Il Campo della Sciura

* PARTE QUINTA
Dovete sapere che a quel tempo in Borgolavezzaro viveva una strega. Una striä, come si diceva sul posto. Ma non una di quelle che hanno fatto un patto col diavolo, che mettono i crocefissi a testa in giù e sputano sulla porta della chiesa. No, non è proprio questo il caso. E non era neanche sempre stata una strega, poi. Anzi, in un tempo neppure poi troppo lontano era stata una moglie e una madre. E soprattutto, era stata una donna, curiosa ed intelligente come poche altre nella sua generazione. Il che non era visto proprio come una virtù, allora. E forse neanche adesso. Coetanee e, soprattutto, coetanei, ne soffrivano la competizione, ben sapendo tra l’altro di non avere mezzo di spuntarla con lei. Le autorità la tenevano d’occhio con sospetto, le autorità fanno sempre così quando qualcosa non rientra nei loro schemi. E’ nella loro natura, che ci volete fare? Ad ogni modo, tutto questo c’entra ben poco con la nostra storia fin qui. Quello che c’entra, piuttosto, è che tra le persone che l’avevano invece presa in simpatia c’era pure il curato di Santa Maria. Ad una mente non particolarmente maliziosa potrebbe anche sembrare strano che un curato mostri un particolare interesse per una giovane ragazza, difficile ed impertinente per giunta. Ma Santa Maria era una chiesa strana... Era molto, ma molto vecchia. Cadeva a pezzi, un giorno o l’altro sarebbe finita in testa ai fedeli riuniti a messa e finalmente qualcuno avrebbe provveduto a tirarla giù del tutto e magari a tirarne su una nuova. Doveva essere già successo in precedenza, comunque, perchè alcune pietre dabbasso nella cripta sembravano più antiche delle altre, e di parecchio. Qualcuna, altra stranezza, era anche decorata con motivi che di chiesa avevano poco e mostrava tracce di segni ed incisioni che nessuno dichiarava od ammetteva di saper leggere. Neanche i preti e gli studiosi che erano venuti apposta a guardarle. O qualcun altro tra i tanti che da sempre facevano avanti ed indietro in continuazione e mica sempre si capiva il perché ed il percome. Insomma: per farla breve se Santa Maria aveva le sue bizzarrie che le avesse pure il suo curato era sembrato a tutti semplicemente normale. Per dirne una, faceva il suo mestiere con fede e devozione evidenti, certo. Era amato da tutti nel circondario, aveva aiutato tanta gente e non aveva mai fatto danno a nessuno, è vero. Era rispettato dal Borgomastro e dalle Autorità Locali tutte, e più per merito che per convenienza si potrebbe dire. Perfino i suoi superiori lo portavano in palmo di mano. Però.. Però, ecco, a sentire i discorsi che faceva, a vedere i riti che praticava o le scienze che applicava, qualcosa non quadrava. Sembrava che pescasse da più di un mare, quello della Chiesa di Roma senz’altro il più vasto, ma non il solo. Impossibile a dirsi come facesse, ma un pizzico qui, una bella manciata là, un po’ di questo e un po’ di quello e quello che veniva fuori era un coro armonico, un pieno d’orchestra talmente lampante da non poter essere inteso altrimenti. Ed anche i più dubbiosi alla fine restavano persuasi di aver ascoltato il Verbo così come era stato scritto, anche se proprio non avrebbero saputo dire dove. Per la cronaca, qualcuno ricordava che anche il curato precedente era stato strano della stessa stranezza, i più anziani sostenevano che lo fosse stato anche quello prima, e che i loro nonni, quando loro erano bambini, raccontavano di una tradizione che andava ancora più indietro, di generazioni..

Sia quel che sia, alla fine il curato aveva comperato Caterina dalla sua famiglia in cambio di un paio di indulgenze, una medicina contro la tosse (che a dir la verità aveva anche funzionato) e due oche grasse. I mormorii si erano sollevati all’istante, ma si erano placati altrettanto in fretta, quando cioè era diventato evidente a tutti che la bambina, perchè di bambina si trattava, veniva trattata come una figlia e non come una serva o peggio. E si sa, di diventare la figlia del curato era una fortuna che capitava a pochi.
Lì, aveva imparato a leggere e scrivere, il che era già molto. Aveva imparato anche a far di conto e pure quel che serviva per le faccende di uso corrente di quello che si chiamava geometria. Curioso come problemi e figure all'apparenza prive di connessione alla fine risultassero utili per calcolare, ad esempio, quanto vino ci potesse entrare in una botte o quanto tempo ci volesse per arare un campo. Con il tempo il curato aveva poi preparato dei veri percorsi “di istruzione”, così li chiamava, che iniziavano quasi sempre dai polverosi manoscritti stipati un po' dovunque nelle cassapanche di Santa Maria, per finire con le lezioni personali sue di lui, sul campo all'occorrenza. Ma anche all'incontrario, talvolta. Piano piano la curiosità della bambina si trasformò nell’impegno della donna che, come ci si sarebbe anche potuto aspettare, sbocciò in autentico talento per le scienze della natura. Caterina prendeva una manciata dalla medicina e dall’alchimia degli arabi, aggiungeva una pizzico dalla tradizione del Borgo, mescolava con un tantino di qualcosa che si era inventato lei, e quello che usciva fuori poteva sanare un malato, scatenare una rissa tra gli studiosi in visita, suggerire un nuovo concetto o distruggere un’opinione in chiunque fosse stato tanto incauto da aver prestato orecchio. All’età giusta Caterina si era fatta avanti con il giovane che aveva deciso di sposare fin da quando era bambina, e ovviamente per lui non c’era stato scampo alcuno (né desiderio di trovarlo, a dire il vero). Pochi mesi dopo era arrivata a Borgolavezzaro una piccola compagnia di mastri muratori che aveva tirato su dal giorno alla notte una graziosa casetta in un posto preciso a breve distanza da Santa Maria, per poi sparire senza neppure salutare. Era seguita una cerimonia, che includeva anche uno sposalizio, al cui termine Caterina e suo marito avevano preso possesso dell’immobile e vi si erano trasferiti con la ferma intenzione di mettere su famiglia. E ci erano riusciti. Gli anni seguenti avevano visto la coppia proseguire felicemente, per quanto è dato ai mortali di essere felici, il proprio cammino, allietato anche dalla nascita di quattro figli, due maschi e due femmine che in breve erano diventate il loro centro dell’universo. Al punto tale che perfino l’addio del curato alla chiesa e al paese tutto era passato alla storia come un fatto di banale normalità. Una domenica, al termine di una messa più intensa del solito, aveva annunciato la sua partenza. Il Vescovo di Novara avrebbe inviato un sostituto, aveva detto, ma non subito, e nemmeno presto probabilmente. La mattina dopo aveva chiuso Santa Maria e se ne era andato. Tutto qui. Come per magia i visitatori e studiosi avevano smesso di arrivare, ai fedeli si era provveduto con una soluzione itinerante (ma si stava pensando di costruire una chiesa nuova, meno eccentrica, magari) mentre per le questioni di vita quotidiana c’era Caterina che poteva fare da ottima supplente. Quando non era presa dai bambini, naturalmente.


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E intanto il tempo passava. Poi, quando nessuno lo aspettava più, il destino si fece vivo. Arrivò seduto su di un carretto, che si arrestò proprio davanti al cortile di casa. Il carrettiere fece per scendere, ma invece crollò a terra, come un sacco di castagne. Furono le bimbe a vederlo per prime e a correre al suo soccorso, per quel che potevano soccorrere delle bimbe di pochi anni. La più piccola filò a chiamare Caterina, che arrivò in un lampo con in cuore un cattivo presagio. Si chinò sull’uomo; puzzava di malattia, di morte. In fretta e furia fece mettere in piedi un riparo sotto cui alloggiarlo, rifiutandosi categoricamente di ospitarlo in casa. Il carretto fu bruciato sul posto con il suo contenuto di merci e provviste, cosa fossero non importava. Per un attimo si pensò di bruciare anche il cavallo, ma per sua fortuna alla cosa non venne poi dato seguito. Lo straniero non passò la notte, e all'alba seguì la sorte del suo trasporto nelle fiamme. Da quello che portava con sé e dalle poche parole comprensibili che aveva biascicato nel delirio si era riusciti a capire che faceva parte di una specie di carovana commerciale proveniente da Costantinopoli e diretta da Qualche Parte in Francia. E che mentre il grosso della spedizione aveva proseguito passando più a nord, lui e altri che si erano ammalati durante il viaggio avevano piegato un tantino a sud per trovare una leggendaria curatrice di cui si parlava fin dall’oriente. Caterina inviò il marito a Borgolavezzaro con l’imperativo di non avvicinarsi a nessuno e di ordinare, a distanza, che venissero inviati dei soldati o dei volontari a cercare e trovare il resto dei malati, vivi o morti che fossero. Si sarebbe dovuto bruciare i morti sul posto, e così tutti i loro averi, mentre i vivi dovevano essere caricati su di un carro e portati lì da lei, il tutto senza toccarli neanche con un bastone. Come fare non era problema suo, ma così andava fatto.
“Dì loro che ne va della loro vita, ma non temere, lo capiranno da soli non appena li vedranno.” Poi si diresse finalmente verso i suoi libri, cosa che avrebbe voluto fare da subito, per scoprire la natura della malattia e la cura che potesse debellarla. Ricordava vagamente di aver letto da qualche parte che ai tempi di Giustiniano, circa 740 anni dopo la nascita di Cristo, una piaga dai sintomi non dissimili aveva colpito Bisanzio e l’Impero d’Oriente, sterminando più o meno la metà della popolazione in pochi anni. Si era poi propagata in Occidente attraverso Genova e Marsiglia e poi verso i territori Iberici dei Visigoti, causando altrettanti danni ed altrettanti lutti. Non si sapeva come si propagasse, c’era chi diceva attraverso lo sporco, chi attraverso l’unzione e la magia, altri ancora sostenevano fosse una corruzione del sangue causata dal morso dei topi o delle pulci. Di fatto era inarrestabile, e, quel che peggio, non c’era cura. Però poteva essere contenuta, e comunque, fin che c’era vita c’era speranza.

I soldati tornarono con due superstiti, e controllato che tutto fosse stato fatto come ordinato, Caterina consegnò ai poveretti la lista delle contromisure da prendere in paese e sul territorio tutto e li rispedì indietro con il diavolo alle calcagna. Preparò i medicamenti che poteva preparare, per calmare la febbre, placare i dolori, pulire le piaghe. Preparò tutto quello a cui poteva pensare, e poi altro ancora. Quindi aspettò, perché altro non si poteva fare. Ma quando accade il prevedibile fu evidente che nessuno poteva essere pronto per quello. I superstiti, tutti, morirono in un paio di giorni. Poco dopo caddero ammalate le bimbe. Quindi i maschietti, e poi lei. Lavorò finchè la febbre e la stanchezza glielo permisero, sperimentando cure, setacciando i testi, facendo tutto quello che poteva per alleviare le sofferenze dei suoi bambini. Supplicò l’Onnipotente e tutti gli Dei che conosceva, pregò, maledì, cercò di barattare la vita dei suoi figli con qualsiasi cosa potesse offrire, tentò riti proibiti e pratiche dimenticate, alla fine cadde sul posto dove si trovava a metà di una frase e l’incoscienza l’accolse.

Si svegliò nel suo letto, madida di sudore ma viva. E sicuramente più in salute di quanto non fosse stata prima di.. prima di quando? Quanto tempo era passato? Provò ad alzarsi, ma la stanza prese a girare tutto intorno. Accanto al letto qualcuno aveva messo del pane vecchio, della frutta secca una grande brocca ben chiusa.. Chiamò, ma non rispose nessuno. Muovendosi con estrema cautela riuscì ad aprire la brocca e prese un po’ di acqua. Santo cielo, probabilmente non beveva da giorni. Si sforzò anche di sbocconcellare un po’ di cibo e poi, visto che ancora nessuno rispondeva, si fece forza e si sollevò in piedi. Fu allora che vide la lettera. Era appoggiata sull’unica sedia della stanza, su di un cambio di abiti puliti. Con il terrore nel cuore Caterina arrivo a prenderla ed ad aprirla

“Amore mio, non so quando leggerai questa lettera ma sono certo che finirai per leggerla. Sono passati sette giorni da quando sei caduta in questo sonno terribile, ma posso vedere che stai finalmente migliorando e che quindi sicuramente ti rimetterai, non può essere altrimenti. Per prima cosa volevo assicurarti che ho pensato io ai bambini per tutto il tempo dovuto, e che quando sono venuti gli angeli a prenderli non erano da soli. Hanno chiesto spesso di te nella febbre e qualche volta li ho portati al tuo letto così che potessero vedere che eri lì. Non so se ho fatto bene ma dopo sembravano più sereni. Alla fine ho provveduto a loro come mi avevi detto di fare e ho anche messo quattro croci con i loro nomi nel giardino, sotto al salice. Lo so che non ha senso, ma mi sembrava giusto farlo. Ti devo anche dire che quando ti sveglierai io non ci sarò. La malattia, o quello che è, alla fine sta reclamando anche me, e con molta più fretta di quanto non abbia fatto con gli altri. Io credo che sia perché devo prendere il tuo posto, ho pregato a lungo per questo ed alla fine il Signore deve avere deciso di concedermi questo dono. Anche per questo sono felice, e me ne andrò felice di tutto quello che è stato della mia vita, e anche di più. Spero che il sistema che ho pensato per disporre di quello che resterà di me, che non è più un granché ormai, funzioni a dovere, e che a San Pietro non dispiaccia dopo tutto di dovermi accogliere un tantino bruciacchiato. Ti lascio accanto al letto qualcosa per rimetterti in forze quando ti servirà, mi spiace di non potere fare di più ma per me è ormai quasi arrivato il momento di partire. Ti aspetterò lassù con i bambini, spero, e se quando arriverai invece non mi troverai ad aspettarti, sappi che io ti ho amato con tutte le mie forze e continuerò a farlo ovunque mi trovi.
Tuo per sempre, Giovanni.”

Caterina non pronunciò una parola e non versò una sola lacrima per tutto il tempo. Finì il cibo e bevve l’acqua. Uscì all’aperto, era giorno. Senza degnare di uno sguardo i resti del grande falò che ingombravano l’angolo del cortile arrivò fino all’abbeveratoio, si lavò e indossò il cambio di vestiti. Poi si incamminò verso il cancello che chiudeva il cortile, e passò oltre. Prese il sentiero che conduceva al salice, ma superò anche quello senza nessuna esitazione e sparì alla vista, nel fitto del bosco. La notte stessa la casa e la chiesa di Santa Maria presero fuoco e bruciarono fino alle fondamenta e oltre. Bruciò l’altare e la cripta, bruciarono travi e pietre, antiche o moderne che fossero. Bruciarono libri, mobili ed attrezzature. Bruciò il ferro, bruciò l’ottone, si consumarono persino il focolare, la fucina. I paesani che erano accorsi a prestare aiuto, infrangendo le regole imposte dalla Guaritrice e dalla loro stessa paura del contagio, non poterono nemmeno avvicinarsi al luogo dell’incendio, respinti da un calore che incendiava le vesti e faceva fumare la pelle a cento passi distanza. Alle prime luci dell’alba il fuoco si estinse in un solo istante, come la fiamma di una candela al vento. Della casa e della chiesa non erano rimaste tracce; solo uno spiazzo vuoto, annerito dalle fiamme e già freddo come la notte che se ne era appena andata. I Borgolavezzaresi se ne tornarono in paese in tutta fretta, ben felici di allontanarsi da quel luogo stregato senza avere alcuna ragione per doverci tornare. Con il tempo prati e boschi avrebbero preso nuovamente possesso del posto, completando l'opera del rogo. Certo, Santa Maria sarebbe stata ricostruita, forse lì o forse altrove, perché dopotutto il posto e le ragioni per costruire le chiese non le scelgono gli uomini. Ma della vecchia costruzione non sarebbe rimasto neppure il ricordo.

Nessuno vide più Caterina, o sentì parlare di lei. Con quel nome, quantomeno, perché più o meno nello stesso periodo incominciò a spargersi la voce che nel bosco, intorno a Borgolavezzaro, vivesse una strega..


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PARTE TERZA
Era estate, faceva caldo ed era decisamente una splendida giornata. Agnese aveva portato i bambini giù all'Amalia, a lavare. Non una cosa che amasse fare, invero. C’era sempre il rischio che qualcuno finisse dove non toccava. Ma lì l’acqua non arrivava neanche a coprire il ginocchio e la corrente era dolce come una brezza. In più, il Borgomastro aveva fatto sistemare uno scivolo di sabbia e ghiaia che scendeva fin nel letto della fontana, così che restasse più facile entrare e uscire anche carichi di secchi e mastelli. A questo punto per correre per davvero dei rischi uno doveva proprio metterci del suo e con un sole così tenere lontani i bambini dall’acqua era praticamente impossibile. Ugualmente, però, Agnese non era tranquilla. Non era l’acqua a farle paura, oggi. Era il bosco. Perché nel bosco, si diceva, qualcuno aveva visto una strega. Era stato un attimo, il più delle volte: un’ombra che si muoveva nell’ombra, l’eco di una voce maligna lungo il sentiero. Ma c’era anche chi sosteneva di averla vista per bene, di averle parlato addirittura, e di averne avvertito in un modo o nell’altro la forza e la malia. Tra lupi e briganti, viaggiare era pericoloso di quei tempi e quelli che lo facevano di solito non erano sempre del tutto a posto con la testa. O con la coscienza. In ambo i casi, non proprio gente a cui dar retta alla cieca. Però ne parlavano in così tanti che qualcosa sotto doveva esserci. Ecco perché continuava a scrutare il limite della foresta, che di recente era stata fatta arretrare di parecchi metri dal limite della fontana. Come a dire che qualcosa sotto doveva proprio esserci. Ed ecco perché quando la strega arrivò da un’altra parte, Agnese non la vide.. Sentì solo un profumo, un profumo dolcissimo che portava alla mente il Natale, il primo bacio, le risate con le amiche, tante cose tutte buone. Sentì un gran sonno crescere dentro di lei, gli occhi che si facevano pesanti, la voglia di perdersi dentro a quei ricordi. E così fece, abbandonandosi ai sogni più belli della sua vita, sogni di cui poi le sarebbero rimaste poche memorie ed un vago senso di perdita. La strega passò oltre. “Bambini!” chiamò, “Venite, venite a guardare.. Ho qui una meraviglia che nessun altro ha mai visto prima d’ora. Venite, venite qui..” Ora, bisogna dire che la strega non assomigliava affatto ad una strega, non a una di quelle di cui si racconta in giro quanto meno. Per giunta, nessuno aveva detto ai bambini del possibile pericolo, per non spaventarli. Non si fa sempre così, salvo pentirsene dopo? “Guardate,” continuò “le costruiscono i maestri di Cartagine con il ferro delle miniere dell’Atlante. I colori sono fatti con le sabbie del grande Erg orientale e dentro c’è il frammento di una stella caduta dal cielo.. Guardate.. “ I bambini non sapevano neppure dove fossero Cartagine o le miniere dell’Atlante, e poi si stavano divertendo troppo nell’acqua della fontana perché gliene importasse qualcosa.. Ma nel palmo della mano protesa della signora che li stava chiamando c’era un giocattolo che davvero nessuno aveva mai visto prima, che si muoveva da solo, e luccicava, e sembrava danzare su di una musica che sentiva solo lui. Anzi, a pensarci meglio adesso la sentivano anche loro, lieve lieve, e c’era anche un profumo che sapeva di miele, di Natale, di tante cose buone. Lentamente si avvicinarono e mentre si avvicinavano il giocattolo danzava sempre più in fretta, e luccicava sempre di piu…

“Strega!” gridò l’armigero appena svoltata la piega del sentiero. “Strega!” ripeté sguainando la spada e lanciandosi verso l’incantatrice ancora circondata dai figli di Borgolavezzaro. Dietro di lui comparve un drappello di guardie, che al grido di “Strega!” sfoderarono le armi a loro volta e si unirono alla corsa. Senza scomporsi più di tanto il loro bersaglio balzò fuori dal cerchio dei ragazzini e in un unico, rapido, movimento fu dall’altra parte della fontana. Sembrava quasi avesse volato sull'acqua, senza neppure bagnarsi i sandali. Prese qualcosa dalla borsa che portava alla tracolla e la lanciò nella corrente, una manciata di polvere scintillante. All’istante l’acqua dell'Amalia si trasformò in sangue, o almeno in qualcosa che ne aveva sembianze, odore e consistenza, lasciando i soldati atterriti inchiodati sull’altra sponda. “Siete fortunati uomini d’arme.” disse loro la strega con una voce che faceva tremare le gambe. “La vostra ora non è ancora arrivata. Ma non tentate troppo la fortuna, potrebbe anche stancarsi di voi.” Quindi si voltò e rientrò nel bosco, scomparendo alla vista. A nessuno passò per la mente di seguirla.

- Siete sicuri che fosse Lei? – domandò il borgomastro.
- Donadio dice che sembrava Lei. E anche che era completamente diversa. – rispose il capo delle guardie.
- E allora ?
- E allora è impossibile darlo per certo. Però Donadio la conosceva bene..
- Cosa pensi di fare?
- Possiamo chiedere rinforzi a Novara e setacciare la foresta..
- A che scopo? Non la troverete mai così.
- Non ho detto che l’avremmo trovata. Ma è un tentativo da fare.
- E dopo?
Il capo delle guardie si strinse nelle spalle. - Possiamo bruciare il bosco. –
- Ma è una follia! – Esclamò il borgomastro picchiando il pugno sul tavolo.
- Ed è anche una follia inutile, al momento, visto che non sappiamo neppure in che direzione cominciare.. - replicò il soldato.
L’altro restò a pensare per un po’. - Come stanno i bambini?
- Il medico dice che stanno bene. Per quel che vale.. -
- Nessuna conseguenza ? -
- Più o meno..
- Che vuol dire “più o meno”?
- Non so, è solo che..
- Che cosa? - Incalzò il Borgomastro..
- E’ che non ridono. Non ridono più..
- E che vuoi che sia, saranno ancora spaventati no? Lo saresti anche tu se avessi visto una strega.
- Io sono spaventato, anche se non l’ho vista. Ma non credo che sia tutto lì.
- Vedrai che non è nulla… - ci fu un’altra pausa, povera di convinzione. Poi proseguì - Per ora non facciamo niente, va bene? Niente rinforzi, niente incendi. Aumentiamo la guardia intorno al paese, raddoppiamo le ronde e aspettiamo. Tutto sommato non ha fatto male a nessuno per ora. E magari non lo farà proprio. Oppure riusciremo a pizzicarla. Se le cose dovessero cambiare, vedremo..
- E se fosse lei?
Il borgomastro scosse la testa - Siamo tutti in debito. Tutti quanti. Se la Morte Nera ci ha solo sfiorato mentre altrove ha sterminato popoli e razze intere, lo dobbiamo a lei. A quello che ci ha insegnato.-
Nessuno dei due uomini aggiunse altro. Nessuno sapeva cosa dire.

Un po' più a est, ma neanche tanto, c'era un posto dove il bosco cresceva con più difficoltà. Le querce, e c'erano quasi solo querce, erano più rade, il sottobosco mancava del tutto, perfino l'erba stentava. La terra, a veder bene, era quasi tutta sabbia, sabbia lasciata lì da un fiume di cui non era rimasta altra traccia. Sul sabbione faceva caldo, più caldo che altrove, perchè il sole riusciva a passare e la sabbia poi lo tratteneva. L'acqua era scarsa e quel poco che c'era non era un bel vedere. Insomma, a voler essere buoni, era un posto inospitale. Tuttavia, un viaggiatore che si fosse trovato a passare da quelle parti avrebbe anche potuto notare che uno dei mucchi di sfasciume che infierivano qua e là sul paesaggio non era affatto, in realtà, un mucchio di sfasciume. Non uno naturale, quantomeno. Se avesse poi deciso di avvicinarsi a guardar meglio, avrebbe scoperto che c'era addirittura un focolare al centro del mucchio, e una capanna vera e propria tutto intorno, nascosta tra le vecchie frasche ed i rami morti. Avrebbe altresì trovato una quantità incredibile di altre cose bizzarre dentro e fuori la capanna medesima, a cominciare dai libri e dalle cianfrusaglie sparse in ogni dove per finire con gli strani oggetti luccicanti piazzati in bella vista, e che sembravano addirittura brillare di luce propria. Erano una meraviglia, e solo a guardarli mettevano di buon umore. Se poi, colto dall'incanto di quegli oggetti evidentemente magici, si fosse accostato abbastanza, avrebbe perfino potuto sentire una lieve musica venire da loro, una melodia leggera che ricordava le risate dei bambini. Ma sarebbe probabilmente stata l'ultima cosa che avrebbe sentito, perchè quello era il covo della Strega, e a baloccarsi con i giocattoli di una strega c'era sempre un conto da pagare..


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PARTE QUARTA
Dovete sapere, dicevo, che a quel tempo in Borgolavezzaro viveva una strega. Una striä, come dicevano quelli del posto. Non proprio in paese, a dire il vero, ma appena fuori. Nel bosco. Il suo rifugio era stata trovato per caso, cercando invece un allevatore che non aveva mai fatto ritorno dalla fiera di Lomello. Si era rinvenuto il suo carretto abbandonato sul bordo della strada, con ancora i proventi delle vendite ed un po’ di carabattole comperate in città. Da lì i suoi amici avevano poi seguito un minuscolo sentiero, appena appena visibile, che si dirigeva verso i sabbioni all’interno. Si erano poco dopo imbattuti in un tugurio seminascosto dalla boscaglia, e intuito chi ne fosse il padrone se l’erano data a gambe. E di gran carriera, perché l’amicizia è una bella cosa, ma la pelle di più. Nessuno era più riuscito a trovare carretto, sentiero e capanno, benché le guardie del Borgo avessero poi passato a setaccio l’intera zona, e più di una volta per giunta. Non ci voleva di certo un dottore per capire che qualche sortilegio doveva essere stato messo a guardia del luogo, ora. Altra gente, negli anni, era finita per caso sul sabbione, e molti erano anche tornati a casa a raccontarlo. Ma nessuno era più riuscito a ritrovarlo di proposito. Si tentò anche di dar fuoco a tutta quell’area del bosco, come i soldati avevano a suo tempo suggerito. Al termine dell’incendio si era poi scoperto che una vasta zona della foresta era rimasta intatta, senza neanche un segno o una bruciatura. Neppure una piccola piccola. Si provò allora a ripartire da lì, per scoprire che, semplicemente, le fiamme non prendevano. Cioè bruciavano le torce, e anche il legname fin lì portato. Bruciava l’olio, e bruciavano pure gli incendiari, in caso. Era capitato. Ma la foresta no, non c’era verso. Finito il combustibile d’importazione le pire si estinguevano, e questo era quanto. Allora tutti gli uomini disponibili si allinearono su di un lato del di quel bosco ininfiammabile e lo attraversarono completamente, da una parte all’altra. Ma non trovarono nulla, e, finalmente, abbandonarono l’impresa. Tutti quanti, semplicemente, impararono ad evitare accuratamente quel tratto di foresta, che da qualche parte all’interno ospitava il sabbione che era ormai diventato “Il campo della Strega”. Per contro, purtroppo, la strega non sembrava altrettanto restia ad addentrarsi in Borgolavezzaro. Altri bambini l’avevano incontrata, avevano subito il suo strano incanto e dal qual momento si erano ritrovati incapaci di sorridere, o di divertirsi, o di fare e pensare tutte le belle cose che fanno o pensano i bambini. Avevano persino smesso di crescere: erano rimasti là, congelati nel sortilegio, tristi e desolati oltre ogni possibilità di salvezza.
E triste e desolato stava diventando anche il paese, per le cui strade non circolava più anima viva che non ne avesse estrema necessità. Le osterie erano perennemente vuote, e anche la chiesa per dirla tutta. Ci si muoveva armati, con circospezione, nel timore di girare l’angolo sbagliato al momento sbagliato. E fu proprio questa atmosfera di diffidenza e timore che accolse, un mattino come un altro, un viaggiatore che veniva da lontano. Portava degli abiti da che sembravano messi insieme comprando qua e là lungo la via, e portava un bagaglio estremamente ridotto. Si diresse verso la locanda del Mulo Impuntato con la sicurezza di chi ci era già stato prima, e non di rado. Sembrava chiusa. Provò la porta: era aperta, invece. All’interno non c’era praticamente nessuno. L’uomo affrontò con indifferenza l’esame dei pochi astanti. Qualcuno sembrò sul punto di rivolgergli un saluto, come se avesse avuto l’impressione di averlo già visto o conosciuto da qualche altra parte. Ma poi non ne fece nulla. Il viaggiatore attraversò la sala comune e si piazzò al bancone, ordinando quello che serviva per avere una ragione per rimanere lì. Locande ed osterie erano da sempre i luoghi più adatti per raccogliere informazioni, e anche quelli dove restava più gradevole farlo. Questa volta, ad ogni modo non c’era molto da capire: finito il pasto, si alzò e uscì dal locale, quindi dal paese.
Caterina, sola davanti al rifugio, stava giocherellando con gli amuleti mercuriali. Lo faceva in continuazione, erano l’unica cosa che le regalasse un minimo di sollievo. Per un po’, almeno. Metterli insieme aveva richiesto tutta la conoscenza di una vita, e comunque anni ed anni di tentativi ed errori. Nessuno avrebbe più potuto restituirle il sorriso dei suoi figli, ma la trappola di Hayyân chiusa negli amuleti le avrebbe quantomeno dato quello dei figli degli altri. Restava lì a rimirarli per ore, ad ascoltare le risate tintinnanti che provenivano dal centro delle luci. E la musica filosofica, che si diceva fosse stata suonata anche da Pitagora, nella sua scuola di Crotone, una ed una sola volta. Come tutti, anche lei avvertiva la seduzione delle fragranze che l’amuleto ricreava con i desideri degli altri, e nel suo caso non poteva essere altro che il profumo dei suoi figli. E del suo Giovanni.. come avrebbe desiderato potersi appoggiare alla sua spalla e addormentarsi ancora una volta, come amava fare un tempo. Per sempre magari. Improvvisamente un rumore la riscosse dalle sue meste fantasticherie. Qualcuno aveva infranto la sua fattura di confusione.
- Allora è questo che fai, adesso.. - domandò una voce proprio di fronte a lei.
Caterina osservò l’uomo con rabbia. - Ti vedo più giovane, vecchio. Barba e capelli si sono allungati, ma sono tornati più neri di quanto non ricordi di averli mai visti. Hai forse fatto un patto con l’Avversario? -
- Se c’è una persona qui in odore di oscure amicizie non sono certo io, ragazza. E neanche tu, a mio parere. - rispose quello.
- Non sono più una ragazza, vecchio, e il tuo parere te lo puoi tenere per spenderlo in qualche posto dove importi a qualcuno…
- Una volta importava a te..
- Sono successe tante cose da allora - c’era una chiara nota di nostalgia in quest’ultima affermazione. - Cosa sei venuto a fare qui, dopo tutto questo tempo?
- Sono venuto a vedere come stai, mi sembra ovvio.. Perché girano un sacco di voci a proposito di questo bosco, su al nord..
- Ma guarda, un po’. E cosa si dice “su al nord”?
L’uomo sorrise. - Si dice che questo bosco sia infestato da una strega. Ma io non ci credo.. Tu hai mica visto niente, qui intorno? -
Caterina non rispose. Si raddrizzò sulla schiena e sembrò di parecchio più alta di quanto l’uomo ricordasse. Poi lo fissò dritto negli occhi
- Non riuscirai a fermarmi, vecchio - ammonì, e questa volta c’era l’acciaio nella sua voce.
- No, lo so. E non ci proverò neppure: lo faranno loro. - avanzò di un passo, lentamente. Fece forza sul bordone su cui si appoggiava, fino a piantarlo saldamente nel terreno. Poi si voltò, e senza proferire parola si incamminò in direzione del bosco, sparendo alla vista in pochi minuti e lasciandosi alle spalle la più sbalordita delle streghe..

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PARTE QUINTA
Era tutta la mattina che Caterina stava tentando di ignorare il bastone. Con un certo successo, si potrebbe dire. Aveva provato a sradicarlo dal terreno con ogni mezzo, fisico e non, senza risultato. Si era immersa poi nei suoi testi per scoprire quale sortilegio o minaccia potesse comportare quel pezzo di legno piantato nel suolo. Aveva trovato più bastoni magici o stregati di quanto avesse bisogno, ma nessuno di questi sembrava rassomigliare a quello ficcato davanti alla sua capanna o comunque adattarsi alla presente situazione. Aveva quindi deciso di non dargli soddisfazione, e comportarsi esattamente come se non esistesse. Adesso però, notava, c’era qualcosa appoggiato sulla sua sommità. Si avvicinò per dare un’occhiata: era una libellula, una sciurä-sciurötä come si diceva lì. Piccolina, si faceva quasi fatica a vederla. Era una di quelle blu, piuttosto comuni dove c’è un po’ di acqua. Lì però non ne aveva mai viste. Continuava ad alzarsi dal bastone, restava sospesa in aria per qualche secondo e poi tornava a poggiarsi. E poi si rialzava, irrequieta. D’istinto, Caterina offrì il proprio indice puntato in alto verso il cielo. Come faceva da bambina, come facevano tutti i bambini. Le libellule blu non si posavano quasi mai sulle dita, ma quella, come se non stesse aspettando altro, si trasferì senza esitazione. Caterina la avvicinò lentamente al viso, sperando che non se ne andasse. Era bellissima, luccicava come se fosse fatta di vetro o metallo. Teneva le ali chiuse, di un blu ancora più intenso, talmente forte da ricordare gli zaffiri di Taprobane o i veli dei berberi della Targa. Dense e nervate al corpo, terminavano in estremità quasi trasparenti, come se fossero fatte solo di aria e colore. Sembrava impossibile che una struttura così esile e diafana fosse invece tanto potente e robusta da farne un temibile predatore. Temibile per un insetto, si intende. Mentre stava ancora ammirando quel prodigio della natura si accorse che un altra sciurä-sciurötä aveva preso posto sul bastone. Questa era più grande, e aveva i colori delle salamandre. Da piccola Caterina aveva sempre avuto un po’ di paura delle libellule grandi. Le imperatrici. O le regine, come si chiamavano. Mordevano, anzi, mordicchiavano, e uno ritirava la mano più dallo spavento per l’inattesa reazione che non per il dolore. Però c’erano anche bambini che raccontavano storie terribili a proposito, storie che mettevano paura. Magari c’era qualcosa di vero, non si sa mai. Nondimeno, questa volta alzò invece la mano e la invitò a salire. E quella salì, prendendo posto a fianco dell’altra. Un paio di dita a fianco, un po’ di spazio ci voleva perbacco. L’appoggio lasciato vacante sul bastone non restò libero a lungo. Fu una libellula dal ventre rosso come il fuoco, un cardinale, ad occuparne lo spazio. Caterina si guardò intorno, a metà tra la confusione e la meraviglia. Per ogni dove ciascun arbusto, ramo, piolo, sostegno, asta o bacchetta qualsivoglia ospitava una sciurä-sciurötä, qualche volta in competizione per la piazza con una o più sorelle. Ce ne erano letteralmente dappertutto, azzurre come il turchese dei Persiani, oppure verdi come gli smeraldi. Gialle, rosse, con le ali scure o chiare, aperte o chiuse, piccole, grandi, di tutti i tipi. Caterina si trovò involontariamente trasportata alla propria infanzia, quando l’arrivo delle libellule segnava l’inizio del grande caldo dell’estate, e ci si trovava nei campi ed in riva ai fiumi per catturarle, per giocare con loro. Crudelmente, a volte, come solo i bambini sanno fare senza pensarci su. Si vide insieme alle amiche a rincorrerle nei prati o tendere agguati negli orti. Però questa volta c’erano dei bambini che non giocavano. Se ne stavano in disparte, silenziosi, tristi, ad osservare. Caterina si avvicinò e mentre lo faceva sentì un brivido salirle lungo la schiena. Erano i suoi figli quei bambini. Erano lì in prima fila che la guardavano, con aria di disapprovazione. Ma non erano soli, dietro a loro ce ne erano altri, moltissimi. Venti, forse, o trenta. Forse di più. E tutti stavano lì a guardare proprio lei, tristi, desolati. Non giocavano, non parlavano, non ridevano. Sembravano incapaci di faro. E allora capì: erano i bambini a cui lei aveva preso il riso, l’allegria. Si portò le mani alla faccia per non guardare e le libellule volarono via. Arretrò di un passo, poi non ce la fece più e crollò sulle ginocchia. E pianse. Pianse senza potersi fermare, pianse per la prima volta da quando la peste le aveva rubato la vita. Due braccia amiche la strinsero forte.
- Su, su piccola… Vedrai che adesso andrà tutto bene. - In qualche momento del carosello il viaggiatore doveva essere tornato. Lei tentò di asciugarsi il viso nel vestito, poi sollevò il volto per guardarlo negli occhi..
- Dio mio, cosa ho fatto, cosa ho fatto.. - singhiozzò.
- Hai fatto delle brutte cose, piccola, ma a quasi tutte c’è rimedio per fortuna.. -
- Ho fatto del male a così tanta gente. -
- E per quelle a cui non c’è rimedio - continuò l’uomo imperturbato - troveremo un modo di compensare, se Dio vorrà. -
- Compensare? E come? -
- Sei una persona buona, mia cara, e anche quando hai fatto del male lo hai fatto in fondo da persona buona. Il passato non può essere cambiato, ma cercheremo il modo di cambiare il futuro, almeno. E pregheremo perché possa bastare..
Quando i bambini di Borgolavezzaro ricominciarono a ridere, tutti quanti capirono che la strega doveva essere morta, o qualcosa del genere. E tirarono un bel sospiro di sollievo. Immediatamente dopo, poi, in paese ci fu un’autentica invasione di libellule. I bimbi che erano rimasti vittima dell’incanto della strega furono i primi scendere in strada a rincorrerle, acchiapparle e rilasciarle. Sempre curando di non far loro del male, il che era piuttosto strano ma non più di tanto, dopotutto. In breve, comunque, l’atmosfera di festa, conquistò tutti e il paese si ritrovò tutto di un colpo nuovamente vivo e scalciante. Corri di qui, insegui di là, qualcuno si addentrò fin nel bosco, che è vero che ormai non faceva più paura, però non si sa mai... Si decise quindi di dare un’ultima controllata, e, proprio a poca distanza dal paese, i soldati si imbatterono in uno schiaro, una radura, di cui nessuno aveva memoria e che sembrava ospitare tutte le libellule del mondo, ma proprio tutte. In mezzo allo spiazzo c’era una capanna, e solo a guardarla uno si sentiva a proprio agio. Nella capanna viveva una donna, che a qualcuno ricordava la ragazza che aveva un tempo abitato vicino alla chiesa di Santa Maria, ma era completamente differente. E ai pochi che l’avevano vista, ricordava molto anche la strega. Ma era completamente differente. Comunque, solo a guardarla uno si sentiva a proprio agio e quindi si decise che la questione non era poi così importante. Le domandarono se lì intorno avesse visto una strega, ma la domanda sembrò talmente bizzarra già mentre veniva formulata che nessuno si stupì quando lei non rispose. Anche perché, nel frattempo erano arrivati i bambini che ovviamente dovevano aver ignorato gli ordini degli adulti e avevano seguito fin lì le libellule. Così la spedizione militare divenne una festa vera e propria e la cosa finì lì.
Caterina non era felice, probabilmente non lo sarebbe stata mai più. Però sentiva di star facendo qualcosa di buono, e che sapeva di buono, anche. Questo le bastava, tutto sommato, per restare almeno serena. Gli anni erano venuti e se ne erano andati. Come le persone del resto. Tra poco, però, sarebbe tornato in visita il suo vecchio amico, non sapeva come facesse a capirlo, ma non si era mai sbagliata. Era rimasto ormai l’unico a conoscere la sua storia, a chiamarla per nome. Con il suo vero nome. Di solito si fermava per qualche tempo, e quel tempo era quanto di più simile alla felicità fosse più riuscita ad provare, ormai. Anche perché, non aveva mai osato dirglielo, quando c’era lui lì al sabbione lei riusciva a volte a vedere i suoi bambini. E anche il suo Giovanni, seppur più raramente. Li scorgeva con la coda dell’occhio, nei posti dove maggiormente si assembravano le libellule. Impossibile dire quale magia fosse conseguenza dell’altra, e in fondo cosa contava, ormai? Sembravano anche loro sereni, forse la stavano attendendo e questa era l’unica cosa che avesse importanza. Aspettava con impazienza l’arrivo del vecchio, ma da sempre sapeva che ogni cosa doveva accadere nel tempo a lei assegnato, bisognava aver pazienza. E allora si voltò verso il primo paziente della giornata: - Dai, fammi vedere questo taglio...
Dovete sapere, in totale, che a quel tempo in Borgolavezzaro viveva una curatrice. Nessuno sapeva da dove fosse venuta o come fosse capitata proprio lì. E perché. Ma di fatto, era stata una fortuna. In un modo o nell’altro aveva salvato la pelle ad una buona metà del paese e comunque dato una mano anche al resto. Potevi andare da lei se non stavi bene, ma anche se avevi invece qualche altro problema. Se ti serviva un parere, un consiglio, o anche un piccolo prestito per uscire da un brutto inverno o da una brutta situazione. Insegnava a leggere e scrivere a chi desiderasse imparare, e anche a far di conto se uno se la sentiva. Una benedizione insomma, ci fosse stata più gente così il mondo sarebbe stato senz’altro un posto migliore. Tutti la chiamavano la Signora, e di fatti era una Signora per davvero, di quelle che muovono le montagne con un occhiata e conquistano i cuori con un gesto. Viveva da sola, nel bosco, ai margini un sabbione che era stato trovato quasi per caso durante l’invasione delle libellule. Per lei o per le libellule che ci avevano abitato ai tempi, il posto era stato chiamato “il Campo della Signora”; della “Sciura”, come si dice lì…Se passate da Borgolavezzaro non dimenticate di andarlo a visitare. Potreste rimanerne stregati.
PS. Per chi se lo stesse chiedendo, alla fine era stato ritrovato anche il viaggiatore scomparso. Era tornato proprio pochi giorni dopo la fine dell’invasione delle libellule, a piedi e nudo come un verme. Una mano davanti e una didietro. Aveva dichiarato di non ricordare nulla dei mesi trascorsi, di dove fosse stato e che cosa avesse fatto. Poi, mentre parlava, aveva acchiappato una mosca al volo e se l’era ficcata in bocca, mandandola giù con gusto. Nessuno aveva voluto indagare oltre.


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Scritto con l'inestimabile aiuto di Gianbattista Mortarino, poeta e contadino tutto insieme.
Illustrazione di Eugenio Bausola

"Il Campo della Sciura" by Fabrizio Burlone is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.

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La Garzaia Proibita


Questa storia inizia tanti, tanti anni fa, in una contrada di cui oggi si è addirittura persa la memoria ma che se esistesse ancora si troverebbe giusto a cavallo tra il Piemonte e la Lombardia, a breve distanza dalle sponde del grande fiume Po. Signore e padrone di quella contrada, all'epoca, era un Nobile di cuore buono, allegro e gioviale e che teneva in gran conto le terre che il sovrano e la fortuna gli avevano dato da governare. Proprio al centro di esse giaceva un piccolo lago, e, sulle rive del lago, la Grande Garzaia, perla del regno, gioia e diletto del Nobile in questione. Quando gli oneri del comando allentavano la loro morsa di un tantino, o magari proprio quando la facevano invece sentire con maggior vigore, l'uomo saltava in sella e si recava fin sull'argine che dominava la Garzaia, per osservare i grandi uccelli che lì vivevano e nidificavano. C'erano i maestosi Aironi Bianchi, dal brillante becco giallo, e le loro più piccole cugine, le Garzette, graziose ed eleganti nelle loro lunghe, candide piume che fanno da strascico ed anche da acconciatura. C'era il grande Airone Rosso, dal lungo collo di drago. E le Nitticore, dall’occhio di fuoco. C'erano le Sgarze dal Ciuffo, bionde come le dame del Nord che ti fissano severe dagli
arazzi del castello. C'era il Tarabuso, o almeno così si diceva. Se ne sentiva a volte il muggito, che suona come il vento che soffia in un anfora o in una bottiglia. Ma a vederlo lui non lo aveva mai visto. C’era il Mignattaio dal becco ricurvo, nero come la notte ed iridescente come una pietra preziosa. E l’Airone Guardabuoi, di certo il più buffo della famiglia con quella strana espressione di eterno stupore dipinta in faccia. E le Sterne, le Tortore Selvatiche, i Cormorani, il Rigogolo e il Cuculo, la Poiana ed il Picchio, i Gruccioni, le Rondini e chissà che altro nel folto della boscaglia. Era uno spettacolo meraviglioso. Se nel giardino dell’Eden ci fosse stata una garzaia sarebbe stata proprio come quella che il Padreterno aveva messo sulle sue terre, quella almeno era la sua opinione. Con il volgere degli anni la fama della Grande Garzaia crebbe al punto tale che perfino il Duca di Milano volle venire a vederla, e riconosciutone il valore emanò leggi per proteggerla e inviò architetti e studiosi per migliorarne comprensione e godimento. Forse per curiosità, forse per spirito di emulazione, o magari perfino per vero interesse, gli abitanti dei villaggi del circondario presero anche loro a frequentare l’argine che dava sulla Garzaia. Quelli che messo insieme il pranzo con la cena avevano ancora del tempo da perdere, s’intende. Cosa mai comprendessero di quanto da lassù si poteva vedere non ci è dato di saperlo. Infastidito dal crescente afflusso di visitatori il Nobiluomo fece porre delle recinzioni tutto intorno al possedimento, chiudendo così anche la maggior parte delle vie di accesso, ma l’espediente sembrava scoraggiare solo quelli già poco convinti di loro. Allora mise armigeri di guardia all’ingresso e lungo tutto il perimetro ma c’era sempre un sacco di gente che doveva comunque essere lasciata entrare. Gli inviati del duca, per dire... Gli uomini di scienza. Le autorità più o meno locali, ancora. E infiniti altri che un modo o una ragione l’avevano o pensavano di averla, il che era anche peggio. E allora piantò siepi, drizzò barriere, costruì palizzate e addirittura innalzò muri e muraglie a protezione del suo angolo di eden, sbarrando poi i cancelli, bloccando le porte, cacciando fuori il mondo e cacciandosi fuori da esso. Il guaio è che il mondo, da che mondo è mondo, se si mette in testa che una cosa è sua poi non c’è più verso di togliergliela. Gli studiosi respinti, e a calcioni per giunta, fecero sentire la loro voce presso il Duca, ed altrettanto fecero nobili, notabili, banchieri, ufficiali ed autorità preposte, tutte indistintamente rispedite al mittente. Nel circondario i borghesi protestarono presso le corporazioni, i fedeli con i preti ed i preti con i vescovi ed i cardinali. I poveracci non protestarono con nessuno, perchè non avevano nessuno presso cui protestare, però entrare nella Grande Garzaia ed uscire con una prova del misfatto diventò in breve una specie di prova di coraggio per giovani e bravacci dei dintorni. Il vaso traboccò quando ci scappò il morto, perchè in questi casi il morto ci scappa sempre, ed i soldati del Duca, spalleggiati da un buon numero di locali armati di torce e forconi, tentarono di riconquistare la Garzaia per restituirla al Ducato ed alla civiltà. E magari impiccare qualcuno strada facendo, che quando ci scappa un morto un colpevole poi serve, e se non si può più difendere è anche meglio. Proprio quando la battaglia sembrava ormai vinta, il Nobiluomo in persona apparve nel bel mezzo della Garzaia. Sollevò la torcia che portava in mano, mostrandola agli uomini in arme che si fronteggiavano sull’argine. Poi, senza dire una parola, appiccò il fuoco.
Gettate le armi, amici e nemici si precipitarono a spegnere le fiamme, ma non ci fu nulla da fare ed in poche ore la Garzaia ed i suoi abitanti furono perduti per sempre. Al centro di un paesaggio infernale, tra alberi bruciati e tizzoni ardenti, sporchi, stremati, intossicati, gli uomini di entrambe le fazioni si guardarono intorno. Del motivo del contendere non era rimasto che un enorme, soffocante, mucchio di ceneri, con al suo centro, bruciata ed annerita ma ancora miracolosamente in piedi, un’unica grande quercia. Che, proprio mentre stavano ancora guardando, precipitò finalmente al suolo con uno schianto spaventoso che fece tremare il terreno tutto intorno e sollevò una densa e pesante nuvola di polvere e fumo. Quando l’aria tornò a schiarirsi, dove prima c’era l’albero adesso c’era un uomo. Solo che non era un uomo, era il Re del Bosco. Nessuno lo aveva più visto da secoli, da quelle parti. Ma tutti lo avevano riconosciuto subito, anche quelli che portavano una croce al collo o sullo scudo.
– Andatevene! – tuonò la sua voce, e chiunque la udì come fosse diretta proprio a lui. – Avete portato la morte e la distruzione tra i miei figli e per quanto è stato fatto ormai non c’è né rimedio né perdono. Andatevene, ora, ma prima sappiate che pongo sulle vostre spalle questo fardello: per tutti i secoli che verranno il bosco della Garzaia resterà di proprietà dei miei figli, e nessuno dei vostri accamperà su di esso diritto alcuno. Vi impongo di proteggere e conservare questa casa come se fosse la vostra, ma di non mettervi più piede. – Poi si rivolse chiaramente al Nobiluomo, che ormai si era reso conto conto dell’enormità del gesto compiuto. – I miei figli torneranno, ma tu sarai cieco a loro, e anche se sentirai le loro voci non li potrai più vedere. Tranne che nel giorno dell’anno di mezza primavera, quando dovrai radunare su quest’argine almeno dodici uomini dal cuore puro, che potranno ammirare la meraviglia che qui ha dimora e raccontarne agli uomini di buona volontà, così che l’impegno si rinnovi. Solo in quel giorno, e solo per la durata della giornata, anche tu vedrai ciò che hai perso per sempre. Andatevene tutti ora, e rammentate che se questo patto sarà spezzato nulla vi potrà salvare dalla mia furia. – L’aria tremò per un attimo, come investita da un’improvvisa vampa di calore, e al posto dell’uomo tornò ad esserci un moncone di tronco ardente. Che si sbriciolò senza un suono, crollando in braci. Gli uomini se ne andarono e la Grande Garzaia venne chiusa per sempre.

Ma se il vostro cuore è puro, o lo è almeno quello di coloro a cui vi accompagnate, per un giorno all’anno potete sperare di riuscire a visitarla.
Ma dovrete essere saldi nella vostra fede, perché nessuno da quelle parti rischierà di scatenare l’ira del Re del Bosco.

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La Garzaia Proibita
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Illustrazione di Eugenio Bausola

Gli Elefanti del Roseg



Una pausa ci poteva anche stare.

Gregor marciava da quasi due ore sulla neve alta e una pausa ci stava giusta giusta. Scrollò le ciaspole nuove, bella idea quegli aggeggi. Papà gli aveva detto che i primi ad usarle erano stati i selvaggi delle Provincie Francesi della Confederazione del Canada. I cacciatori di pelli le avevano poi copiate, e col passaparola erano arrivate fin lì...  Anche se c'era chi diceva le avessero inventate i Greci, piuttosto,  e chi sosteneva il primato dei Tirolesi. Comunque erano comode. 
Tutto intorno era un trionfo di bianco. Bianca era la valle che aveva risalito. Bianchi erano boschi e cespugli, con qualche spruzzata di verde qua e là su pini ed abeti. Bianchi erano i fianchi delle montagne, bianche le vette, bianco il gigante Bernina, che se era bianco nel pieno dell'estate figuratevi in inverno. Si guardò attorno: non un segno di vita, a parte le sue tracce che costeggiavano il corso del Roseg e qualche pista di cervi o stambecchi. Il sole di mezzogiorno era alto, abbagliante, e tagliava ombre corte, nette e scurissime. Dentro si gelava, al sole ci si inzuppava di sudore. Gregor alzò lo sguardo  fino ad arrivare all'azzurro del cielo, che si diceva fosse più azzurro lì, nell'Alta Engadina, che in qualsiasi altro posto del mondo. Lui qualche dubbio  ce l'aveva, però. Perchè il cielo di Meina, per dirne uno, gli era sembrato dello stesso colore più o meno. E di certo altrettanto bello. Chiuse gli occhi cercando di richiamarlo dalla memoria. Ne erano passati, di anni...

Stava passeggiando lungo il lago, era primavera inoltrata e faceva già caldo. C'era stato un temporale la sera prima, capitava spesso, e l'aria era limpida e trasparente come un cristallo. Il cielo sopra alla sua testa era azzurrissmo, anzi, turchese. Ecco, se non era uguale a quello su Pontresina ci mancava poco... Improvvisamente il ricordo prese vita, come fanno a volte i ricordi, e cambiò direzione. Era un'altra mattina ma quasi lo stesso posto, cento metri più, cento metri meno. Gregor era andato alla stazione per assistere all'arrivo del treno. Non un gran che come evento, ma a Meina non c'era molto altro da fare per un ragazzino della sua età..
Quell'inverno mamma aveva avuto la polmonite. Era stata malissimo, la febbre alta, la tosse, il respiro che andava e veniva..  Il dottore l'aveva guarita, ma si era raccomandato farle cambiare aria per un po', appena possibile. Così, appena possibile appunto, il babbo aveva caricato la famiglia, armi e bagagli,  sul trenino che scavalcava il Bernina e che da qualche anno proseguiva il servizio anche nella stagione fredda. E l'aveva spedita in Italia, a Meina, dove i parenti del ramo italiano della famiglia si erano offerti di dare una mano. Era stato un viaggio entusiasmante, su per le montagne, in mezzo alla neve ed ai ghiacciai, e poi giù a capofitto nelle valli dell'altro versante, in un tuffo da mozzare il fiato. Da Tirano, poi, il cammino era proseguito in carrozza, in treno e perfino in piroscafo. Gregor non riusciva a credere che i laghi italiani potessero essere così grandi. C'erano addirittura le vaporiere ed i traghetti! Peccato che papà avesse dovuto rimanere a casa, ma qualcuno doveva ben mandare avanti la farmacia, no?  Però Gregor era rimasto un po' solo, anche perchè nessuno degli Italiani sembrava interessato a tenergli compagnia e a Meina, come si è già detto, non c'era molto da fare per un ragazzino della sua età.. Mamma cercava di tenerlo occupato dandogli da studiare il doppio di quanto non fosse solita fare a Pontresina, ma con la bella stagione che avanzava rimanere in casa sembrava proprio un delitto. Appena poteva se la svignava per andare a fare lunghe passeggiate nei boschi del Vergante, o magari per uscire sul lago con i pescatori o a vogare con qualcuno dei canottieri in allenamento. E quando non c'era proprio niente da fare, andava a veder passare il treno. Che non era un grande spettacolo, appunto. Da quando era stata aperta la galleria del Sempione tutto il traffico importante correva sulla linea Cusiana, qualunque cosa fosse. Glielo aveva detto il capostazione. Alla stazione erano tutti gentili con lui e la bigliettaia parlava anche un po' di Tedesco, cosa che lo aiutava parecchio con il suo Italiano. Proprio come voleva la mamma. Quella mattina, però, non c'era nessuno in giro per chiacchierare, tutti quanti sembravano presissimi a fare avanti ed indietro dall'area merci.  Il convoglio da Alessandria doveva essere passato da poco, e Alessandria voleva dire Genova. Poteva essere arrivato  qualcosa di interessante.. Dopo un paio di tentativi a vuoto, Gregor riuscì finalmente ad accedere alla parte della banchina che faceva da scalo: in fondo in fondo, praticamente più fuori che dentro alla stazione, il treno aveva lasciato una coppia di vagoni. Di fronte c'erano tre carretti in attesa e tutto intorno una quantità impressionante di persone intente alle operazioni di scarico (dei vagoni) e carico (dei carri).  Il ragazzo si trovò un angolino comodo comodo all'ombra di una tettoia, appena al di fuori dell'area di lavoro, e si mise a guardare. C'erano quintali di pacchi, bauli, rotoli, sacchi e cianfrusaglie dalle forme stranissime. Ma il piatto forte erano le casse. Grandi, piccole, medie, ma soprattutto grandissime ed enormi. Erano quelle a dare i maggiori grattacapi agli operai che cercavano di muoverle. Anche perchè tra di loro imperversava un giovane barbuto vestito come un maggiordomo che sembrava assolutamente certo della loro incapacità di portare a termine il compito assegnato senza danneggiarne il contenuto. Oltre che per le  dimensioni, le casse attiravano l'attenzione anche per le vistose scritte in vernice che le marcavano. Assab, Gibuti, Bardera, Nairobi.. erano chiaramente i nomi dei luoghi da cui erano partite o attraverso cui erano transitate..  Ma dove diavolo erano tutti quei posti? C'erano anche delle sigle in quello che gli pareva inglese, e altri segni ancora che sembravano più ghirigori che scrittura e, per quanto impossibile, davano l'impressione di fluire da destra verso sinistra,..
- Vengono dall'Africa, figliolo. - disse una voce gentile alle sue spalle. – Lo sai dov'è, l'Africa?-
Gregor si voltò d'istinto per trovarsi proprio di fronte a una gran dama che lo osservava divertita. Gregor la conosceva quella signora, cioè sapeva chi fosse. Tutti a Meina lo sapevano, perfino gli stranieri di passaggio. Era la signora di Villa Faraggiana, Catherine Ferrandi in Faraggiana..
- Sì, Signora - rispose, aggiungendo poi senza neppure metterci una virgola in mezzo.. - e cosa c'è dentro?
- Curioso eh? Allora facciamo così, adesso vai a dare una mano a caricare, poi ti fai dare un passaggio fino alla villa che le apriamo insieme. Come ti chiami, figliolo?
- Mi chiamo Gregor, signora.
- Svizzero?
- Sì, signora, si sente?
- Un poco, ma non suona affatto male. E' quasi esotico, direi. Allora, Gregor, datti da fare e ricordati di avvisare a casa che ti fermi da noi.
- Davvero? Posso?
- Per forza, non penserai mica di lasciare il lavoro a metà, vero? Avanti, presentati a quel giovanotto con la barba e dì che ti mando io. Via, via, a lavorare, adesso.. Io vado ad aspettarvi in villa, che per me fa già un po' troppo caldo qui. Non ho più vent'anni..
Ma l'ultima parte della frase si era persa nell’aria, perchè Gregor nel frattempo era già schizzato verso i vagoni, sbracciando e agitandosi come se avesse avuto il fuoco addosso per farsi notare dal tizio con la barba.

In mezzo alla neve, a chilometri e anni di distanza, Gregor spazzò con il bastone la cima di una roccia per accomodarci la pelle che gli avrebbe fatto tavola e da sedile.  Pescò dalla bisaccia che portava a tracolla del pane, del formaggio, un paio di pezzi di carne secca e mezza pignatta di  capuns, disponendo il tutto sulla mensa improvvisata. Un banchetto da signore, mancava solo la torta di Noci della mamma. Per quella avrebbe dovuto aspettare fino al rientro. Però c'era una fiaschetta di Kirsch, proprio quel che serviva per riscaldarsi lo stomaco. Quindi si accomodò pure lui, attaccando il pranzo e riprendendo il filo dei ricordi.

Dalle casse era traboccato un numero impressionate di manufatti, trofei di caccia, armi, attrezzi, pelli, tappeti, vasi e vasellame. E poi tende, una vasca da bagno, stoviglie da campo, aste, picchetti, materiale per imballaggio, strumenti da geografo, disegni, dipinti, libri e quaderni e altro ancora. Un’intera spedizione di caccia, insomma. O di esplorazione. Il carico era quindi stato ordinatamente accatastato nei magazzini della villa, che erano comunque già colmi di altro materiale bizzarro proveniente da chissà dove. Prima o poi il barbuto naturalista del Museo Etnografico e di Storia Naturale a cui buona parte della magione era stata adibita avrebbe trovato il tempo per catalogare ed esporre il tutto. Se solo fosse riuscito, prima, a quietare il piccolo Svizzero che la Signora gli aveva messo alle costole. Quello che affascinava di più Gregor era senz’altro la collezione di animali: le grandi vetrine del Museo mostravano orsi, tigri, gazzelle, antilopi leoni e dozzine e dozzine di altri animali mai visti e neppure immaginati. I trofei esposti sulle pareti, poi, erano così tanti e così grandi da chiedersi come facessero i muri a tenerli su tutti. Il naturalista aveva tentato di tener testa alla tempesta di domande che il ragazzino gli scatenava contro ad ogni passo, ma l’impresa si era presto rivelata senza speranza. Allora si era messo a raccontare invece di rispondere, e così, senza volerlo, aveva fatto la magia. Aveva raccontato delle savane del Serengeti e dei vulcani della Dancalia, delle coste selvagge del Mar Rosso, dei deserti dell’Eritrea, delle giungle dell’India e delle foreste del Sarawak. Degli innumerevoli luoghi lontani che aveva conosciuto dai racconti del Capitano Ferrandi e di Alessandro Faraggiana, il figlio della Signora, e che prima o poi avrebbe visto coi suoi stessi occhi, su questo ci si poteva scommettere. Come un naturalista mannaro, con il  morso aveva trasmesso la sua maledizione, e Gregor, in quel preciso momento, si era ammalato anche lui di Natura. Non ne sarebbe più guarito.

Di nuovo in mezzo alla neve, il giovane impacchettò i resti del suo pasto e li ripose nella bisaccia. Non era difficile immaginare il motivo per cui il filo dei ricordi si fosse srotolato fino a Villa Faraggiana. Dopotutto il sentiero che lo aveva portato a quella radura innevata in vista del grande Bernina partiva proprio da lì.
Rientrato a Pontresina, Gregor aveva diretto la sua vita sulla pista tracciata dai grandi esploratori; Livingston, Stanley, Burton, Speke, e, naturalmente, Ugo Ferrandi e Alessandro Faraggiana. Ma i tempi ormai erano cambiati. C'era stata una guerra mondiale intanto, e l'Europa era ancora tutta da rimettere insieme. L'interesse nei confronti delle grandi esplorazioni era svanito come neve al sole: glorie e fortune di uomini e nazioni si costruivano altrove. Erano nati miti nuovi, nuove frontiere, c'era la tecnologia, il petrolio, l'automobile, l'aeroplano..
Però.. Però si poteva pur sempre viaggiare con i propri mezzi, e vedere, studiare, imparare, scrivere. Esplorare, insomma, anche se nei libri di storia ormai non ci si entrava più passando da quella parte. Per qualche tempo Gregor riuscì ad intraprendere almeno una spedizione annuale, una gita come diceva lui. Alle montagne della vicina Italia, oppure verso le isole della non troppo distante Grecia. O anche sulle Sierras della lontana Spagna o tra le foreste tenebrose dei Balcani. Una volta fu addirittura fino alla remotissima Somalia: Mogadiscio, Brava, Chisimaio, ma soprattutto l’interno, verso Bardera e oltre. Verso il cuore dell’Africa, finalmente. Ma l’Europa stava già preparando un’altra guerra, e i viaggi diventavano sempre più difficili da organizzare, i luoghi sempre più ostili.. Più per necessità che per scelta, Gregor iniziò a guardarsi intorno, ad osservare le sue valli.  E scoprì con stupore che gli era più facile reperire scienza e letteratura sulle giungle del Borneo che sulle foreste dell'Engadina. Sui monti della Luna che su quelli che poteva vedeva dalla soglia della farmacia.

- Beh, e che c'è di strano? - gli disse una volta il padre - quello che c'è qui intorno è qui da vedere, non da leggere.
E allora capì di aver trovato il suo territorio da conquistare, il suo pezzo inesplorato di universo.

Da allora, appena papà e farmacia gli lasciavano un po' di tempo libero afferrava  taccuino, matite e binocolo (era perfino riuscito a procurarsi un modello della Carl Zeiss con il nuovo sistema di lenti a prisma inventato dall'Italiano Ignazio Porro) e correva giù in qualche valle o su per qualche monte. O si appostava dentro ad un bosco o sulle sponde di un torrente o di un laghetto per osservare, scrivere, disegnare. Nel giro di pochi anni era diventato  una presenza talmente consueta nel paesaggio che la gente si preoccupava quando non lo vedeva. E quando lo vedeva non poteva fare a meno di fermarsi a scambiare due parole. “Ma cosa vuoi trovare qui?”, gli chiedevano “che a parte due capre un passerotto e una marmotta qui non c'è nulla?” 

- Gli Elefanti, naturalmente - rispondeva lui, mostrando schizzi e appunti che raffiguravano di  tutto tranne che quelli.
- Elefanti? Ma ti manca qualche rotella ragazzo? -  ribattevano gli altri. - Qui non ci sono Elefanti. Neanche al circo. Devi andare in Africa se li vuoi vedere, gli Elefanti…
- E chi lo dice? - insisteva Gregor – Se anche nessuno ne ha mai visti, non vuol dire per certo che non ce ne siano. E poi in Africa ci sono stato: a trovarli lì sono buoni tutti.... e io invece  continuo a cercarli qui. Quando ci si mettono gli Elefanti possono essere proprio difficili da vedere, sapete? E comunque,  di già che guardavo ho fatto caso che c'è ben più  di quello che dite, qui intorno… Questo lo conoscete vero?  - domandava, offrendo magari il ritratto di un paio di capre o un di passerotto o di una marmotta.
- Certo. - rispondevano gli altri, divertiti.
- E questi li avete mai visti? – quattro batuffoli di piume in un nido, quattro piumini da cipria grigio screziati, con due enormi occhi gialli che puntavano dritti dritti fuori dal foglio. A quel punto l’osservatore di solito pigliava in mano il disegno girandolo un po’ a destra e un po’ a sinistra come a cercare il verso giusto. O faceva lo stesso con la testa, il che era ancora più buffo.
- Sono pulcini di gufo nel nido. – continuava Gregor - Carini, no? E questo?
Poteva essere un picchio muratore che scendeva un tronco a testa in giù, o una salamandra pezzata, una trota nella sua polla, un gallo cedrone, un piviere dorato di passo, una famiglia di cervi, uno stambecco in posa su di un crinale, una qualunque delle mille meraviglie che la gente incontra ogni giorno per strada senza mai vedere veramente. La storia non era mai proprio la stessa, ma neppure troppo differente.
Qualche volta, di tanto in tanto, qualcuno si fermava a guardare, ad ascoltare, a chiedere. Era solo un inizio, ma da qualche parte si doveva ben iniziare.
Con il tempo, Gregor era diventato per tutti Gregor degli Elefanti, l'ultimo dei cacciatori di pachidermi dell'Engadina. E in fondo questo non gli dispiaceva.

E neanche gli dispiaceva, adesso, di essere finalmente arrivato a destinazione. Perché camminare nella neve è bello, ma stanca.

Levato un guanto, non si poteva fare altrimenti, rimestò per qualche istante nella bisaccia per cavarne poi fuori un sacchetto di velluto rosso fiammante.  Lo agitò nell’aria limpida come un saluto od un segnale: le sentinelle avrebbero capito. Un guizzo alla sua sinistra, troppo veloce per esserne certo.. Un altro. Questa volta riuscì a seguirlo fino alla betulla di fronte. Erano loro. Si avvicinò lentamente, con cautela. Pescò nel sacchetto e quindi porse nel palmo della mano aperta quanto aveva pescato: pinoli. E che pinoli, perbacco, non la solita merce che si ricavava dai Cembri della Valle. Pinoli di prima qualità, arrivati dritti da Pisa tramite amici ed amici di amici. Un uccellino si staccò quasi immediatamente dal ramo da dove stava evidentemente seguendo lo svolgersi degli eventi. Proprio in fronte alla mano protesa si fermò a mezz’aria. Sembrava uno di quei microscopici volatili sudamericani di cui aveva letto tante volte sui libri, i Colibrì. Questo era forse meno brillante, dopotutto era solo una Cincia Bigia, ma la cosa restava altrettanto spettacolare. Trovato l'angolo di attacco ideale, si suppone, la Cincia atterrò sulla mano infreddolita di Gregor e passò ad aggredire i pinoli. Gregor sentiva chiaramente le unghiette dell'uccellino fare presa sulla sua pelle, una specie di leggero pizzicore, un solletico quasi. Dopo pochi istanti arrivò un secondo ospite, che si piazzò sul lato opposto al primo e prese a sua volta a rovistare nel mucchio. Ancora una Cincia Bigia, ma questa volta del tipo alpino, hanno delle piume più chiare tra le remiganti secondarie. A metà dell'ala, in Italiano. Ogni tanto si interrompevano, e si guardavano di brutto. Tentavano anche di scacciarsi a vicenda con qualche mossa e contromossa di lotta uccellesca, o soffiandosi contro come i gatti. La contesa terminò in un lampo con l'arrivo di una Cincia dal Ciuffo che sfrattò clamorosamente i due avventori. Per lasciare posto, qualche istante dopo, ad un'altra coppia mista. Pur muovendosi con la velocità del fulmine le bestiole non sbagliavano mai. O quasi. Individuavano proprio il pinolo che volevano in mezzo a tutti gli altri, chissà che cosa aveva mai di differente, atterravano, beh, ammanavano, acchiappavano il semino desiderato e tornavano sul rametto di provenienza per la consumazione. Il tutto in meno di quello che ci voleva per dire Jungfraujoch. A forza di tentativi e pazienza Gregor era però riuscito a far prendere confidenza ad un buon numero di Cince Bigie, More, dal Ciuffo e Cinciarelle che adesso si soffermavano sul suo palmo anche più dello stretto necessario. Cinciallegre e Picchi Muratori invece erano rimasti piuttosto diffidenti e preferivano che i semi venissero posati a terra o su qualche appoggio. Ma anche ad un solo metro di distanza, il che assegnava un posto in prima fila e lasciava le mani libere per disegnare. Però era meno divertente.
Due secche detonazioni in lontananza interruppero bruscamente il corso dei suoi pensieri. Cacciatori. Una passione che lui non sarebbe mai riuscito a comprendere. Sulla valle scese un silenzio impressionante mentre le Cince, incluse quelle sul suo palmo, restavano in allerta, a testa alta, nervose. Poverine, pensò Gregor, nella loro visione del mondo lo schianto di uno sparo deve risultare un fenomeno a dir poco terrificante.
Poi, improvvisamente, il silenzio fu rotto  dal rumore di centinaia e centinaia di piccole ali che, tutte insieme, battevano l'aria. Tutti gli uccelli del mondo, in un solo balzo, si erano alzati  in volo per dirigersi verso il Roseg e, quindi, verso il fondovalle. Abbandonato nel boschetto deserto toccò a Gregor di sentirsi nervoso. La montagna gemette. Un suono basso, una vibrazione al limite dell'udibile, l'eco di uno schiocco, di uno schianto colossale che arrivava alle viscere prima ancora che alle orecchie. Fu investito da una ventata fredda che durò solo un istante.
Gregor era nato da quelle parti, e sapeva quello che stava per accadere. Sollevò lo sguardo verso il canalone che incideva il fianco della montagna e, come si aspettava, vide la valanga scendere, inarrestabile, irresistibile. “Scheiße!” esclamò, e non è una bella parola. Tutto intorno c'erano solo betulle e sottobosco, doveva essere un tracciato di sfogo abituale e nient'altro faceva in tempo a crescere tra una botta e un’altra. Ma larici abeti non erano lontani: ci mettevano anni a prendere posto e se le altre volte l'avevano scampata forse ce l'avrebbero fatta pure questa. Guadagnò terreno, mentre il rombo della massa di neve che scendeva si faceva sempre più potente ed il vento di caduta più forte. Poi, quando mancavano solo pochi metri al bosco, si rese conto di avere perso la corsa.

Gregor! Pensò Herr Schellenberg e fu fuori nella piazza che il rombo della valanga non si era ancora del tutto allontanato.  - Dove? - domando' bruscamente a un compaesano che sembrava godere di un orizzonte più sgombro del suo.
- Su per il Roseg - rispose quello, - Non molto grande, ma vicina. Prima del Chalchagn, o subito dopo.
- C'è Gregor in val Roseg. -
- Il borgomastro! – comandò l'altro senza nemmeno pensarci su – Vai ad avvisarlo che io  chiamo la squadra. Ci vediamo alle slitte! -
Pontresina era un borgo di piccole dimensioni, ma dopotutto aveva una farmacia, una scuola con ben due maestri, una chiesa Protestante, una Cattolica e anche una Anglicana. E una stazione dei pompieri, dotata perfino di una carro pompa Rosenbauer a mano. Bene,  proprio di fianco alla campana di chiamata per la brigata dei vigili del fuoco volontari, ce ne era una più piccola per una squadra più piccola: quella del volontari soccorso valanghe. Quando Martin Schellenberg si fiondò nuovamente fuori dalla farmacia, con tabarro e scarponi in mano,  quella campana stava già suonando. Incontrò il borgomastro davanti all'ingresso del municipio, anche lui che si stava precipitando alle slitte. - Gregor! - gli gridò, continuando la corsa.
- Sicuro? - domandò.
- Me lo sento.. -
E questo fu tutto quello che c'era da dire, almeno fino al punto di ritrovo. Lì, altri quattro uomini li stavano aspettando sulla slitta della brigata. I due balzarono a bordo mentre il mezzo già si muoveva.
- Gli altri arriveranno, per il momento ci siamo solo noi. - avvisò il tizio della piazza.
- Ci faremo bastare. - rispose  Martin Schellenberg.
Individuarono  la traccia della slavina pochi minuti oltre l’imbocco della valle. Era davvero piuttosto vicina, scendeva da una gola poco prima del pizzo Chalchagn ed arrivava a coprire parte del letto del Roseg che stava già provvedendo a spazzare la sua strada attraverso la massa nevosa. La pista che correva a lato del torrente era rimasta praticamente sgombra.
- Vedrai che sarà un giro a vuoto. -  Anticipò il borgomastro spezzando il silenzio. -  Gregor sa il fatto suo.
- Speriamo, ma la montagna si prende chi vuole e..
- Là, delle tracce! - Interruppe il vetturino - ma di che accidenti sono?
- E' Gregor! - Esclamò il farmacista - Sono di ciaspole, racchette da neve.  Me le manda un amico dalle Americhe. Si mettono ai piedi e...
Questa volta si interruppe da solo. Le tracce si scostavano dal torrente e risalivano verso la montagna. Fino a sparire proprio sotto alla slavina.
- Muoviamoci! - incitò scendendo al volo dalla slitta. Afferrate le pertiche, la squadra attraversò il Roseg di corsa e raggiunto il fronte nevoso incominciò a lavorare di sonda. Era passata più di mezz'ora da quando il rombo della valanga aveva fatto tremare le vetrine della farmacia. Se Gregor non avesse avuto a disposizione una camera d'aria o un qualunque condotto verso la superficie la loro corsa sarebbe risultata già abbondantemente vana. Martin non ci voleva neppure pensare. Konrad e i cani non arrivavano, e per quanto piccola quella slavina era enorme per una squadra di sei persone. Bisognava sperare che Gregor fosse riuscito a galleggiare sul fronte d'impatto, tutti quanti in montagna dicevano di saper come fare, ma erano più fanfaronate che altro.  E che non avesse riportato traumi seri o, peggio, fratture. Che nella iella, in totale, fosse pure stato fortunato, e allora poteva esserci ancora un margine di speranza di quindici, forse venti minuti. Poi sarebbe stata solo la volontà di Dio. Il farmacista affondava la pertica nella neve come un forsennato, la estraeva e la affondava di nuovo, senza mai incontrare nulla. Allora la affondava di nuovo, e di nuovo, insensibile alla fatica, al freddo, al dolore che stava risalendo le braccia.
- Martin MARTIN! Fermati! Ascolta...
Ma chi era a parlare? E che voleva? Perchè non riusciva a muoversi?
-  Calmati, ascolta.. - si sentì ripetere..
La frenesia che lo aveva afferrato iniziò finalmente a dissolversi, abbandonandolo scosso e confuso sulla neve scesa dal Chalchagn. Due dei suoi compagni lo stavano trattenendo..
- Ascolta...
 Che c'era da ascoltare? Non si sentiva nulla, solo un po' di brezza tra gli alberi, lo scorrere del torrente alle spalle e i consueti richiami degli uccelli. Che erano un baccano della miseria, però, e che avevano mai quelle bestiaccie? E perchè sembrava venire tutto da un'unica direzione?
- Ma.. ma cosa.. che c’è? – balbettò alla fine..
- E' quell'albero laggiù, guarda: ci sono tutti gli uccelli del bosco, là. E stanno chiamando.
L'idea si fece largo nella sua mente con la rapidità e la potenza di un fulmine, spazzando via incertezza  e fatica come un temporale.
- Sono quelli di Gregor! - esclamò - Lui è là sotto, è là sotto! Andiamo! - e partì come un proiettile, lasciandosi indietro squadra e domande. Attraversò in qualche modo il corso della slavina e risalì faticosamente lungo il fianco opposto, lo sguardo sempre  fisso sulla neve a cercare  un segno, un indizio, un qualcosa... E alla fine lo trovò. Seminascosto da una piccola gobba nevosa c'era un sacchetto di velluto, un sacchetto di velluto rosso fiammante. Gli uccelli facevano la spola dall'albero a quello e da quello ad un altro punto un po' più in alto, dove però non si riusciva a scorgere assolutamente nulla,
- Prendi quel coso rosso - ordinò il borgomastro  al farmacista - Gregor lo vorrà indietro..  -  quasi automaticamente Martin rispose a quanto gli era stato richiesto e si avviò al recupero. Gli altri proseguirono per sondare la seconda zona puntata dai volatili: andava fatto prima che Martin capisse l'antifona, perchè le possibilità che Gregor fosse proprio lì sotto erano poi quelle che erano. E che fosse vivo, anche meno. 
Al primo affondo la pertica non incontrò nessuna resistenza. Nemmeno al secondo, e al terzo, e..
- E' qui! E' Qui! - Gridò l'uomo alla sinistra. - E' qui! 
In un attimo furono tutti sul posto a scavare, Martin con il sacchetto rosso in mano. 
- Bravo ragazzo, sei riuscito a stare in alto, bravo.. - borbottava uno
- Ma che fortuna! Che fortuna! - Aggiungeva un altro..
- Resisti, resisti! Ancora un attimo e sei fuori..
Il ragazzo era vivo, e anche cosciente più o meno. Lo adagiarono su una coperta e presero a frizionarlo, qualcuno passò una fiaschetta di kirsch. Gregor riuscì a mandarne giù una buona sorsata e, forse  per quello o forse per altro, cominciò piano piano a riprendersi..  Lo caricarono sulla slitta  lanciandosi quindi verso il paese alla massima velocità possibile, tutti insieme. Ridendo, scherzando, dandosi delle gran pacche sulla schiena e promettendosi sbronze colossali.
- Perchè ci avete messo tanto? - domandò Gregor quando le forze gli consentirono di farsi contagiare dall'allegria generale..
- Perchè ci siamo fermati a guardare gli elefanti, figliolo. - rispose Martin. - Ma vedremo di fare più in fretta, la prossima volta.

Era tornato l'inverno, o meglio, era sulla via del ritorno. Due degli uomini della famiglia Schellenberg stavano disseminando di pinoli il fondo di una piccola mangiatoia appesa al ramo più basso di uno splendido abete. Non molto distante da lì uno di loro era stato preso dalla valanga e l'altro aveva scavato per tirarlo fuori.
- E questa è l'ultima - dichiarò il ragazzo. - Chissà quanto ci metteranno a spazzarle via, questa volta..
- Ci metteranno quello che ci metteranno - rispose il padre - ma finchè Pontresina avrà una farmacia ed un Borgomastro, d'inverno qualcuno salirà quassù e riempirà le mangiatoie di semi e di frutta.
- Anche se, credimi, è più divertente fare così.. – Gregor si versò nel palmo il solito mucchietto di pinoli. La prima cincia arrivò talmente in fretta da riuscire quasi ad infilarsi dentro al sacchetto rosso. La seconda tardò solo di pochi secondi, seguita da una terza.
- Molto più divertente.

Ancora oggi, viandante, ti dovesse mai capitare di attraversare la valle del Roseg, non dimenticarti di portare con te un sacchetto di pinoli da porgere alle cince. Se saranno buoni, ma proprio molto buoni, forse potrai anche convincerle a raccontarti la storia di Gregor degli Elefanti. Loro la ricordano ancora.



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Illustrazione di Eugenio Bausola



Natale AD 1223




Non era stato un cattivo inverno, anche se a fine dicembre la primavera era tremendamente lontana e poteva ancora capitare di tutto. Il freddo aveva incominciato a mordere presto: a novembre il terreno aveva preso a congelarsi sempre più di frequente e a sgelarsi sempre più di rado. Le pozze e i bordi dei ruscelli si erano ricoperti di festoni di ghiaccio che quando c'era il sole luccicavano che sembrava un giorno di festa. Ma durava solo un attimo, perché il sole ormai usciva solo un attimo per volta, se usciva. Poco dopo però era caduta la prima neve. Era una bella cosa, perchè sotto alla neve faceva più caldo che fuori, e così la terra poteva scongelarsi un poco. L'estate di San Martino l'aveva trasformata in acqua, ma poi era arrivata la seconda, e poi la terza, e dopo un po' si era perso il conto. La neve aveva coperto i monti e le valli, era scesa fino in pianura. Ma si era posata leggera leggera, come un velo di sposa, come la spuma di un'onda o un pensiero rimasto a metà. Qualche pista era diventata più difficile da percorrere. Qualche naso, cercando l'erba, si era gelato più del solito. Qualche vecchio ramo aveva dato l'addio al suo albero, ma tanto era vecchio. E questo era più o meno tutto quello che era costato, per quell'anno, avere a disposizione un paesaggio da favola. Quello e, alla bisogna, un po' di lavoro in più per cavare le bacche invernali dal di sotto della coltre di neve che le ricopriva, cosa che aveva trattenuto anche il codibugnolo che ora stava volando come un forsennato nel tramonto per arrivare all'appuntamento più o meno in orario.. E dire che non era neanche il suo cibo preferito. I Codibugnoli sono insettivori, lo sanno tutti, ma d'inverno si piglia quel che c'è e quelle bacche trovate per caso erano troppo invitanti per lasciarle lì. E adesso c'era da correre, anzi da volare; il sole era ormai sparito sotto l'orizzonte, quello che restava era la luce dell'ora blu. Per fortuna non mancava molto. Attraversò i campi a est del paese mentre dalla neve si alzava già la nebbia, nebbia che poi restava lì a galleggiare a mezz'aria, indecisa tra l'avventurarsi nel cielo che avrebbe potuto disperderla con un solo colpo di brezza e passare un'altra notte nel sicuro porto del suolo, degli alberi, dei fossi, dove il vento non arrivava mai. Sorvolò la vecchia siepe e la via che veniva da Spinaceto, girò intorno alle prime case di Greccio passando sopra a quelli che dovevano essere orti o giardini, immobili ed irriconoscibili sotto alla coltre che li ricopriva. Bucò anche qualche nuvola di fumo degli uomini, che sapeva di caldo e di cibo. Sfrecciò attraverso una macchia di alberi e poi di nuovo sui prati innevati, mentre il crepuscolo si stava girando in notte e su, in alto, le stelle incominciavano a scintillare. Discese infine in quello che nell'oscurità sembrava l'inizio di una faggeta, indovinò un albero, si posò su di un ramo ed attese.

I minuti passavano lentamente, di tanto in tanto qualche rumore lo faceva sobbalzare ma in pratica tutto il mondo sembrava tranquillo, in pace. Forse in attesa. Quando l''apprensione superò la prudenza, decise finalmente di farsi sentire.
- C'è qualcuno, qui? - domando' al buio.
- Io ci sono, ma tu chi sei? - rispose una voce da qualche ramo più in alto.
- Codibugnolo, e tu?
- Picchio muratore, piacere. -
- Sei qui da tanto?
- Da un po', era ancora chiaro..
- E siamo in tanti?
- Parecchi - aggiunse qualcuno da un altro angolo. - Passera mattugia, siamo in quattro.
- Cinciallegra, cinciarella, cince bigie, more e dal ciuffo. Presenti in buon numero sull'albero qui di fianco. Piacere.
- Peccato per il buio, che non si vede nulla. - commento' il codibugnolo.
- Non ci pensate: manca poco al sorgere della luna, ormai. – dichiarò uno dei gufi
- Sarà, - obbiettò un fringuello – ma per adesso è buio, buio pesto.
- Guarda bene, si nota già la differenza all'orizzonte. Sarà una bella luna, dico io..
- Me lo auguro, io non ci vedo ad un palmo dal becco e ad ogni suono o rumore il cuore mi balza fino in gola, e poi convincerlo a tornare giù è un'impresa.
- Non temere piccolino, - raccomandò un voce lì accanto - oggi è un giorno di pace, e siamo tutti qui in pace. Nessuno escluso.
- Perdiana! - esclamò il fringuello, che per lo spavento era schizzato tre rami più in alto. - Ecco quello che intendevo! Non potevi annunciarti in qualche modo, sparviere? E comunque non ci sei solo tu in queste foreste..
- Ma, come dice l'amico sparviere, tutti quelli che sono qui sono venuti in pace. - Annunciò dal basso una voce che tutti conoscevano e temevano.
La luna, intanto, si era finalmente decisa a far mostra di sé, fredda, enorme appena sopra l'orizzonte. E anche attraverso la foschia che galleggiava a mezz'aria riusciva a mostrare chiaramente la forma del lupo che aveva parlato. Il silenzio calò sul bosco come una foschia ancora più densa, mentre ciascuno, in cuor suo, pesava le parole del predatore per decidere se fidarsi o meno. Perchè va bene la pace, ma un lupo è sempre un lupo..
- Aspetta aspetta, che questa non me la voglio perdere - dichiarò una vocina ancora più in basso. Da una chiazza di erba rimasta lì probabilmente per scommessa fece capolino un lepre. Con un paio di balzi si portò vicino al lupo, rallentando per poi fermarsi a meno di un metro.. - Sicuro che non cambi idea, adesso? -
- Ho promesso, - confermò l'altro, - e se anche non lo avessi fatto, oggi è diverso. Questa notte siamo tutti più buoni, no?
- In che senso? - domandò la lepre allarmata.
- Buoni nel senso buono, intendo. Ma se mi temi tanto, perche ti metti a portata dei miei denti?
- E quando mi ricapita di vedere un lupo da così vicino. - dichiarò soddisfatto il piccolo quadrupede.
- L'occasione ti potrebbe ricapitare, - commentò al volo un codirosso da un ramo - Di poterlo poi raccontare probabilmente no..
- Ma tu non eri migrato? - domandò un gheppio dopo qualche attimo di imbarazzo generale..
- Seee e secondo te questa me la mancavo? - rispose l'altro.
- Basta con questo baccano lì sotto, che sta arrivando qualcuno. - Avvertì una civetta dall'alto. Di nuovo, il bosco si azzittì. Chi poteva si tirò su per vedere tutto quanto di prima mano, ma per chi non aveva occhi da rapace non c'era un granché da vedere, al momento.. Quel qualcuno era evidentemente un uomo e stava appena uscendo dal limite del paese lungo il vecchio sentiero. Con una tenacia a dir poco ammirevole avanzò sulla strada ghiacciata fino alla curva, rischiando di scivolare e cadere più o meno ad ogni passo.. Quindi si guardò intorno un paio di volte, come per farsi sicuro della posizione, e tagliò nel campo, nella neve alta, verso il bosco. Si affondava fino al ginocchio, a metà strada dovette fermarsi a riprendere fiato. Si asciugò del sudore che gli scendeva negli occhi con la manica del saio. La foschia, finito il suo compito, si stava diradando rapidamente, e la luce della luna faceva brillare la neve sul prato come la vetrate delle cattedrali che aveva visto nei suoi viaggi, o i gioielli che portavano le dame. In cielo, qua e là, luccicavano nubi leggere, ricami d'argento sul tessuto della notte. Dove la la luna non poteva ancora arrivare era una celebrazione di stelle di ogni fattura, piccole e grandi, luminose o appena visibili. Tutte a guardare giù, verso il prato innevato dove il piccolo frate stava guardando in su. Era una notte magica, era la notte di Natale. Come gli capitava sempre più spesso di fare, il frate ringraziò l'Onnipotente per aver profuso nel creato così tanta bellezza ed armonia. Poi, rinfrancato dalla sosta, riprese il cammino. Arrivato agli alberi incontrò meno neve e riuscì a marciare più agevolmente, ma dopo aver seguito il margine del bosco per poche decine di metri tornò a fermarsi. Gli era parso di sentire un richiamo. Poi un altro, e un altro ancora, e in un attimo si trovò circondato da un autentico stormo di uccelli e uccelletti festanti, cinguettanti, gorgheggianti, starnazzanti e tutte quelle altre cose che fanno gli uccelli quando sono felici. "Francesco, sono qui!" diceva uno, "Francesco, anche io ci sono!" aggiungeva un altro, "Francesco, siamo pronti, andiamo?" domandava un terzo.
"Fanatici.." pensò dignitosamente il lupo, ma poi si unì al comitato di benvenuto con l'intenzione di cercare anche di scroccare una grattatina proprio dietro alle orecchie, che è vero che non è molto dignitoso, però gli piaceva parecchio.
Ora, è difficile dire se Francesco intendesse letteralmente la conversazione che lo attorniava, parola per parola voglio dire, ma di certo ne intendeva perfettamente il senso e, come si conviene ad una persona educata si soffermò per più di un attimo a scambiare qualche frase di cortesia con un uccelletto qua, uno scoiattolo là, un riccio, una volpe, un daino e in definitiva chiunque altro cercasse di attirare la sua attenzione. Ma alla lunga il dovere si fece pressante e gli toccò quindi di richiamare all'ordine la platea.
"Fratelli e sorelle" esortò il frate "Il vostro affetto scalda il mio vecchio cuore anche nel gelo di questa lunga notte di inverno. Ma il tempo stringe ormai, siamo convenuti qui per uno scopo e tale scopo deve essere adempiuto. Quindi, orsù, raduniamoci e partiamo, che la strada non è molta ma prima o poi va affrontata"
"Faccio strada io" dichiarò il cinghiale scattando in avanti, "voi rimanete nella mia pista". Alcuni uccelli sorrisero della proposta, ma, notata l'occhiataccia con cui il frate di redarguiva, si guardarono bene dal prendere iniziative e rimasero disciplinatamente nelle retrovie, spostandosi di posatoio in posatoio. Tornata sulla strada, la strana comitiva si lasciò alle spalle Greccio dirigendosi verso Stroncone. Malgrado le evidenti difficoltà di terreno e di clima, proseguirono a passo piuttosto spedito per mezza lega circa, fino ad arrivare ad uno slargo probabilmente spianato apposta per l'occasione. Lì, un'assemblea pittoresca quanto la loro sembrava proprio attendere solo il loro arrivo.
"Avanti, avanti!" li incoraggiò il frate "la processione sarà qui tra non molto, ognuno si trovi il suo posto. Il lupo con i pastori e gli agnelli, e non voglio sentire proteste. Cervi daini e cerbiatti sul margine del bosco, attenti alle corna. I cinghiali sottovento, per favore. Quelli che volano si mettano dove credono, avanti, avanti; di spazio ce n'è, di tempo molto meno.."

Così, con qualche titubanza ma senza timore, ognuno si piazzò come richiesto: i lupi con gli agnelli, i servi coi padroni, gli animali con gli uomini. Perchè quella era una notte magica, era la notte di Natale. Il nostro codibugnolo trovò posto con le altre cince tra i rami di un faggio non troppo distante dalla grotta. Eccoli là: il bue e l'asino, i due umani che rappresentavano Giuseppe e Maria e la mangiatoia dove sarebbe stato deposto il Bambino. Proprio come aveva detto Francesco, ma essere lì, essere presente, era tutta un'altra cosa. La luce incerta delle delle torce e dei fuochi illuminava guizzante i volti di mercanti, artigiani, cavalli e cavalieri, soldati in strane corazze, madonne, nobiluomini, fanciulle, pastori e guerrieri vestiti con abiti esotici, strani animali. Tutti in attesa intorno alla caverna, tutti presi nella parte che faceva loro rivivere, per una notte, una storia di mille anni prima, e mille leghe più altrove, una storia che tutti avevano sentito raccontare. Dalla strada di Greccio giunse un canto che era anche musica, poi, piano piano comparvero bagliori di ceri e di fiaccole, in ultimo le sagome degli uomini che li portavano.
La processione avanzò lentamente, solennemente, per unirsi alla rappresentazione del primo presepe della storia, il presepe vivente di Greccio, nell'anno del signore 1223.
Nella mangiatoia adesso c'era un bambino. "Guarda!", esclamò il codibugnolo "E' arrivato!"
- Ma no, ma no - lo corresse una cincia - è un simulacro, una cosa simbolica. L'ha fatto la figlia del Signore di Stroncone, me l'ha detto mio cugino che abita nel giardino della dama.
- Sarà - contestò il codibugnolo - ma a me sembra un bambino vero..
- Ma figurati, tu porteresti uno dei tuoi pulcini qui fuori, al freddo, con questa neve? E in piena notte, per giunta?
- Tutto quello che vuoi, però si muove. Guarda, adesso sta salutando quelli lì davanti. Ehi, qui! Ci siamo anche noi!
- Lo sa che ci siete anche voi - lo rimbrottò Francesco che, invisto ed invisibile, si era intanto lasciato scivolare indietro tra la folla per trovare un angolo di tranquillità proprio sotto a quell'albero. - Però potreste anche far qualcosa di più per farvi notare...
Allora tutti gli uccelli dell'albero confabularono tra di loro per qualche istante, e poi, come un corpo unico, si alzarono in volo e scesero in un sol balzo nello spiazzo che gli uomini, forse volontariamente o forse no, avevano lasciato libero innanzi alla grotta. In un istante anche i pennuti che avevano trovato posto altrove si unirono allo stormo. "Fanatici.." pensò dignitosamente il lupo, ma poi anche lui si avviò per prender posto nell'apertura. Figurante, per una volta, ma comunque ben in vista, perbacco. Quindi arrivarono i cervi e i cinghiali le lepri e le donnole, e infine tutti gli altri. Colpito da tutto quel movimento il presepe si era azzittito, e adesso stava in attesa. Gli animali del cerchio esterno si accucciarono così che tutti potessero vedere, e allora gli usignoli presero a cantare. Poi i pettirossi, gli scriccioli, i merli, i fringuelli, le capinere e ancora tutti gli altri. Anche le gazze e le ghiandaie, perfino i corvi e le oche trovarono il loro posto nel canto, e quello fu praticamente un miracolo. Era una canzone dolcissima, che raccontava di una notte silenziosa, una notte santa, una notte in cui gli angeli parlavano con i pastori e la pace sembrava essere scesa sulla terra per regnare per sempre: la notte in cui Gesù era nato. La canzone ebbe fine e tutti gli animali tornarono al loro posto, felici di aver fatto la loro parte. Ma la melodia restò a lungo nelle orecchie e nei cuori degli uomini, che da allora la tramandarono di padre in figlio fino a quando, quasi seicento anni dopo, un monaco austriaco non ne scrisse la partitura e un altro ci aggiunse le parole, facendone dono, per sempre, all'umanità tutta. Date le circostanze, è probabile che qualche dettaglio si sia perso nel tempo, nella distanza e nella, diciamo, traduzione. Ma la canzone è rimasta la stessa, un augurio di pace e felicità in cielo e in terra, per tutti gli uomini buona volontà.

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