimo, come investita da un’improvvisa vampa di calore, e al posto dell’uomo tornò ad esserci un moncone di tronco ardente. Che si sbriciolò senza un suono, crollando in braci. Gli uomini se ne andarono e la Grande Garzaia venne chiusa per sempre.

Ma se il vostro cuore è puro, o lo è almeno quello di coloro a cui vi accompagnate, per un giorno all’anno potete sperare di riuscire a visitarla.
Ma dovrete essere saldi nella vostra fede, perché nessuno da quelle parti rischierà di scatenare l’ira del Re del Bosco.

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La Garzaia Proibita
by Fabrizio Burlone
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Illustrazione di Eugenio Bausola

Gli Elefanti del Roseg



Una pausa ci poteva anche stare.

Gregor marciava da quasi due ore sulla neve alta e una pausa ci stava giusta giusta. Scrollò le ciaspole nuove, bella idea quegli aggeggi. Papà gli aveva detto che i primi ad usarle erano stati i selvaggi delle Provincie Francesi della Confederazione del Canada. I cacciatori di pelli le avevano poi copiate, e col passaparola erano arrivate fin lì...  Anche se c'era chi diceva le avessero inventate i Greci, piuttosto,  e chi sosteneva il primato dei Tirolesi. Comunque erano comode. 
Tutto intorno era un trionfo di bianco. Bianca era la valle che aveva risalito. Bianchi erano boschi e cespugli, con qualche spruzzata di verde qua e là su pini ed abeti. Bianchi erano i fianchi delle montagne, bianche le vette, bianco il gigante Bernina, che se era bianco nel pieno dell'estate figuratevi in inverno. Si guardò attorno: non un segno di vita, a parte le sue tracce che costeggiavano il corso del Roseg e qualche pista di cervi o stambecchi. Il sole di mezzogiorno era alto, abbagliante, e tagliava ombre corte, nette e scurissime. Dentro si gelava, al sole ci si inzuppava di sudore. Gregor alzò lo sguardo  fino ad arrivare all'azzurro del cielo, che si diceva fosse più azzurro lì, nell'Alta Engadina, che in qualsiasi altro posto del mondo. Lui qualche dubbio  ce l'aveva, però. Perchè il cielo di Meina, per dirne uno, gli era sembrato dello stesso colore più o meno. E di certo altrettanto bello. Chiuse gli occhi cercando di richiamarlo dalla memoria. Ne erano passati, di anni...

Stava passeggiando lungo il lago, era primavera inoltrata e faceva già caldo. C'era stato un temporale la sera prima, capitava spesso, e l'aria era limpida e trasparente come un cristallo. Il cielo sopra alla sua testa era azzurrissmo, anzi, turchese. Ecco, se non era uguale a quello su Pontresina ci mancava poco... Improvvisamente il ricordo prese vita, come fanno a volte i ricordi, e cambiò direzione. Era un'altra mattina ma quasi lo stesso posto, cento metri più, cento metri meno. Gregor era andato alla stazione per assistere all'arrivo del treno. Non un gran che come evento, ma a Meina non c'era molto altro da fare per un ragazzino della sua età..
Quell'inverno mamma aveva avuto la polmonite. Era stata malissimo, la febbre alta, la tosse, il respiro che andava e veniva..  Il dottore l'aveva guarita, ma si era raccomandato farle cambiare aria per un po', appena possibile. Così, appena possibile appunto, il babbo aveva caricato la famiglia, armi e bagagli,  sul trenino che scavalcava il Bernina e che da qualche anno proseguiva il servizio anche nella stagione fredda. E l'aveva spedita in Italia, a Meina, dove i parenti del ramo italiano della famiglia si erano offerti di dare una mano. Era stato un viaggio entusiasmante, su per le montagne, in mezzo alla neve ed ai ghiacciai, e poi giù a capofitto nelle valli dell'altro versante, in un tuffo da mozzare il fiato. Da Tirano, poi, il cammino era proseguito in carrozza, in treno e perfino in piroscafo. Gregor non riusciva a credere che i laghi italiani potessero essere così grandi. C'erano addirittura le vaporiere ed i traghetti! Peccato che papà avesse dovuto rimanere a casa, ma qualcuno doveva ben mandare avanti la farmacia, no?  Però Gregor era rimasto un po' solo, anche perchè nessuno degli Italiani sembrava interessato a tenergli compagnia e a Meina, come si è già detto, non c'era molto da fare per un ragazzino della sua età.. Mamma cercava di tenerlo occupato dandogli da studiare il doppio di quanto non fosse solita fare a Pontresina, ma con la bella stagione che avanzava rimanere in casa sembrava proprio un delitto. Appena poteva se la svignava per andare a fare lunghe passeggiate nei boschi del Vergante, o magari per uscire sul lago con i pescatori o a vogare con qualcuno dei canottieri in allenamento. E quando non c'era proprio niente da fare, andava a veder passare il treno. Che non era un grande spettacolo, appunto. Da quando era stata aperta la galleria del Sempione tutto il traffico importante correva sulla linea Cusiana, qualunque cosa fosse. Glielo aveva detto il capostazione. Alla stazione erano tutti gentili con lui e la bigliettaia parlava anche un po' di Tedesco, cosa che lo aiutava parecchio con il suo Italiano. Proprio come voleva la mamma. Quella mattina, però, non c'era nessuno in giro per chiacchierare, tutti quanti sembravano presissimi a fare avanti ed indietro dall'area merci.  Il convoglio da Alessandria doveva essere passato da poco, e Alessandria voleva dire Genova. Poteva essere arrivato  qualcosa di interessante.. Dopo un paio di tentativi a vuoto, Gregor riuscì finalmente ad accedere alla parte della banchina che faceva da scalo: in fondo in fondo, praticamente più fuori che dentro alla stazione, il treno aveva lasciato una coppia di vagoni. Di fronte c'erano tre carretti in attesa e tutto intorno una quantità impressionante di persone intente alle operazioni di scarico (dei vagoni) e carico (dei carri).  Il ragazzo si trovò un angolino comodo comodo all'ombra di una tettoia, appena al di fuori dell'area di lavoro, e si mise a guardare. C'erano quintali di pacchi, bauli, rotoli, sacchi e cianfrusaglie dalle forme stranissime. Ma il piatto forte erano le casse. Grandi, piccole, medie, ma soprattutto grandissime ed enormi. Erano quelle a dare i maggiori grattacapi agli operai che cercavano di muoverle. Anche perchè tra di loro imperversava un giovane barbuto vestito come un maggiordomo che sembrava assolutamente certo della loro incapacità di portare a termine il compito assegnato senza danneggiarne il contenuto. Oltre che per le  dimensioni, le casse attiravano l'attenzione anche per le vistose scritte in vernice che le marcavano. Assab, Gibuti, Bardera, Nairobi.. erano chiaramente i nomi dei luoghi da cui erano partite o attraverso cui erano transitate..  Ma dove diavolo erano tutti quei posti? C'erano anche delle sigle in quello che gli pareva inglese, e altri segni ancora che sembravano più ghirigori che scrittura e, per quanto impossibile, davano l'impressione di fluire da destra verso sinistra,..
- Vengono dall'Africa, figliolo. - disse una voce gentile alle sue spalle. – Lo sai dov'è, l'Africa?-
Gregor si voltò d'istinto per trovarsi proprio di fronte a una gran dama che lo osservava divertita. Gregor la conosceva quella signora, cioè sapeva chi fosse. Tutti a Meina lo sapevano, perfino gli stranieri di passaggio. Era la signora di Villa Faraggiana, Catherine Ferrandi in Faraggiana..
- Sì, Signora - rispose, aggiungendo poi senza neppure metterci una virgola in mezzo.. - e cosa c'è dentro?
- Curioso eh? Allora facciamo così, adesso vai a dare una mano a caricare, poi ti fai dare un passaggio fino alla villa che le apriamo insieme. Come ti chiami, figliolo?
- Mi chiamo Gregor, signora.
- Svizzero?
- Sì, signora, si sente?
- Un poco, ma non suona affatto male. E' quasi esotico, direi. Allora, Gregor, datti da fare e ricordati di avvisare a casa che ti fermi da noi.
- Davvero? Posso?
- Per forza, non penserai mica di lasciare il lavoro a metà, vero? Avanti, presentati a quel giovanotto con la barba e dì che ti mando io. Via, via, a lavorare, adesso.. Io vado ad aspettarvi in villa, che per me fa già un po' troppo caldo qui. Non ho più vent'anni..
Ma l'ultima parte della frase si era persa nell’aria, perchè Gregor nel frattempo era già schizzato verso i vagoni, sbracciando e agitandosi come se avesse avuto il fuoco addosso per farsi notare dal tizio con la barba.

In mezzo alla neve, a chilometri e anni di distanza, Gregor spazzò con il bastone la cima di una roccia per accomodarci la pelle che gli avrebbe fatto tavola e da sedile.  Pescò dalla bisaccia che portava a tracolla del pane, del formaggio, un paio di pezzi di carne secca e mezza pignatta di  capuns, disponendo il tutto sulla mensa improvvisata. Un banchetto da signore, mancava solo la torta di Noci della mamma. Per quella avrebbe dovuto aspettare fino al rientro. Però c'era una fiaschetta di Kirsch, proprio quel che serviva per riscaldarsi lo stomaco. Quindi si accomodò pure lui, attaccando il pranzo e riprendendo il filo dei ricordi.

Dalle casse era traboccato un numero impressionate di manufatti, trofei di caccia, armi, attrezzi, pelli, tappeti, vasi e vasellame. E poi tende, una vasca da bagno, stoviglie da campo, aste, picchetti, materiale per imballaggio, strumenti da geografo, disegni, dipinti, libri e quaderni e altro ancora. Un’intera spedizione di caccia, insomma. O di esplorazione. Il carico era quindi stato ordinatamente accatastato nei magazzini della villa, che erano comunque già colmi di altro materiale bizzarro proveniente da chissà dove. Prima o poi il barbuto naturalista del Museo Etnografico e di Storia Naturale a cui buona parte della magione era stata adibita avrebbe trovato il tempo per catalogare ed esporre il tutto. Se solo fosse riuscito, prima, a quietare il piccolo Svizzero che la Signora gli aveva messo alle costole. Quello che affascinava di più Gregor era senz’altro la collezione di animali: le grandi vetrine del Museo mostravano orsi, tigri, gazzelle, antilopi leoni e dozzine e dozzine di altri animali mai visti e neppure immaginati. I trofei esposti sulle pareti, poi, erano così tanti e così grandi da chiedersi come facessero i muri a tenerli su tutti. Il naturalista aveva tentato di tener testa alla tempesta di domande che il ragazzino gli scatenava contro ad ogni passo, ma l’impresa si era presto rivelata senza speranza. Allora si era messo a raccontare invece di rispondere, e così, senza volerlo, aveva fatto la magia. Aveva raccontato delle savane del Serengeti e dei vulcani della Dancalia, delle coste selvagge del Mar Rosso, dei deserti dell’Eritrea, delle giungle dell’India e delle foreste del Sarawak. Degli innumerevoli luoghi lontani che aveva conosciuto dai racconti del Capitano Ferrandi e di Alessandro Faraggiana, il figlio della Signora, e che prima o poi avrebbe visto coi suoi stessi occhi, su questo ci si poteva scommettere. Come un naturalista mannaro, con il  morso aveva trasmesso la sua maledizione, e Gregor, in quel preciso momento, si era ammalato anche lui di Natura. Non ne sarebbe più guarito.

Di nuovo in mezzo alla neve, il giovane impacchettò i resti del suo pasto e li ripose nella bisaccia. Non era difficile immaginare il motivo per cui il filo dei ricordi si fosse srotolato fino a Villa Faraggiana. Dopotutto il sentiero che lo aveva portato a quella radura innevata in vista del grande Bernina partiva proprio da lì.
Rientrato a Pontresina, Gregor aveva diretto la sua vita sulla pista tracciata dai grandi esploratori; Livingston, Stanley, Burton, Speke, e, naturalmente, Ugo Ferrandi e Alessandro Faraggiana. Ma i tempi ormai erano cambiati. C'era stata una guerra mondiale intanto, e l'Europa era ancora tutta da rimettere insieme. L'interesse nei confronti delle grandi esplorazioni era svanito come neve al sole: glorie e fortune di uomini e nazioni si costruivano altrove. Erano nati miti nuovi, nuove frontiere, c'era la tecnologia, il petrolio, l'automobile, l'aeroplano..
Però.. Però si poteva pur sempre viaggiare con i propri mezzi, e vedere, studiare, imparare, scrivere. Esplorare, insomma, anche se nei libri di storia ormai non ci si entrava più passando da quella parte. Per qualche tempo Gregor riuscì ad intraprendere almeno una spedizione annuale, una gita come diceva lui. Alle montagne della vicina Italia, oppure verso le isole della non troppo distante Grecia. O anche sulle Sierras della lontana Spagna o tra le foreste tenebrose dei Balcani. Una volta fu addirittura fino alla remotissima Somalia: Mogadiscio, Brava, Chisimaio, ma soprattutto l’interno, verso Bardera e oltre. Verso il cuore dell’Africa, finalmente. Ma l’Europa stava già preparando un’altra guerra, e i viaggi diventavano sempre più difficili da organizzare, i luoghi sempre più ostili.. Più per necessità che per scelta, Gregor iniziò a guardarsi intorno, ad osservare le sue valli.  E scoprì con stupore che gli era più facile reperire scienza e letteratura sulle giungle del Borneo che sulle foreste dell'Engadina. Sui monti della Luna che su quelli che poteva vedeva dalla soglia della farmacia.

- Beh, e che c'è di strano? - gli disse una volta il padre - quello che c'è qui intorno è qui da vedere, non da leggere.
E allora capì di aver trovato il suo territorio da conquistare, il suo pezzo inesplorato di universo.

Da allora, appena papà e farmacia gli lasciavano un po' di tempo libero afferrava  taccuino, matite e binocolo (era perfino riuscito a procurarsi un modello della Carl Zeiss con il nuovo sistema di lenti a prisma inventato dall'Italiano Ignazio Porro) e correva giù in qualche valle o su per qualche monte. O si appostava dentro ad un bosco o sulle sponde di un torrente o di un laghetto per osservare, scrivere, disegnare. Nel giro di pochi anni era diventato  una presenza talmente consueta nel paesaggio che la gente si preoccupava quando non lo vedeva. E quando lo vedeva non poteva fare a meno di fermarsi a scambiare due parole. “Ma cosa vuoi trovare qui?”, gli chiedevano “che a parte due capre un passerotto e una marmotta qui non c'è nulla?” 

- Gli Elefanti, naturalmente - rispondeva lui, mostrando schizzi e appunti che raffiguravano di  tutto tranne che quelli.
- Elefanti? Ma ti manca qualche rotella ragazzo? -  ribattevano gli altri. - Qui non ci sono Elefanti. Neanche al circo. Devi andare in Africa se li vuoi vedere, gli Elefanti…
- E chi lo dice? - insisteva Gregor – Se anche nessuno ne ha mai visti, non vuol dire per certo che non ce ne siano. E poi in Africa ci sono stato: a trovarli lì sono buoni tutti.... e io invece  continuo a cercarli qui. Quando ci si mettono gli Elefanti possono essere proprio difficili da vedere, sapete? E comunque,  di già che guardavo ho fatto caso che c'è ben più  di quello che dite, qui intorno… Questo lo conoscete vero?  - domandava, offrendo magari il ritratto di un paio di capre o un di passerotto o di una marmotta.
- Certo. - rispondevano gli altri, divertiti.
- E questi li avete mai visti? – quattro batuffoli di piume in un nido, quattro piumini da cipria grigio screziati, con due enormi occhi gialli che puntavano dritti dritti fuori dal foglio. A quel punto l’osservatore di solito pigliava in mano il disegno girandolo un po’ a destra e un po’ a sinistra come a cercare il verso giusto. O faceva lo stesso con la testa, il che era ancora più buffo.
- Sono pulcini di gufo nel nido. – continuava Gregor - Carini, no? E questo?
Poteva essere un picchio muratore che scendeva un tronco a testa in giù, o una salamandra pezzata, una trota nella sua polla, un gallo cedrone, un piviere dorato di passo, una famiglia di cervi, uno stambecco in posa su di un crinale, una qualunque delle mille meraviglie che la gente incontra ogni giorno per strada senza mai vedere veramente. La storia non era mai proprio la stessa, ma neppure troppo differente.
Qualche volta, di tanto in tanto, qualcuno si fermava a guardare, ad ascoltare, a chiedere. Era solo un inizio, ma da qualche parte si doveva ben iniziare.
Con il tempo, Gregor era diventato per tutti Gregor degli Elefanti, l'ultimo dei cacciatori di pachidermi dell'Engadina. E in fondo questo non gli dispiaceva.

E neanche gli dispiaceva, adesso, di essere finalmente arrivato a destinazione. Perché camminare nella neve è bello, ma stanca.

Levato un guanto, non si poteva fare altrimenti, rimestò per qualche istante nella bisaccia per cavarne poi fuori un sacchetto di velluto rosso fiammante.  Lo agitò nell’aria limpida come un saluto od un segnale: le sentinelle avrebbero capito. Un guizzo alla sua sinistra, troppo veloce per esserne certo.. Un altro. Questa volta riuscì a seguirlo fino alla betulla di fronte. Erano loro. Si avvicinò lentamente, con cautela. Pescò nel sacchetto e quindi porse nel palmo della mano aperta quanto aveva pescato: pinoli. E che pinoli, perbacco, non la solita merce che si ricavava dai Cembri della Valle. Pinoli di prima qualità, arrivati dritti da Pisa tramite amici ed amici di amici. Un uccellino si staccò quasi immediatamente dal ramo da dove stava evidentemente seguendo lo svolgersi degli eventi. Proprio in fronte alla mano protesa si fermò a mezz’aria. Sembrava uno di quei microscopici volatili sudamericani di cui aveva letto tante volte sui libri, i Colibrì. Questo era forse meno brillante, dopotutto era solo una Cincia Bigia, ma la cosa restava altrettanto spettacolare. Trovato l'angolo di attacco ideale, si suppone, la Cincia atterrò sulla mano infreddolita di Gregor e passò ad aggredire i pinoli. Gregor sentiva chiaramente le unghiette dell'uccellino fare presa sulla sua pelle, una specie di leggero pizzicore, un solletico quasi. Dopo pochi istanti arrivò un secondo ospite, che si piazzò sul lato opposto al primo e prese a sua volta a rovistare nel mucchio. Ancora una Cincia Bigia, ma questa volta del tipo alpino, hanno delle piume più chiare tra le remiganti secondarie. A metà dell'ala, in Italiano. Ogni tanto si interrompevano, e si guardavano di brutto. Tentavano anche di scacciarsi a vicenda con qualche mossa e contromossa di lotta uccellesca, o soffiandosi contro come i gatti. La contesa terminò in un lampo con l'arrivo di una Cincia dal Ciuffo che sfrattò clamorosamente i due avventori. Per lasciare posto, qualche istante dopo, ad un'altra coppia mista. Pur muovendosi con la velocità del fulmine le bestiole non sbagliavano mai. O quasi. Individuavano proprio il pinolo che volevano in mezzo a tutti gli altri, chissà che cosa aveva mai di differente, atterravano, beh, ammanavano, acchiappavano il semino desiderato e tornavano sul rametto di provenienza per la consumazione. Il tutto in meno di quello che ci voleva per dire Jungfraujoch. A forza di tentativi e pazienza Gregor era però riuscito a far prendere confidenza ad un buon numero di Cince Bigie, More, dal Ciuffo e Cinciarelle che adesso si soffermavano sul suo palmo anche più dello stretto necessario. Cinciallegre e Picchi Muratori invece erano rimasti piuttosto diffidenti e preferivano che i semi venissero posati a terra o su qualche appoggio. Ma anche ad un solo metro di distanza, il che assegnava un posto in prima fila e lasciava le mani libere per disegnare. Però era meno divertente.
Due secche detonazioni in lontananza interruppero bruscamente il corso dei suoi pensieri. Cacciatori. Una passione che lui non sarebbe mai riuscito a comprendere. Sulla valle scese un silenzio impressionante mentre le Cince, incluse quelle sul suo palmo, restavano in allerta, a testa alta, nervose. Poverine, pensò Gregor, nella loro visione del mondo lo schianto di uno sparo deve risultare un fenomeno a dir poco terrificante.
Poi, improvvisamente, il silenzio fu rotto  dal rumore di centinaia e centinaia di piccole ali che, tutte insieme, battevano l'aria. Tutti gli uccelli del mondo, in un solo balzo, si erano alzati  in volo per dirigersi verso il Roseg e, quindi, verso il fondovalle. Abbandonato nel boschetto deserto toccò a Gregor di sentirsi nervoso. La montagna gemette. Un suono basso, una vibrazione al limite dell'udibile, l'eco di uno schiocco, di uno schianto colossale che arrivava alle viscere prima ancora che alle orecchie. Fu investito da una ventata fredda che durò solo un istante.
Gregor era nato da quelle parti, e sapeva quello che stava per accadere. Sollevò lo sguardo verso il canalone che incideva il fianco della montagna e, come si aspettava, vide la valanga scendere, inarrestabile, irresistibile. “Scheiße!” esclamò, e non è una bella parola. Tutto intorno c'erano solo betulle e sottobosco, doveva essere un tracciato di sfogo abituale e nient'altro faceva in tempo a crescere tra una botta e un’altra. Ma larici abeti non erano lontani: ci mettevano anni a prendere posto e se le altre volte l'avevano scampata forse ce l'avrebbero fatta pure questa. Guadagnò terreno, mentre il rombo della massa di neve che scendeva si faceva sempre più potente ed il vento di caduta più forte. Poi, quando mancavano solo pochi metri al bosco, si rese conto di avere perso la corsa.

Gregor! Pensò Herr Schellenberg e fu fuori nella piazza che il rombo della valanga non si era ancora del tutto allontanato.  - Dove? - domando' bruscamente a un compaesano che sembrava godere di un orizzonte più sgombro del suo.
- Su per il Roseg - rispose quello, - Non molto grande, ma vicina. Prima del Chalchagn, o subito dopo.
- C'è Gregor in val Roseg. -
- Il borgomastro! – comandò l'altro senza nemmeno pensarci su – Vai ad avvisarlo che io  chiamo la squadra. Ci vediamo alle slitte! -
Pontresina era un borgo di piccole dimensioni, ma dopotutto aveva una farmacia, una scuola con ben due maestri, una chiesa Protestante, una Cattolica e anche una Anglicana. E una stazione dei pompieri, dotata perfino di una carro pompa Rosenbauer a mano. Bene,  proprio di fianco alla campana di chiamata per la brigata dei vigili del fuoco volontari, ce ne era una più piccola per una squadra più piccola: quella del volontari soccorso valanghe. Quando Martin Schellenberg si fiondò nuovamente fuori dalla farmacia, con tabarro e scarponi in mano,  quella campana stava già suonando. Incontrò il borgomastro davanti all'ingresso del municipio, anche lui che si stava precipitando alle slitte. - Gregor! - gli gridò, continuando la corsa.
- Sicuro? - domandò.
- Me lo sento.. -
E questo fu tutto quello che c'era da dire, almeno fino al punto di ritrovo. Lì, altri quattro uomini li stavano aspettando sulla slitta della brigata. I due balzarono a bordo mentre il mezzo già si muoveva.
- Gli altri arriveranno, per il momento ci siamo solo noi. - avvisò il tizio della piazza.
- Ci faremo bastare. - rispose  Martin Schellenberg.
Individuarono  la traccia della slavina pochi minuti oltre l’imbocco della valle. Era davvero piuttosto vicina, scendeva da una gola poco prima del pizzo Chalchagn ed arrivava a coprire parte del letto del Roseg che stava già provvedendo a spazzare la sua strada attraverso la massa nevosa. La pista che correva a lato del torrente era rimasta praticamente sgombra.
- Vedrai che sarà un giro a vuoto. -  Anticipò il borgomastro spezzando il silenzio. -  Gregor sa il fatto suo.
- Speriamo, ma la montagna si prende chi vuole e..
- Là, delle tracce! - Interruppe il vetturino - ma di che accidenti sono?
- E' Gregor! - Esclamò il farmacista - Sono di ciaspole, racchette da neve.  Me le manda un amico dalle Americhe. Si mettono ai piedi e...
Questa volta si interruppe da solo. Le tracce si scostavano dal torrente e risalivano verso la montagna. Fino a sparire proprio sotto alla slavina.
- Muoviamoci! - incitò scendendo al volo dalla slitta. Afferrate le pertiche, la squadra attraversò il Roseg di corsa e raggiunto il fronte nevoso incominciò a lavorare di sonda. Era passata più di mezz'ora da quando il rombo della valanga aveva fatto tremare le vetrine della farmacia. Se Gregor non avesse avuto a disposizione una camera d'aria o un qualunque condotto verso la superficie la loro corsa sarebbe risultata già abbondantemente vana. Martin non ci voleva neppure pensare. Konrad e i cani non arrivavano, e per quanto piccola quella slavina era enorme per una squadra di sei persone. Bisognava sperare che Gregor fosse riuscito a galleggiare sul fronte d'impatto, tutti quanti in montagna dicevano di saper come fare, ma erano più fanfaronate che altro.  E che non avesse riportato traumi seri o, peggio, fratture. Che nella iella, in totale, fosse pure stato fortunato, e allora poteva esserci ancora un margine di speranza di quindici, forse venti minuti. Poi sarebbe stata solo la volontà di Dio. Il farmacista affondava la pertica nella neve come un forsennato, la estraeva e la affondava di nuovo, senza mai incontrare nulla. Allora la affondava di nuovo, e di nuovo, insensibile alla fatica, al freddo, al dolore che stava risalendo le braccia.
- Martin MARTIN! Fermati! Ascolta...
Ma chi era a parlare? E che voleva? Perchè non riusciva a muoversi?
-  Calmati, ascolta.. - si sentì ripetere..
La frenesia che lo aveva afferrato iniziò finalmente a dissolversi, abbandonandolo scosso e confuso sulla neve scesa dal Chalchagn. Due dei suoi compagni lo stavano trattenendo..
- Ascolta...
 Che c'era da ascoltare? Non si sentiva nulla, solo un po' di brezza tra gli alberi, lo scorrere del torrente alle spalle e i consueti richiami degli uccelli. Che erano un baccano della miseria, però, e che avevano mai quelle bestiaccie? E perchè sembrava venire tutto da un'unica direzione?
- Ma.. ma cosa.. che c’è? – balbettò alla fine..
- E' quell'albero laggiù, guarda: ci sono tutti gli uccelli del bosco, là. E stanno chiamando.
L'idea si fece largo nella sua mente con la rapidità e la potenza di un fulmine, spazzando via incertezza  e fatica come un temporale.
- Sono quelli di Gregor! - esclamò - Lui è là sotto, è là sotto! Andiamo! - e partì come un proiettile, lasciandosi indietro squadra e domande. Attraversò in qualche modo il corso della slavina e risalì faticosamente lungo il fianco opposto, lo sguardo sempre  fisso sulla neve a cercare  un segno, un indizio, un qualcosa... E alla fine lo trovò. Seminascosto da una piccola gobba nevosa c'era un sacchetto di velluto, un sacchetto di velluto rosso fiammante. Gli uccelli facevano la spola dall'albero a quello e da quello ad un altro punto un po' più in alto, dove però non si riusciva a scorgere assolutamente nulla,
- Prendi quel coso rosso - ordinò il borgomastro  al farmacista - Gregor lo vorrà indietro..  -  quasi automaticamente Martin rispose a quanto gli era stato richiesto e si avviò al recupero. Gli altri proseguirono per sondare la seconda zona puntata dai volatili: andava fatto prima che Martin capisse l'antifona, perchè le possibilità che Gregor fosse proprio lì sotto erano poi quelle che erano. E che fosse vivo, anche meno. 
Al primo affondo la pertica non incontrò nessuna resistenza. Nemmeno al secondo, e al terzo, e..
- E' qui! E' Qui! - Gridò l'uomo alla sinistra. - E' qui! 
In un attimo furono tutti sul posto a scavare, Martin con il sacchetto rosso in mano. 
- Bravo ragazzo, sei riuscito a stare in alto, bravo.. - borbottava uno
- Ma che fortuna! Che fortuna! - Aggiungeva un altro..
- Resisti, resisti! Ancora un attimo e sei fuori..
Il ragazzo era vivo, e anche cosciente più o meno. Lo adagiarono su una coperta e presero a frizionarlo, qualcuno passò una fiaschetta di kirsch. Gregor riuscì a mandarne giù una buona sorsata e, forse  per quello o forse per altro, cominciò piano piano a riprendersi..  Lo caricarono sulla slitta  lanciandosi quindi verso il paese alla massima velocità possibile, tutti insieme. Ridendo, scherzando, dandosi delle gran pacche sulla schiena e promettendosi sbronze colossali.
- Perchè ci avete messo tanto? - domandò Gregor quando le forze gli consentirono di farsi contagiare dall'allegria generale..
- Perchè ci siamo fermati a guardare gli elefanti, figliolo. - rispose Martin. - Ma vedremo di fare più in fretta, la prossima volta.

Era tornato l'inverno, o meglio, era sulla via del ritorno. Due degli uomini della famiglia Schellenberg stavano disseminando di pinoli il fondo di una piccola mangiatoia appesa al ramo più basso di uno splendido abete. Non molto distante da lì uno di loro era stato preso dalla valanga e l'altro aveva scavato per tirarlo fuori.
- E questa è l'ultima - dichiarò il ragazzo. - Chissà quanto ci metteranno a spazzarle via, questa volta..
- Ci metteranno quello che ci metteranno - rispose il padre - ma finchè Pontresina avrà una farmacia ed un Borgomastro, d'inverno qualcuno salirà quassù e riempirà le mangiatoie di semi e di frutta.
- Anche se, credimi, è più divertente fare così.. – Gregor si versò nel palmo il solito mucchietto di pinoli. La prima cincia arrivò talmente in fretta da riuscire quasi ad infilarsi dentro al sacchetto rosso. La seconda tardò solo di pochi secondi, seguita da una terza.
- Molto più divertente.

Ancora oggi, viandante, ti dovesse mai capitare di attraversare la valle del Roseg, non dimenticarti di portare con te un sacchetto di pinoli da porgere alle cince. Se saranno buoni, ma proprio molto buoni, forse potrai anche convincerle a raccontarti la storia di Gregor degli Elefanti. Loro la ricordano ancora.



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Illustrazione di Eugenio Bausola



Natale AD 1223




Non era stato un cattivo inverno, anche se a fine dicembre la primavera era tremendamente lontana e poteva ancora capitare di tutto. Il freddo aveva incominciato a mordere presto: a novembre il terreno aveva preso a congelarsi sempre più di frequente e a sgelarsi sempre più di rado. Le pozze e i bordi dei ruscelli si erano ricoperti di festoni di ghiaccio che quando c'era il sole luccicavano che sembrava un giorno di festa. Ma durava solo un attimo, perché il sole ormai usciva solo un attimo per volta, se usciva. Poco dopo però era caduta la prima neve. Era una bella cosa, perchè sotto alla neve faceva più caldo che fuori, e così la terra poteva scongelarsi un poco. L'estate di San Martino l'aveva trasformata in acqua, ma poi era arrivata la seconda, e poi la terza, e dopo un po' si era perso il conto. La neve aveva coperto i monti e le valli, era scesa fino in pianura. Ma si era posata leggera leggera, come un velo di sposa, come la spuma di un'onda o un pensiero rimasto a metà. Qualche pista era diventata più difficile da percorrere. Qualche naso, cercando l'erba, si era gelato più del solito. Qualche vecchio ramo aveva dato l'addio al suo albero, ma tanto era vecchio. E questo era più o meno tutto quello che era costato, per quell'anno, avere a disposizione un paesaggio da favola. Quello e, alla bisogna, un po' di lavoro in più per cavare le bacche invernali dal di sotto della coltre di neve che le ricopriva, cosa che aveva trattenuto anche il codibugnolo che ora stava volando come un forsennato nel tramonto per arrivare all'appuntamento più o meno in orario.. E dire che non era neanche il suo cibo preferito. I Codibugnoli sono insettivori, lo sanno tutti, ma d'inverno si piglia quel che c'è e quelle bacche trovate per caso erano troppo invitanti per lasciarle lì. E adesso c'era da correre, anzi da volare; il sole era ormai sparito sotto l'orizzonte, quello che restava era la luce dell'ora blu. Per fortuna non mancava molto. Attraversò i campi a est del paese mentre dalla neve si alzava già la nebbia, nebbia che poi restava lì a galleggiare a mezz'aria, indecisa tra l'avventurarsi nel cielo che avrebbe potuto disperderla con un solo colpo di brezza e passare un'altra notte nel sicuro porto del suolo, degli alberi, dei fossi, dove il vento non arrivava mai. Sorvolò la vecchia siepe e la via che veniva da Spinaceto, girò intorno alle prime case di Greccio passando sopra a quelli che dovevano essere orti o giardini, immobili ed irriconoscibili sotto alla coltre che li ricopriva. Bucò anche qualche nuvola di fumo degli uomini, che sapeva di caldo e di cibo. Sfrecciò attraverso una macchia di alberi e poi di nuovo sui prati innevati, mentre il crepuscolo si stava girando in notte e su, in alto, le stelle incominciavano a scintillare. Discese infine in quello che nell'oscurità sembrava l'inizio di una faggeta, indovinò un albero, si posò su di un ramo ed attese.

I minuti passavano lentamente, di tanto in tanto qualche rumore lo faceva sobbalzare ma in pratica tutto il mondo sembrava tranquillo, in pace. Forse in attesa. Quando l''apprensione superò la prudenza, decise finalmente di farsi sentire.
- C'è qualcuno, qui? - domando' al buio.
- Io ci sono, ma tu chi sei? - rispose una voce da qualche ramo più in alto.
- Codibugnolo, e tu?
- Picchio muratore, piacere. -
- Sei qui da tanto?
- Da un po', era ancora chiaro..
- E siamo in tanti?
- Parecchi - aggiunse qualcuno da un altro angolo. - Passera mattugia, siamo in quattro.
- Cinciallegra, cinciarella, cince bigie, more e dal ciuffo. Presenti in buon numero sull'albero qui di fianco. Piacere.
- Peccato per il buio, che non si vede nulla. - commento' il codibugnolo.
- Non ci pensate: manca poco al sorgere della luna, ormai. – dichiarò uno dei gufi
- Sarà, - obbiettò un fringuello – ma per adesso è buio, buio pesto.
- Guarda bene, si nota già la differenza all'orizzonte. Sarà una bella luna, dico io..
- Me lo auguro, io non ci vedo ad un palmo dal becco e ad ogni suono o rumore il cuore mi balza fino in gola, e poi convincerlo a tornare giù è un'impresa.
- Non temere piccolino, - raccomandò un voce lì accanto - oggi è un giorno di pace, e siamo tutti qui in pace. Nessuno escluso.
- Perdiana! - esclamò il fringuello, che per lo spavento era schizzato tre rami più in alto. - Ecco quello che intendevo! Non potevi annunciarti in qualche modo, sparviere? E comunque non ci sei solo tu in queste foreste..
- Ma, come dice l'amico sparviere, tutti quelli che sono qui sono venuti in pace. - Annunciò dal basso una voce che tutti conoscevano e temevano.
La luna, intanto, si era finalmente decisa a far mostra di sé, fredda, enorme appena sopra l'orizzonte. E anche attraverso la foschia che galleggiava a mezz'aria riusciva a mostrare chiaramente la forma del lupo che aveva parlato. Il silenzio calò sul bosco come una foschia ancora più densa, mentre ciascuno, in cuor suo, pesava le parole del predatore per decidere se fidarsi o meno. Perchè va bene la pace, ma un lupo è sempre un lupo..
- Aspetta aspetta, che questa non me la voglio perdere - dichiarò una vocina ancora più in basso. Da una chiazza di erba rimasta lì probabilmente per scommessa fece capolino un lepre. Con un paio di balzi si portò vicino al lupo, rallentando per poi fermarsi a meno di un metro.. - Sicuro che non cambi idea, adesso? -
- Ho promesso, - confermò l'altro, - e se anche non lo avessi fatto, oggi è diverso. Questa notte siamo tutti più buoni, no?
- In che senso? - domandò la lepre allarmata.
- Buoni nel senso buono, intendo. Ma se mi temi tanto, perche ti metti a portata dei miei denti?
- E quando mi ricapita di vedere un lupo da così vicino. - dichiarò soddisfatto il piccolo quadrupede.
- L'occasione ti potrebbe ricapitare, - commentò al volo un codirosso da un ramo - Di poterlo poi raccontare probabilmente no..
- Ma tu non eri migrato? - domandò un gheppio dopo qualche attimo di imbarazzo generale..
- Seee e secondo te questa me la mancavo? - rispose l'altro.
- Basta con questo baccano lì sotto, che sta arrivando qualcuno. - Avvertì una civetta dall'alto. Di nuovo, il bosco si azzittì. Chi poteva si tirò su per vedere tutto quanto di prima mano, ma per chi non aveva occhi da rapace non c'era un granché da vedere, al momento.. Quel qualcuno era evidentemente un uomo e stava appena uscendo dal limite del paese lungo il vecchio sentiero. Con una tenacia a dir poco ammirevole avanzò sulla strada ghiacciata fino alla curva, rischiando di scivolare e cadere più o meno ad ogni passo.. Quindi si guardò intorno un paio di volte, come per farsi sicuro della posizione, e tagliò nel campo, nella neve alta, verso il bosco. Si affondava fino al ginocchio, a metà strada dovette fermarsi a riprendere fiato. Si asciugò del sudore che gli scendeva negli occhi con la manica del saio. La foschia, finito il suo compito, si stava diradando rapidamente, e la luce della luna faceva brillare la neve sul prato come la vetrate delle cattedrali che aveva visto nei suoi viaggi, o i gioielli che portavano le dame. In cielo, qua e là, luccicavano nubi leggere, ricami d'argento sul tessuto della notte. Dove la la luna non poteva ancora arrivare era una celebrazione di stelle di ogni fattura, piccole e grandi, luminose o appena visibili. Tutte a guardare giù, verso il prato innevato dove il piccolo frate stava guardando in su. Era una notte magica, era la notte di Natale. Come gli capitava sempre più spesso di fare, il frate ringraziò l'Onnipotente per aver profuso nel creato così tanta bellezza ed armonia. Poi, rinfrancato dalla sosta, riprese il cammino. Arrivato agli alberi incontrò meno neve e riuscì a marciare più agevolmente, ma dopo aver seguito il margine del bosco per poche decine di metri tornò a fermarsi. Gli era parso di sentire un richiamo. Poi un altro, e un altro ancora, e in un attimo si trovò circondato da un autentico stormo di uccelli e uccelletti festanti, cinguettanti, gorgheggianti, starnazzanti e tutte quelle altre cose che fanno gli uccelli quando sono felici. "Francesco, sono qui!" diceva uno, "Francesco, anche io ci sono!" aggiungeva un altro, "Francesco, siamo pronti, andiamo?" domandava un terzo.
"Fanatici.." pensò dignitosamente il lupo, ma poi si unì al comitato di benvenuto con l'intenzione di cercare anche di scroccare una grattatina proprio dietro alle orecchie, che è vero che non è molto dignitoso, però gli piaceva parecchio.
Ora, è difficile dire se Francesco intendesse letteralmente la conversazione che lo attorniava, parola per parola voglio dire, ma di certo ne intendeva perfettamente il senso e, come si conviene ad una persona educata si soffermò per più di un attimo a scambiare qualche frase di cortesia con un uccelletto qua, uno scoiattolo là, un riccio, una volpe, un daino e in definitiva chiunque altro cercasse di attirare la sua attenzione. Ma alla lunga il dovere si fece pressante e gli toccò quindi di richiamare all'ordine la platea.
"Fratelli e sorelle" esortò il frate "Il vostro affetto scalda il mio vecchio cuore anche nel gelo di questa lunga notte di inverno. Ma il tempo stringe ormai, siamo convenuti qui per uno scopo e tale scopo deve essere adempiuto. Quindi, orsù, raduniamoci e partiamo, che la strada non è molta ma prima o poi va affrontata"
"Faccio strada io" dichiarò il cinghiale scattando in avanti, "voi rimanete nella mia pista". Alcuni uccelli sorrisero della proposta, ma, notata l'occhiataccia con cui il frate di redarguiva, si guardarono bene dal prendere iniziative e rimasero disciplinatamente nelle retrovie, spostandosi di posatoio in posatoio. Tornata sulla strada, la strana comitiva si lasciò alle spalle Greccio dirigendosi verso Stroncone. Malgrado le evidenti difficoltà di terreno e di clima, proseguirono a passo piuttosto spedito per mezza lega circa, fino ad arrivare ad uno slargo probabilmente spianato apposta per l'occasione. Lì, un'assemblea pittoresca quanto la loro sembrava proprio attendere solo il loro arrivo.
"Avanti, avanti!" li incoraggiò il frate "la processione sarà qui tra non molto, ognuno si trovi il suo posto. Il lupo con i pastori e gli agnelli, e non voglio sentire proteste. Cervi daini e cerbiatti sul margine del bosco, attenti alle corna. I cinghiali sottovento, per favore. Quelli che volano si mettano dove credono, avanti, avanti; di spazio ce n'è, di tempo molto meno.."

Così, con qualche titubanza ma senza timore, ognuno si piazzò come richiesto: i lupi con gli agnelli, i servi coi padroni, gli animali con gli uomini. Perchè quella era una notte magica, era la notte di Natale. Il nostro codibugnolo trovò posto con le altre cince tra i rami di un faggio non troppo distante dalla grotta. Eccoli là: il bue e l'asino, i due umani che rappresentavano Giuseppe e Maria e la mangiatoia dove sarebbe stato deposto il Bambino. Proprio come aveva detto Francesco, ma essere lì, essere presente, era tutta un'altra cosa. La luce incerta delle delle torce e dei fuochi illuminava guizzante i volti di mercanti, artigiani, cavalli e cavalieri, soldati in strane corazze, madonne, nobiluomini, fanciulle, pastori e guerrieri vestiti con abiti esotici, strani animali. Tutti in attesa intorno alla caverna, tutti presi nella parte che faceva loro rivivere, per una notte, una storia di mille anni prima, e mille leghe più altrove, una storia che tutti avevano sentito raccontare. Dalla strada di Greccio giunse un canto che era anche musica, poi, piano piano comparvero bagliori di ceri e di fiaccole, in ultimo le sagome degli uomini che li portavano.
La processione avanzò lentamente, solennemente, per unirsi alla rappresentazione del primo presepe della storia, il presepe vivente di Greccio, nell'anno del signore 1223.
Nella mangiatoia adesso c'era un bambino. "Guarda!", esclamò il codibugnolo "E' arrivato!"
- Ma no, ma no - lo corresse una cincia - è un simulacro, una cosa simbolica. L'ha fatto la figlia del Signore di Stroncone, me l'ha detto mio cugino che abita nel giardino della dama.
- Sarà - contestò il codibugnolo - ma a me sembra un bambino vero..
- Ma figurati, tu porteresti uno dei tuoi pulcini qui fuori, al freddo, con questa neve? E in piena notte, per giunta?
- Tutto quello che vuoi, però si muove. Guarda, adesso sta salutando quelli lì davanti. Ehi, qui! Ci siamo anche noi!
- Lo sa che ci siete anche voi - lo rimbrottò Francesco che, invisto ed invisibile, si era intanto lasciato scivolare indietro tra la folla per trovare un angolo di tranquillità proprio sotto a quell'albero. - Però potreste anche far qualcosa di più per farvi notare...
Allora tutti gli uccelli dell'albero confabularono tra di loro per qualche istante, e poi, come un corpo unico, si alzarono in volo e scesero in un sol balzo nello spiazzo che gli uomini, forse volontariamente o forse no, avevano lasciato libero innanzi alla grotta. In un istante anche i pennuti che avevano trovato posto altrove si unirono allo stormo. "Fanatici.." pensò dignitosamente il lupo, ma poi anche lui si avviò per prender posto nell'apertura. Figurante, per una volta, ma comunque ben in vista, perbacco. Quindi arrivarono i cervi e i cinghiali le lepri e le donnole, e infine tutti gli altri. Colpito da tutto quel movimento il presepe si era azzittito, e adesso stava in attesa. Gli animali del cerchio esterno si accucciarono così che tutti potessero vedere, e allora gli usignoli presero a cantare. Poi i pettirossi, gli scriccioli, i merli, i fringuelli, le capinere e ancora tutti gli altri. Anche le gazze e le ghiandaie, perfino i corvi e le oche trovarono il loro posto nel canto, e quello fu praticamente un miracolo. Era una canzone dolcissima, che raccontava di una notte silenziosa, una notte santa, una notte in cui gli angeli parlavano con i pastori e la pace sembrava essere scesa sulla terra per regnare per sempre: la notte in cui Gesù era nato. La canzone ebbe fine e tutti gli animali tornarono al loro posto, felici di aver fatto la loro parte. Ma la melodia restò a lungo nelle orecchie e nei cuori degli uomini, che da allora la tramandarono di padre in figlio fino a quando, quasi seicento anni dopo, un monaco austriaco non ne scrisse la partitura e un altro ci aggiunse le parole, facendone dono, per sempre, all'umanità tutta. Date le circostanze, è probabile che qualche dettaglio si sia perso nel tempo, nella distanza e nella, diciamo, traduzione. Ma la canzone è rimasta la stessa, un augurio di pace e felicità in cielo e in terra, per tutti gli uomini buona volontà.

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Natale AD 1223 by Fabrizio Burlone is licensed under a 
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Piccioni


I piccioni non sono molto belli, con quel colore grigiastro che non dice niente. In più sporcano. E puzzano. E trasmettono malattie, o almeno così si dice. Hanno una voce monotona e fastidiosa, che ti fa capire subito che loro no, non sono animali intelligenti. Per non dire dell'espressione, o di quell'andatura dondolante... Noè aveva mandato un piccione a vedere se le acque si erano ritirate, ma poi si è scritto colomba perchè il piccione non si può, è impresentabile. Il piccione della pace? Ma figuriamoci. Cochi e Renato dovevano cantare del piccione, ma poi si era preferita la gallina, perchè in fondo è più simpatica.
Si moltiplicano senza ritegno, nidificano nei posti più fastidiosi e poi sfrattarli e rimettere tutto in ordine costa un occhio. Non hanno neanche i piccoli, diamine. I piccoli mettono sempre tenerezza: almeno un po' carini lo sono tutti, è matematico. E invece no, niente, neanche quelli. Cioè, li hanno, ovvio. Ma quando escono dal nido e finalmente li vedi sono già praticamente indistinguibili dagli adulti; grigi e insulsi. Gli unici piccioni che abbiano mai fatto qualcosa di buono sono stati i piccioni viaggiatori, al loro tempo. Ma oggi, nell'epoca dove perfino la posta elettronica sembra troppo lenta, i piccioni viaggiatori li trovi solo nelle vignette e nei cartoni animati, e non fanno una gran bella figura neanche lì.
Insomma, diciamocelo francamente: a nessuno piacciono i piccioni.
Neanche ai piccioni, o almeno non a tutti. E sicuramente non al piccione della nostra storia.
Non che lui si fosse mai fatto troppe domande sulla posizione del piccione nel grande cerchio della vita, e quando mai... Prima, almeno. Poi aveva festeggiato il suo sesto compleanno, ed era ufficialmente diventato un piccione cittadino di mezza età. E come tutti i cittadini di mezza età era incocciato nella sua crisi di mezza età. Qual'è il senso della vita, che ne ho fatto della mia, cosa ne dovrei fare, dove sono arrivato, dove voglio arrivare, se ci arrivo poi a che ora mi libero... Le solite cose che ci siamo chiesti tutti quanti prima o poi, con le solite conseguenze: inappetenza e/o fame nervosa, poca voglia di lavorare, considerevoli difficoltà di concentrazione e un desiderio irresistibile di raccontare i propri problemi a tutti quelli che ci circondano. I quali, ovviamente, prendono ad evitarci come l'aviaria, cosa che normalmente genera anche una sana sindrome da isolamento, qualche disordine della personalità di tipo sociopatico e magari in una bella paranoia vera e propria. Ma fermiamoci un attimo prima, perchè anche i piccioni hanno degli amici..
- Lo so, capita anche a me, ti capisco benissimo. - dice l'amico.
- Davvero?
- Certo che no, ma scherzi? E chi ti capisce a te? Sei un bel piccione... beh, bello forse è troppo. Comunque hai due ali, due zampe e tutto quello che serve. Dal poco al troppo sei anche in salute. Quando serve un tetto sulla testa ce l'hai, non fai la fame, nessuno ti spara addosso. Sei un ragazzo fortunato, insomma. Dovresti stare contento, no? Invece, guardati: sei un'autentica Pittima. Il che, per un piccione, è anche ridicolo.
- E questo sarebbe il senso della vita, secondo te? Tutto qui?
- Voli. Ti sembra poco? Metà del mondo darebbe un occhio e una gamba per poter volare.
- Le Aquile volano. I Gabbiani volano. Anche le Rondini volano. Noi al massimo svolazziamo.
- Tu svolazzi. Io volo rapido e potente. I nostri antenati vivevano sulle scogliere, tra il mare e il vento, e noi siamo costruiti per volare agili e sicuri anche in condizioni estreme.
- E invece voliamo tra un sottotetto e un giardino pubblico. Anzi, svolazziamo.
- Senti: io sono un piccione maschio. Se hai un problema ne parliamo, troviamo una soluzione, la mettiamo in pratica e poi andiamo al parco a vedere se qualcuno ha buttato via una lattina con ancora un po' di birra. Se invece hai bisogno di sfogarti, trovati un piccione femmina oppure un gruppo di terapia. A seconda di quanto sei messo male.
- Spiritoso. E quale sarebbe questa tua soluzione da mettere in pratica? Se ne hai una, s'intende.
- Parlane con il Grande Saggio del Broletto.
- E che soluzione è? Hai solo rimbalzato il problema a qualcun altro. Che oltretutto non esiste neppure.
- Cosa che, per me, costituisce una soluzione ragionevole ed efficace. E poi il Grande Saggio del Broletto esiste e riceve sul campanile del Duomo, perchè gli piace stare in alto. Mio cognato aveva un problema che adesso non mi ricordo, ma era importante perchè non riusciva più neanche a dormire di notte. Bene, ci è andato, lo ha trovato e ci ha parlato.
- E adesso come sta?
- E' morto. L'ha beccato il falco appena fuori al Duomo.


Entrare nel campanile era diventato praticamente impossibile, tra reti, griglie e dissuasori. Neanche al padreterno i piccioni piacevano più di tanto. Con il Falco in giro sarebbe stato meglio passare dall'interno, ma alla balconata che il Saggio aveva scelto per le udienze ci si poteva accedere anche dall'esterno. O almeno, così si diceva. E si diceva anche che da lassù si godesse della vista ispiratrice delle montagne sulle cui vette il Saggio aveva studiato e, alla lunga, visto la Luce. Ma anche no, non c'era uniformità di opinioni a proposito.
Volando con la paura del Pellegrino quasi non era accorto del piccolo gruppo di piccioni in attesa sulla seconda balconata superiore. Con una brusca virata si portò a livello e scese lì accanto. - Siete qui per il Saggio?
- E per chi se no? Prendi il numero.-
Prese un biglietto con sopra stampati dei numeri da un mucchietto in un angolo.
- Ma sono dei numeri a caso..
- Sì, li troviamo davanti a una ricevitoria del lotto in galleria. Ma non ha importanza perchè tanto lui chiama come gli pare. Quando hai finito rimettilo nel mucchio.
Date le circostanze, si mise in fila senza fare altre domande. Dopo un po', un bel po' a dire il vero, da dietro ad una colonna sbucarono un paio di piccioni intenti in una fitta conversazione. Arrivati alla platea l'uno salutò l'altro con reverenza e tornò nel gruppo. Quello rimasto fuori esaminò gli astanti con un'occhiata e fece la sua chiamata.
- Tu, là in fondo che numero hai? -
- Chi, io? - domandò il nostro.
- Sì tu: che numero hai? -
- Sul biglietto ce ne sono parecchi.
- Bene, stiamo servendo proprio quelli. Fatti avanti e specifica la natura della tua emergenza esistenziale.

Il piccione della storia, che per comodità a partire da questo punto chiameremo Marvin, guardò per l'ennesima volta l'orologio della torre. Non proprio vicinissimo, ma comunque ben visibile. Non si poteva sbagliare: l'ora era quella, più o meno. Come suggerito dal Saggio, o forse si dovrebbe dire ordinato, planò sul ciottolato della piazza del Duomo e attese il segno che gli si sarebbe mostrato "se avesse avuto occhi per vedere". Le vie del Signore erano già infinite, che bisogno c'era di farle pure misteriose? Passò qualche minuto, senza fretta. Poi un'ombra sinistra si levò alle spalle del piccione, sovrastandolo ed oscurandolo. Marvin si voltò per affrontarla, ritrovandosi di fronte a un piccolo d'uomo, intabarrato in una di quelle livree dai colori improponibili che gli umani possono mettere e togliere a piacere. Quella, in particolare, si alzava fino a coprire parte della testa, e aveva del pelo sul bordo che sembrava sfuggire dall'interno. Vabbè, pensò, non tutti i gusti san di miglio.. Il piccolo, intanto, era arrivato a portata di mano e stava appunto protendendosi per afferrare il piccione. Istintivamente, Marvin aprì le ali e con un paio di colpi si allontanò di una buona misura. Istintivamente, il bimbo si girò nella sua direzione e riprese l'inseguimento. Mantenendo tutta la dignità possibile Marvin lo menò per un po' su e giù per la piazza e poi, dribblando anche un tentativo di raddoppio di marcatura, partì in volo per andarsi a posare, infastidito, su di un cornicione sovrastante.
- E questo cosa sarebbe? - lo interrogò uno dei piccioni che già stavano lì.
- Questo cosa?
- Scendi giù, fai quattro passettini di qua, quattro di là e poi te ne vieni via..
- E allora?
- E allora i bambini sono rimasti delusi..
- E allora?
- E allora che ci sei venuto a fare qui, santo cielo?
- Be, io ho solo parlato con il Saggio del Brole..
- Osignur, un altro! - lo interruppe bruscamente - Aspetta aspetta aspetta, non voglio sapere niente. Vieni giù con me e fai quello che faccio io.Tornarono giù, sul selciato. I bambini li notarono subito e ripresero con i loro tentativi di approccio, mentre gli adulti, carichi di borse e cartelle, li guardavano da poco lontano. Divertiti. Questa volta i piccioni, uno di sua iniziativa e l'altro per imitazione, si accontentavano di mettersi fuori portata con qualche buffa corsetta e, al massimo, col solito colpo d'ala. Poi si fermavano e si voltavano ad osservare gli inseguitori, con quella strana piega della testa che ti impone la vista laterale e che sembra quasi curiosità. I bimbi si avvicinavano, loro si scostavano e la cosa continuava così, in un circolo che non portava nessuno veramente lontano da nessun altro. Poi, uno degli adulti cavò fuori qualcosa da una sacca, si avvicinò al suo piccolo e incominciò a sbriciolare quel qualcosa ai suoi piedi. Uno dei due piccioni si avventò sulle briciole come se fosse a digiuno da mesi. - Che aspetti? - Gridò dopo qualche beccata - gli altri arriveranno in un..
Marvin non seppe mai in che cosa sarebbero arrivati gli altri, chiunque questi altri fossero, perchè in quel preciso momento fu travolto da uno stormo di piccioni che si precipitava a partecipare al banchetto. - Calma, calma - invitava il suo amico - non c'è bisogno di spingere. I bambini si dimostravano divertiti dalla competizione, qualcuno batteva perfino le mani e tutti, in un modo o nell'altro, ridevano e cercavano di partecipare alla baruffa. Qualcuno degli adulti portò altro cibo da sbriciolare, uno arrivò con un sacchetto di riso trovato chissà dove e prese a porlo nel palmo delle mani.
- Salta!
- Cosa?
- Salta!
- Dove?
- Sulle mani! Salta!
I due piccioni saltarono su a beccare il riso offerto, altri li seguirono posandosi sulle braccia e sulle spalle dei loro benefattori. Comparvero le macchine fotografiche, i telefonini. Tra adulti bambini e piccioni si era ormai formato un allegro capannello.
- Possiamo andare - propose l'altro - qui oramai va avanti da solo.
E senza por tempo in mezzo, decollò per andarsi a posare sullo stesso cornicione da dove era partito. Marvin gli volò appresso.
- E che sarebbe tutto questo teatrino?
- Quale teatrino? - ribattè l'altro
- Quello che abbiamo fatto in piazza..
- Ma che teatrino, quello è il senso della vita, testone.
- Eh?
- Il senso della vita, il significato di tutte le cose, la risposta a tutte le tue domande, cos'è che non capisci?
- Niente. Cioè tutto. Insomma, se c'era qualcosa da capire io me la sono persa.
- Allora ti aspetto domani alla stessa ora che lo rifacciamo. E cerca di essere più attento..



Il piccione che gli altri chiamavano il Saggio del Broletto si affacciò alla balconata per osservare il cortile del Duomo.
- Stai ancora facendo la cosa tipo "metti la cera, togli la cera"? - domandò all'altro.
- Come puoi vedere..
- E...
- E se la cavano benissimo, anche senza di me ormai..
- E..
- E che cosa? ... Senti, vorrei proprio che tu la smettessi di mandarmi animali in crisi esistenziale.
- Ma sei così bravo..
- E loro sono così deprimenti. Hai la fortuna di essere un piccione, uno degli animali più amati del mondo, tutti ci fotografano, tutti ci portano da mangiare, tutti vogliono giocare con noi. Cosa sarebbero le piazze del mondo senza di noi?
- Per non parlare dei monumenti...
- Giusto, i monumenti.. Comunque, dicevo, hai questa fortuna. Puoi regalare un po' di felicità, puoi rendere il mondo un posto un tantino migliore... E loro cosa fanno? Si deprimono. Si avviluppano. Si nichilizzano.
- Quelli qui giù mi sembrano più contenti, adesso.
- Un po'. Non è che ci voglia molto
- Non belli i piccioni sono, ma possente in loro la forza scorre. - sentenziò il Saggio.
L'altro non aggiunse altro per un attimo o due, poi domandò - Lo fanno ancora il cinema all'aperto da te?
- Quest'anno non si sa. Ma speriamo di sì, ormai non si capisce più niente.


Albatro

..e il camaleonte rispose: "Pensavo di essere io la creatura più antica sulla terra. Io che vivevo sulle cime degli alberi quando il mondo era ancora sommerso, e che per questo ho la coda e le zampe fatte apposta per arrampicarsi..."
Ma l'albatro scosse la testa. "La mia famiglia solcava questi cieli quando sotto di noi non vi era che fuoco, cenere e roccia ribollente. Volavamo insieme, incessantemente, senza mai trovare un luogo ove fermarsi, ove sostare... anche solo per un istante. Quando i miei genitori morirono li caricai nel becco e continuai a volare, e volare, e volare. Poi comparvero le acque, dapprima, e i grandi alberi, e in ultimo le terre, su cui potei finalmente posarli e lasciarli a giacere per l'eternità. Quel fardello nel corso dei millenni ha piegato all'ingiù il mio becco, come tu puoi ben vedere, e questa è la mia insegna, a ricordo della mia famiglia e dei primi tempi, quando c'era soltanto il cielo." Allora il camaleonte, commosso, si inchinò con reverenza davanti all'albatro, riconoscendolo come il più antico degli animali...

Nonno Geremia fece una pausa, aspettando che qualcuno dei piccoli dicesse la sua. Erano rimasti in silenzio ad ascoltare fino ad adesso e già non stavano più nelle piume. "Ma che cosa è un albatro?" Chiese uno dei più giovani. I ragazzi del secondo anno ridacchiarono, dandosi di ala..."Buoni, state buoni. Del Camaleonte non importa niente a nessuno? Comunque l'albatro è un fratello che vive sempre sul mare, molto, molto più a sud di qui. L'albatro della storia si chiama albatro urlatore, e si dice che, dalla punta di un'ala a quella dell'altra, sia il più grande di tutti gli uccelli. Quasi due volte una cicogna come noi, che già non siamo piccolini.""E perchè vive sempre sul mare?""I venti del mare Oceano gli hanno donato la forma, ma il l'Oceano è un abile mercante e se ti dà una cosa se ne prende sempre un'altra in cambio. Nel vento l'albatro può volare più a lungo e più lontano di qualunque altro uccello, ma le grandi correnti del cielo che lo sostengono nascono e corrono solo sulle immense distese dei mari meridionali. In cambio del suo dono l'Oceano si è procurato un amico fedele, ma direi che è stato un buon mercato per tutti e due.""E come è fatto?""Chi, l'Oceano o l'albatro"I bambini risero "Ma l'albatro, nonno.."
"Assomiglia a un grande gabbiano, con il becco adunco (e noi sappiamo perchè) e le zampe azzurre come il cielo al mattino.. E' di piuma bianca, ma con il dorso delle ali nero che cala anche un po' al di sotto, specie da giovane. Sono proprio le ali a farne quel gran volatore che è. Sottili, lunghissime, tanto che sembrano impossibili da ripiegare, lo tengono su nell'aria per ore, per giorni senza neppure un battito, o quasi.""Ma questo lo sappiamo fare anche noi.." protestò qualcuno.."E anche piuttosto bene, direi." continuò Geremia. "Per questo quando dico che loro sono speciali intendo proprio speciali. Un albatro potrebbe percorrere tutta la via che noi voliamo nelle nostre migrazioni in cinque o sei giorni, e poi ci saluterebbe e proseguirebbe per i fatti suoi. Perchè per lui quella sarebbe stata appena una passeggiatina fuori casa..""E' davvero l'animale più antico del mondo?"
"Questo non lo so. Chi mi ha raccontato la storia dice che fa parte della tradizione di un posto che si chiama Ghana. E che viene da tempi talmente remoti che potrebbe anche essere vera. Ma magari è vera solo a metà, magari è inventata di sana pianta. Però è una bella storia."
"Triste."
"Più che altro solenne, ma gli albatri sono uccelli solenni."
"Ne conosci qualcuno?"
Geremia ci pensò su per un attimo, più per amor di spettacolo che per necessità.
"Sì, ma è veramente tanto, tanto tempo che non li incontro più. Da quando anche io mi spingevo giù, a sud. Ricordo di uno, in particolare, che aveva una storia altrettanto bella e triste.. ah già, 'solenne' dovrei dire. Ma ormai vi sarete stufati di ascoltare vecchie storie, è tutta la mattina che siamo qui.."
"No, no, nonno. Una ci sta ancora comoda comoda."
"Ma siete sicuri?"
"Sicuri. Dai, nonno!"
"Dai nonno, non farti pregare.."
"Dai, nonno..."
"E va bene. Allora, come ho detto è una cosa di tanti anni fa...


Quell'inverno mi ero deciso di andare a vedere una buona volta fin dove arrivasse la terra su cui andavamo a migrare."
"L'Africa!" si sentì bisbigliare nel gruppo..
"Sì, ma a quel tempo nessuno la chiamava così. Comunque, vola e rivola, alla lunga arrivo alla fine."
"Il Capo di Buona Speranza!" si ribisbigliò..
"Ma chi è che vuole fare il saputello? E invece no, l'Africa non finisce lì. Finisce a Capo Agulhas."
Uno dei giovani del secondo anno cercò di scomparire alla vista.
"Ma a capo Agulhas non c'era e non c'è niente, a parte sassi, gorghi e correnti. E nebbie improvvise. Allora mi sono messo a vagabondare un po' di qua e un po' di là, e alla fine sono arrivato proprio al promontorio che un giorno si sarebbe chiamato "Capo di Buona Speranza". Beh, quello è tutta un'altra cosa. Girando in giro mi ero casualmente ritrovato sulla costa occidentale, un po' più in su di dove avrebbero poi costruito la città. Decido di scendere la costa, seguendo la via dei venti, ed ecco che mentre volteggio sulla baia mi si para improvvisamente davanti una montagna, una parete diritta, quasi verticale che sale, sale, sale fino a scomparire tra le nuvole."
"E tu non l'avevi vista, nonno?"
"E no che non l'avevo vista, perchè era tutta coperta dalla nebbia, prima. Poi si era alzata un po' di brezza, era filtrato un po' di sole, ed eccola lì. Alla fine anche il vento aveva preso un po' di coraggio e aveva portato via le nuvole, scoprendo la cima. Solo che la cima non c'è, la montagna finisce piatta. Piatta come l'acqua del lago, piatta come un prato in pianura. Piatta come una tavola, perchè quella è la montagna della Tavola. Io mi alzo sulla baia, sorvolo un picco che assomiglia alla testa di un leone e poi la parete della tavola che la chiude la baia. La supero, qualche nuvola si è impigliata sul bordo ed è rimasta lì a sventolare, come una piuma di garzetta. Davanti a me si stende una catena di picchi, rocche e altopiani, che scendono in mare con scogliere improvvise o spiagge di sabbia finissima e.. "
"Nonno.."
"Eh? "
"L'albatro, nonno.."
"Ah, sì. Adesso ci arrivo. Allora: io me ne sto lì tranquillo tranquillo sulla mia cengia a guardare i pinguini dabbasso.."
"I pinguini!" esclamarono in coro tutti i ragazzi..
"Eh sì, laggiù ci sono anche i pinguini, ma questa è un'altra storia. Io ero lì, dicevo, e mi sento una voce che viene da dove doveva esserci solo cielo."
- Buongiorno..
Alzo la testa e mi trovo praticamente faccia a faccia con questo gabbiano gigante, immobile, inchiodato nell'aria. Sappiamo tutti come è difficile volare a ridosso delle pareti, no? Ci sono correnti, vuoti d'aria, turbolenze, figuratevi poi se sotto ti sbattono le onde di un oceano... E invece quello era lì, fermo come un sasso. A guardare bene, ma proprio bene, muoveva forse una penna o due su tutta l'ala. E stava lì..
- Buongiorno - mi ripete.
- B.. b.. bbuongiorno.. - rispondo io.
- Non è mia abitudine disturbare i fratelli che stanno riposando, ma mi chiedevo se non fosse troppo domandare la sua collaborazione per sciogliere un mio dubbio.. -
- Eh? No, scusi. Mi dica.."
- Lei non ha l'aspetto di un Ciconide del luogo. Viene forse dal Nord? -
- Beh, in effetti, direi proprio che è così.
- Proprio come avevo immaginato, grazie... Ancora una cosa, se posso...
- Sì?
- E tanto che manco dal Nord, potrebbe mettermi al corrente degli ultimi avvenimenti?
E così mi fermo lì a parlare con questo tizio, io sulla cengia, lui per aria, ed era davvero tanto che non passava dalle nostre parti. Mentre chiacchieriamo il pomeriggio diventa quasi sera, il cielo gira dal blu al rosso e quando, in alto, splendono già le prime due stelle della croce del sud, quello si muove, si alza quasi per magia, passa sopra la mia testa e scompare dietro il bordo dell'altopiano sovrastante. Siccome mi pare di aver sentito qualcosa sul tipo 'vado ad atterrare qua sopra' (ma devo ammettere che ero rimasto un attimo stranito, era stato come vedere improvvisamente animarsi un dipinto), mi tuffo anche io, prendo un po' di quota e seguo la stessa direzione. Qualche istante dopo lo vedo mentre plana su una traiettoria di atterraggio, l'eleganza fatta penne e piume. Si allinea contro il vento, ruota l'asse delle ali, sporge i piedi (di un azzurro intenso, lo vedo solo adesso), con un movimento di fluidità straordinaria alza le ali a orecchia d'asino, tocca terra e ... si ribalta. Una volta, due, rotola in una palla disordinata e poi si raddrizza barcollando. Saltella. Inciampa. Si stabilizza. Mi precipito al suo fianco.
- Tutto bene? - domando preoccupato..
- Sì, sì tutto bene. Mi capita piuttosto spesso, è che non siamo fatti per la terra e.. Mi permetto di far notare che non è bello ridere dei guai degli altri. -
- Chiedo scusa ma non riesco ad evitarlo, sa, deve essere per lo spavento. -
- Già, anche questo mi capita piuttosto spesso. -
Me lo aveva detto con un mezzo sorriso sul becco, e, a ripensarci, credo che sia stata l'unica volta in tutti gli anni che abbiamo viaggiato insieme in cui l'ho visto sorridere, o quasi.
Comunque, nei giorni a seguire siamo poi diventati buoni amici, ed è da lui che ho imparato la maggior parte delle tecniche di volo a vela che mi sforzo di insegnare anche a voi. Che volate peggio dei pinguini di prima.
Dal gruppo arrivò qualche accenno di contestazione, poi qualcuno si ricordò della storia.
"Ma è questa la storia dell'albatro?""No" rispose Geremia, "questa è la storia di come ci siamo conosciuti. Ma siccome da qui vedo almeno una mezza dozzina di mamme arrabbiatissime che stanno ancora aspettando i loro bambini, dichiaro finita la lezione di oggi e il resto ve lo racconto un'altra volta."Questa volta le proteste furono più sostenute."Buoni, state buoni.. tanto domani siamo ancora qui, no? O dopodomani, tuttalpiù."Per nulla convinti, giovani e giovanotti ruppero le righe dirigendosi verso le occupazioni quotidiane.
"Domani o dopodomani.. Sì, l'ultima volta c'è voluto un mese.." mugugnò uno.
"Se poi tra un mese se la ricorda ancora.." osservò un secondo."Che ci vuoi fare, è l'età.." sottolineò un terzo.
"L'età è quella che è, ma l'udito è ancora buono." replicò Geremia, ormai da lontano.
Nessuno sentì la necessità di aggiungere altro.