Il canto dello scricciolo
























Gli uccelli che vivono nei boschi e nei parchi sono spesso molto difficili da vedere. Ma non da sentire, per nostra buona sorte... e a fare tanta, ma proprio tanta attenzione, si potrebbe perfino notare che uno dei canti più squillanti proviene da uno dei pennuti di taglia più piccola: lo scricciolo.
Ma non è sempre stato così: un tempo lo scricciolo cantava con una voce leggera leggera, in proporzione al suo minimo peso. Quello che vi vado a raccontare ora è di come come avvenne che acquistò il suo canto.

Prendete un righello, uno di quelli di scuola. Mettete un dito dove incominciano le tacche e l'altro dito sul 10. Ecco: lo scricciolo, di solito, incomincia e finisce tra le vostre due dita. Anzi, visto che un centimetro è del becco e tre sono della coda (solitamente puntata verso il cielo come quella dei gatti), chi ne abbia visto uno dal vivo potrebbe pensare che siete stati pure abbondanti. Per necessità o per attitudine il nostro minuscolo amico è uno specialista del sottobosco. Non è un volatore accanito, preferisce piuttosto camminare (o meglio: saltellare a piè pari) sul fondo della foresta o del giardino di casa alla ricerca di insetti, ragnetti, larve e altre prede di taglia minima. O anche di bacche e semi, quando necessità impone. Lo si vede spesso (se lo si vede) intento a razzolare tra foglie cadute, arbusti, ceppi e radici o ad esplorare intrepido buche e fessure, anfratti e tane, mucchi e cataste. O a lanciarsi, come se fosse l'ultimo volo della vita, nel folto dei cespugli in cerca di riparo. Detto tutto ciò, è facile capire come la neve e il freddo possano rendere difficile la vita di uno scricciolo. Ebbene, quell'inverno era purtroppo come questo: molto, molto freddo e con tanta, tanta neve. L'intera foresta era coperta sopra e sotto da un manto candido e scintillante.  Per arrivare a toccare il suolo e il suo confortevole tappeto di foglie ci sarebbe voluta una talpa delle nevi. I cespugli erano quasi impenetrabili, e a restare sotto al livello degli rami si correva facilmente il rischio di essere presi a palle di neve dagli alberi stessi. I torrenti e le pozze erano ovviamente ghiacciati, e perfino il poco terreno rimasto qua e là miracolosamente accessibile era gelato per parecchi centimetri sotto la superficie, e quindi di scarsa soddisfazione per un uccellino affamato. Per mettere insieme il pranzo con la cena, lo scricciolo della nostra storia, che per comodità potremmo chiamare Wren, aveva imparato ad appostarsi ai margini della strada che portava in città. Fin dalle prime ore del giorno il pesante traffico di carri e cavalli riusciva a rompere il ghiaccio e fino a tarda sera il viavai di cose, persone e animali ne impediva riformarsi. Rimanere schiacciati tra ruote, zoccoli e stivali non era difficile, ma il gioco valeva la candela.
Quella mattina, che era una mattina come un'altra, Wren l'aveva passata appunto setacciando il bordo strada. Finora il raccolto era stato appena appena discreto, ma proprio in quel momento aveva scorto una cavità particolarmente invitante. Ci infilò la testolina, sperando di raccogliere qualcosa di succoso, e si sentì improvvisamente stringere alla gola da un laccio invisibile. Terrorizzato, reagì d'impulso scattando all'indietro, e se a prenderlo fosse stata la maglia di una rete o il laccio di un archetto quel movimento sarebbe bastato per perderlo per sempre. Invece, riusciva ancora a muoversi, seppur non proprio liberamente. Ruotando il capo prima a destra a poi sinistra riuscì a vedere che tutto il suo minuscolo collo era completamente circondato da una banda di metallo dorato. "Salve, giovane scricciolo" lo salutò una voce nella sua testa, "ti ringrazio di avermi raccolto". Questa volta l'istinto lo lanciò verso il folto bosco, ma il peso di quello che aveva al collo lo tirò verso il terreno e Wren si trovò di botto nella neve alta a rimirarsi le zampette sullo sfondo del cielo. "Buffo modo di volare, giovane scricciolo." riprese la voce "E' questo forse un tratto tipico della tua specie?"
"Chi sei!? Dove sei!?" replicò a viva voce Wren, appena recuperato un minimo di compostezza.
"Ma sono l'Anello del Re, mio caro, mi conoscono tutti. E credo di trovarmi giusto intorno al tuo collo. Una sistemazione, dal mio punto di vista, molto più confortevole rispetto al fango della via in cui il mio padrone mi ha smarrito un paio di giorni or sono.  Non c'è dubbio alcuno."

Risultò evidente quasi subito che di liberarsi dell'impedimento con una comune azione meccanica non c'era verso. D'altra parte, la situazione non pareva affatto "comune". Dopo una breve serie di infruttuosi tentativi Wren si risolse a chiedere consiglio all'unico che, presumibilmente, avrebbe potuto darne. 
"Signor Anello", espose lo scricciolo, "il peso della vostra consistenza è probabilmente meno di nulla per la possente mano del Re per cui foste forgiato, ma è un fardello insopportabile per un'anima di così piccole dimensioni come la mia. Volare mi è difficile, camminare faticoso, cacciare impossibile. In un inverno così duro, nel volgere di pochi giorni la Vostra Signoria si ritroverà nuovamente nel fango da cui l'ho sollevata, e con uno scricciolo congelato nel mezzo, per giunta. Quantomeno fino a primavera."
"Più che la taglia dell'anima qui conta quella del corpo che la ospita, e non sempre le due vanno di pari passo. Ma vedo il senso di ciò che tu dici. Ti suggerirei di provare a serrare la mia forma nella forca di un ramo o di una radice e quindi far leva con le zampe per liberarti.."
"Dubito, Signore, di riuscire a liberarmi in quel modo." replicò lo scricciolo "E se la forca si dovesse rinserrare oltre alla misura necessaria, è facile che al ramo o alla radice ci resterei, per giunta, impiccato."
Seguì qualche secondo di silenzio, quindi: “Beh, sono solo un anello, dopotutto. Non è che ci si debba aspettare chissà quale saggezza da parte mia. Sarebbe il caso, piuttosto, che tu mi riportassi dal Re mio padrone. Lui di certo saprà consigliarti per il meglio..”
Questa volta fu lo scricciolo a prendere tempo prima di rispondere. "E sapresti tu dirmi, Signore, dove lo potrei trovare, io, il tuo Re e padrone?"
"Ma certamente, mio caro. A palazzo. E dove, se no?"

Il consiglio in sé aveva una sua validità, per quanto l'anello non avesse la benché minima idea di dove il palazzo fosse ubicato o di come lo si potesse raggiungere. A tal proposito, tuttavia, si poteva contare sull'aiuto dei molti uccelli che vivevano un po' nel bosco un po' in città. In linea di principio, almeno.
Per prima cosa, avrebbe chiesto in dormitorio.
D'inverno, quando fa freddo freddo freddo, gli scriccioli si riuniscono tutti insieme per passare la notte. Si ritrovano in vecchi nidi o in vecchie tane abbandonate, a volte basta una cavità in un albero o nel terreno. Di solito ognuno sta con la propria famiglia, magari con l'aggiunta di quella del vicino. Ma ci sono posti dove si radunano anche cinquanta e perfino sessanta pennuti, tutti in una volta. Come a dire: più siamo, più caldo ci teniamo. Bene, quello è un dormitorio.
Come è da aspettarsi, gli scriccioli pensano come vivono: a scatti. Mantenere la loro attenzione su uno stesso argomento per più di pochi secondi non è cosa facile. Tuttavia, il nuovo ornamento da collo di Wren riuscì a restare al centro della conversazione per il tempo necessario a raccogliere qualche informazione. Uno scricciolo conosceva dei merli che conoscevano delle cince che erano molto amiche di alcune gazze che frequentavano il palazzo. Per lavoro, dicevano. Dicevano anche che l'ala sud della corte si apriva su una vasta area di giardini, dove il Re si avventurava di frequente perfino di questa stagione, spesso in compagnia della giovane figlia. Raggiungere quei giardini sarebbe stato un buon primo passo, e anche una piccola impresa viste le difficoltà di movimento dello scricciolo. 
Fu a tal proposito che l'anello intervenne: "Se posso.." esordì. All'istante, tutti i presenti nel dormitorio zittirono e si voltarono a fissare Wren, o meglio, a fissare il collare di cui anche loro, evidentemente, avevano sentito la voce. "..nelle terre del nord si racconta che uno scricciolo, tanti e tanti anni fa, riuscì a conquistare la corona di re degli uccelli sconfiggendo nientepopodimeno che l'aquila in un torneo di altitudine.." La platea taceva ancora, attenta. "Si issò, si dice, sul dorso dell'aquila, passando del tutto inosservato in virtù del suo esiguo peso, e quando l'aquila raggiunse la sua quota più alta lui poté partire da quella posizione, aggiudicandosi in tal modo la contesa." La platea continuava intempestivamente a tacere... “Intendo dire che il mio portatore potrebbe domandare un passaggio ad un altro volatile di dimensioni maggiori..” Dalla platea si sollevò quello che tra gli uomini si sarebbe definito un mormorio di approvazione. “Io conosco un'aquila, io conosco un'aquila!” esclamò sonoramente uno dei giovani. “Io conosco un'aquila, io conosco un'aquila!” proseguì.
“Non il più brillante della nidiata, direi.” osservò sommessamente l'anello.
“La vie della necessità sono spesso misteriose, mio Signore.” rispose lo scricciolo della storia.

“Non è un'Aquila!” ebbe a che ridire Wren.
“Sì che è un'Aquila.” replicò il giovane.
"No che non lo è."
"E invece sì"
"Le aquile sono marroni."
"Quelle marroni. Le altre no"
"E sono più grosse."
"Questa è un'Aquila Nana."
"E' un Corvo"
"E' un'Aquila
"Insomma, Signori" sbottò l'oggetto della disputa "sono una Cornacchia Grigia, e sono senz'altro meno lugubre di qualunque Corvo e più intelligente di qualunque Aquila. Se non vi dispiace."
"Ti avevo detto che non era un'Aquila"
"Però ci assomiglia".
"No che non ci assomiglia."
"Si che ci assomiglia!"
"No che non ci assomiglia."
"E allora!!" intervenne nuovamente la Cornacchia Grigia.
Ci volle tempo e pazienza, ma alla fine i fatti furono esposti e la richiesta di trasporto formulata. Mantenendo fede alle sue affermazioni, e non ai nostri pregiudizi, la Cornacchia Grigia si mostrò subito acuta e disponibile. "A poca distanza dal palazzo si trovano le scuderie reali, dove siamo ben tollerate. Fin lì vi porterò, e non oltre, poiché più avanti offriremmo un bersaglio fin troppo facile a chiunque volesse provare la propria abilità con una freccia, un sasso, o magari anche una scopa. Dalle scuderie ai giardini è una questione di pochi balzi, anche per uno scricciolo e un anello. E chissà che magari il Re non vi risparmi la fatica decidendo di andare a cavallo proprio oggi."

Così fu detto, e così fu fatto. Salutata la Cornacchia, i due si diressero verso un gruppo di umani dal piumaggio vistoso e colorato (si chiamano "vesti", precisò l'anello), veduti  dall'alto durante il sorvolo d'arrivo. Raggiungerli fu un gioco da ragazzi, ma i guai incominciarono subito dopo. Wren balzò al fianco del capofila, e sprofondò nella neve, perso al mondo. Si lanciò in piena vista e, come era capitato la prima volta, il peso che si portava appresso lo precipitò dabbasso, di nuovo nella neve. Zampettò in mezzo alla traccia che faceva da sentiero e riuscì prima a farsi quasi calpestare dagli uomini e poi a farsi inseguire dai cani. Che per fortuna erano cani da compagnia e non da caccia. Sfarfallò fin dentro ad un cespuglio, ma il ghiaccio e, ancora, la neve lo tennero all'interno, invisibile. "Canta, mio buon amico, canta. Se non riesci a farti vedere, cerca almeno di farti sentire.." gli suggerì, quasi gli intimò, l'anello. Lo scricciolo cantò, ma la sua voce si perse nel chiacchiericcio dei viandanti, nel rumore della marcia, nel niente.

Il sole aveva era già fin toppo avanti nel suo cammino, ma c'era ancora tempo per giocarsi qualche ultima carta.
"Qual è la finestra, Signore?"
"Guardando a mezzo dei tuoi occhi, quella centrale, direi. Se la memoria non mi inganna."
Scalare il rampicante che copriva la facciata del palazzo fu una delle cose più faticose che lo scricciolo avesse mai tentato, ma anche quell'impresa alla fine andò a termine. Saltellò sul davanzale fino ad arrivare ad un punto in cui fosse possibile sbirciare all'interno.
"Sono lì, li vedo" esclamò l'anello, che stava evidentemente continuando ad osservare dagli occhi del portatore. Wren sbatté le ali, picchiettò sui vetri, cantò, saltò, e poi fece tutto quanto un'altra volta, e un'altra ancora. Niente: lo scricciolo restava ignorato, invisibile ed inudito.
"Abbiamo, per caso, un altro piano di riserva?" domandò alla fine, stanco e un tantino avvilito.
"A dire il vero sì, amico mio, ma al momento mi sembra prematuro parlarne. Anche perché, se non mi sbaglio, stiamo per ricevere aiuto.."
"E da chi, di grazia?"
"Da me, direi." dichiarò qualcuno alle sue spalle.
Wren si voltò in direzione della voce: "Cornacchia Grigia!"
"Proprio io. Mi par di capire che i vostri tentativi finora non abbiano riscosso il successo sperato.."
"A dir poco. Ma tu che ci fai qui? E le frecce? I sassi?"
"Mi stanno ancora cercando. Ma non mi sembrava bello abbandonare voi due dilettanti qui a cavarvela da soli."
"Salta sul cornicione, allora. Grande come sei ci vedranno di sicuro..."
"Non se ne parla neppure, io sono ancora un visitatore non gradito quaggiù.."
"E quindi?"
"Quindi, adesso venite con me.."

Erano in un'area più interna dei giardini. C'era una fontana, in gran parte ghiacciata, ma non del tutto. C'erano un bel po' di cespugli, di quelli che nella loro stagione si caricano di cose buone. C'erano anche parecchi alberi dello stesso tipo, con degli aggeggi evidentemente costruiti dagli uomini che pendevano dai rami. Qualcuno sembrava una casetta con la porta aperta. In mezzo allo spiazzo, in piena vista, si alzavano una serie di trespoli, piattaforme e ambaradan il cui proposito era un mistero. Tutto intorno era un concerto di canti e di voli di cince, passeri, fringuelli, regoli, pettirossi e tanti, tanti altri colleghi, anche di quelli che vengono da lontano. Quasi un intero piano del palazzo dava su questo giardino attraverso una fila interminabile di finestre.
"Ma che posto è, questo?" domandò Wren.
"Mentre vi tenevo d'occhio," rispose la Cornacchia "mi sono imbattuto in un gruppo di cinciarelle che mi ha raccontato di questo giardino. Il Re, credo per la figlia, ha messo insieme tutto questo spettacolo ad uso e consumo di voi uccelletti, che siete tanto simpatici e belli a vedere. Quelle cose piantate nel mezzo dello spiazzo sono delle mangiatoie, vale a dire dei posti dove gli umani giardinieri spargono del cibo che poi voi potete andare a spazzarvi via con comodo. Inutile dire che anche qui io sono bene accetto come un serpente nel nido."
"E quindi?"
"Ma sai dire solo 'equindi' ? Equindi, quasi tutte le sere, il Re e la figlia passano dietro a quelle finestre e si soffermano per un po' a rimirare il giardino. Se riusciamo a piazzarti in prima fila su di una delle mangiatoie non potranno non vederti, praticamente sono lì per quello. E il gioco è fatto."
"Geniale!" affermò l'anello "e come ci arriviamo lassù?
"Nel solito modo: sulle mie spalle."
"Aspetta, aspetta!" gridò Wren alla Cornacchia che si stava prudentemente, e piuttosto precipitosamente, allontanando dopo aver sbarcato i suoi passeggeri. Il pennuto grigio virò controvoglia e si portò a volteggiare sopra alla mangiatoia. "Che c'è adesso?"
"E se il Re stasera non passa?"
La Cornacchia virò di nuovo e si allontanò tra gli alberi.
"Guarda Papà, guarda quell'uccellino piccolino sulla mangiatoia. Che cosa ha intorno al collo?"
"E' uno Scricciolo mia cara. Aspetta, fammi vedere..." il Re strizzò un tantino gli occhi, aveva notato che in quel modo tornava vederci bene quasi come una volta. Anche se durava solo un attimo.
"Sembrerebbe un anello" aggiunse la principessa..
"Perdiana, sembrerebbe IL MIO anello! Presto, che qualcuno mi porti il mantello! Presto, prima che voli via!"
Wren balzò sulla mano del Re protesa appena sotto alla mangiatoia. La testolina si piegò verso il basso all'atterraggio e l'anello si sfilò senza nessuna difficoltà, cadendo nel palmo aperto. Era stato imbrogliato! Quel maledetto cerchio di metallo poteva allargarsi e stringersi come meglio credeva! Era stato imbrogliato e usato come mezzo di trasporto e fattorino.
"E' vero, mio caro" gli confermò la solita voce. "Ma che altro avrei dovuto fare: in fondo sono solo un anello.."
Prima che lo scricciolo riuscisse a mettere insieme una risposta sufficientemente saporita, fu il Re ad intervenire.
"Frena la tua furia, piccolo amico, poiché essa è priva di destinazione. Non è nella natura di un anello comprendere il bene e il male o valutare le conseguenze delle proprie azione. Un anello compie ciò per cui è stato forgiato, e questo è quanto." Negli anni, ripensando a questa storia, a Wren sarebbe sorto più di un dubbio sull'affermazione Reale, ma al momento questa ebbe l'effetto di far evaporare la sua ira come nebbia al sole. Dopotutto sarebbe stato come arrabbiarsi con la pioggia perchè bagna o il sole perchè scalda. E' vero: lo facciamo tutti. Ma, è meglio non parlarne in giro. "Diversa è la questione per il Re, naturalmente..." continuò. "L'anello mi ha raccontato delle traversie che avete affrontato. Per essere notati, in particolare, e penso che si imponga un qualche genere di risarcimento. Non è in mio potere donarti più visibilità, e anche se lo fosse non credo che lo farei: ti sarebbe più di impiccio che d'aiuto nel vivere la tua vita d'ogni giorno. Ma è mio potere far sì che chiunque abbia orecchie per udire possa, d'ora in avanti, riconoscere uno scricciolo anche a grandi distanze, se lo scricciolo avrà voglia di cantare. Ora va, libero, piccolo amico, e porta con te la gratitudine del Re. La mia casa è la tua casa." Detto questo, lanciò lo scricciolo in aria. Con la coda dell'occhio Wren notò che la mano ora indossava l'anello. Planò a terra dopo un breve tratto e, senza sapere bene cosa aspettarsi, provò a cantare. Gli altri uccelli tacquero. Gli umani tacquero. Le foglie sugli alberi smisero di stormire. Il vento si fermò. Le nuvole, in alto, interruppero il loro viaggio. Tutto l'universo parve sospendere ogni attività per ascoltare quel primo canto, che nessuno avrebbe più dimenticato.
"E con questo siamo pari, direi." pensò l'anello.

Ecco come fu che lo scricciolo ottenne il suo canto, che a qualcuno ricorda il suono del ghiaccio che si scioglie, a primavera.



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Illustrazioni di Eugenio Bausola. 

volo di Natale





























"Nonno, nonno!."

Quello è mio nonno. Si chiama Geremia, è la Cicogna più vecchia di tutto lo stormo, forse di tutto il mondo. La mamma dice che ci sono più primavere sulle sue spalle che conchiglie nel mare. Io non lo so quante sono le conchiglie nel mare, ma devono essere proprio tante perché il mare l'ho visto ed è grandissimo. E lui che si prende cura di noi del primo anno. 

"Dove vai, nonno?"
"Vado a trovare un amico, piccolo"
"Posso venire anche io?"
"C'è da volare un po'.."
"A me piace volare."
"Ma certo.. Facciamo così allora: dillo alla mamma, e chiedi se c'è qualcuno dei tuoi amici che vuole venire, che più siamo meglio si vola."
Ci avviamo in cinque, col nonno. 

A me piace volare, ma tanto. Quando si parte si fa fatica, ma poi si va nei posti dove c'è l'aria calda che viene su dal basso, e si sale, si sale, si gira in cerchio e si sale. Fino a quando tutte le cose giù in terra diventano piccole piccole che si fa quasi fatica a vederle. Allora si va via diritto, ci si livella dicono i grandi, e si scivola via così, senza fatica che sembra quasi di volare. Anzi si vola proprio. Ali larghe, qualche piccola correzione, l'aria tutto intorno e il mondo che scorre di sotto. Potrei andare avanti per giorni, e a dirla tutta l'ho proprio fatto per davvero, alla fine dell'estate, quando abbiamo lasciato il nido dove sono nato per venire fino a qua. Mamma e papà erano preoccupati, perché è un viaggio lungo e difficile e avevano paura che non ce la facessi. Tanti di noi il primo anno non ce la fanno, ma io me la sono cavata benissimo. Mamma e papà mi hanno anche detto che quello era un viaggio diverso dal solito, perché il nonno doveva portare lo stormo a passare l'inverno in un altro posto.

Normalmente noi scendiamo dritti verso il caldo, sopra a una terra che si allunga nel mare per giorni e giorni. Si vola in alto, sulle montagne piene di boschi e con il mare in vista da tutte e due le parti. Dal lato dove sorge il sole ci sono spiagge lunghissime, ma a noi piace viaggiare più vicini alla costa di tramonto, dove all'inizio ci sono tante isole e isolette che sono belle da vedere. E anche perchè quando si arriva al grande bivio si piega un po' ancora verso il tramonto, appena appena, e si va avanti di lì.  Poi si vola sopra un'isola enorme, e ancora mare,  per un salto lunghissimo. Volare sopra l'acqua è faticoso e pericoloso: non ci sono i giri d'aria calda che ti tengono su, e non ci si sono posti per scendere a riposarti se non ce la fai più. E' per questo che solo pochi stormi passano per questa via. Noi saliamo più che si può mentre siamo ancora sulla terra, e poi ci lanciamo in avanti, fino dove si riesce ad arrivare. Alla fine ci tocca lavorare di ali, ma d'un colpo appare la costa e il peggio è passato. 

Tutte queste cose me le hanno raccontate, perché io quella strada non l'ho ancora fatta. Quest'anno abbiamo piegato quasi subito verso dove nasce il sole, scendendo lungo un grande fiume, fino al mare. E' lì che l'ho visto per la prima volta. Poi abbiamo seguito la costa per un bel po' di tempo, all'inizio c'era tanta sabbia, ma quando ha piegato verso il caldo la terra è diventata tutta dura e rocciosa. Il mare era pieno di isole e isolette, tantissime.  Quelle più piccole bianche e pelate, con solo i gabbiani a volarci intorno. A me non piacciono i gabbiani. Fanno un sacco di rumore, e la mamma dice che rubano. Noi però siamo rimasti in alto, e il nonno ci ha guidati verso l'interno. Abbiamo sorvolato laghi, montagne, boschi e pianure, però diversi da quelli che ci sono intorno al nostro nido. Si sono uniti al nostro tanti altri stormi: c'erano cicogne che venivano da posti stranissimi, dove faceva sempre freddo, o dove c'erano solo alberi per giorni e giorni di volo, o dove non ce ne era neanche uno. Parlavano in modo buffo, anche se ci si capiva lo stesso.  C'erano perfino delle cicogne nere come la notte, ma la mamma mi ha detto subito che il colore delle piume non conta, che tutte le cicogne sono sorelle. Doveva essere una cosa difficile da spiegare, perché era molto seria mentre lo diceva. A me sembrava tanto facile, invece. Anche io ero di un altro colore quando sono nato, e adesso sono così. Ma sono sempre io, il colore non conta. Basta pensarci no? Però ai grandi bisogna dare retta di tanto in tanto, se no vanno in confusione. Allora ho fatto la faccia seria anch'io, ho detto alla mamma che avevo capito e lei è stata contenta. Di notte, quando ci fermavamo per riposare, eravamo così tante da non sapere dove posarci. E alla mattina, quando salivamo in alto, bisognava fare attenzione a non prendere dentro nel vicino d'ala, e non era sempre facile. Più avanti c'era ancora il mare, ma era così piccolo che lo abbiamo attraversato tutto di un fiato.  Poi abbiamo sorvolato una terra fatta tutta a montagne e colline ma senza una pianta. Il nonno mi ha detto che non era proprio un deserto, lui l'ha visto un sacco di volte, ma ci assomigliava parecchio. Alla fine siamo arrivati un'altra volta al mare, che si vede che c'è dappertutto. Qui era azzurrissimo e si vedeva anche una grande isola lontana lontana. Lo stormo ha girato verso il levar del sole, e, alla fine del mare, giù, verso il caldo. Noi ci siamo fermati un po' dopo, in un lago dove c'erano già un sacco di sorelle, ma la maggior parte dello stormo è andato più avanti. Mamma mi ha detto che avrebbero volato ancora per qualche giorno, noi invece per quell'inverno eravamo a posto.

Il nonno sta facendo segno di scendere, si vede che siamo arrivati. Andiamo verso un villaggio degli uomini, da queste parti ci trattano abbastanza bene. Però a me fanno sempre un po' paura. Ci mettiamo in cima a uno dei loro nidi, quelli coperti che costruiscono con la pietra e pezzi di albero. Di fronte ce ne è un altro, più brutto, di quelli che di solito servono per gli animali. Infatti ce ne sono due, dentro: una mucca e un asino. Quasi uguali a quelli che c'erano dove sono nato, ma non del tutto. Comunque anche da noi stanno spesso in costruzioni come quelle. Però lì c'erano anche due uomini. Anzi, uno è una donna. Queste cose le so perché me le spiega papà. Quando non so una cosa la mamma mi dice sempre di chiederla a papà. Lui sbuffa un po' ma poi le cose me le dice.

Il nonno sta guardando nell'altro nido, ma io non vedo niente. "Che c'è, nonno?"
"Spostati un po' verso di me, guarda tra le ali della donna". Io non vedevo ancora niente, ma poi qualcosa si è mosso e ho capito: c'era un pulcino. I piccoli degli uomini a volte ci tirano i sassi, ma questo era davvero molto piccolo, doveva essere appena uscito dall'uovo, ed era molto buffo. Quasi carino. Sembrava addormentato, ma poi ha aperto gli occhi e ha guardato il nonno. Almeno, credo. Comunque ha agitato l'aluccia nella nostra direzione, come per salutare. Allora il nonno ha alzato la testa e ha risposto con il nostro tactac del becco, come facciamo sempre quando ci incontriamo tra di noi. Io e miei amici abbiamo fatto lo stesso, ed è stato un bel saluto. Anche il piccolo sembrava contento, e se gli uomini e le cicogne si rassomigliano almeno un pochino, secondo me ci ha sorriso. Poi ha chiuso gli occhi e si è rimesso a dormire.
Mentre tornavamo ho chiesto al nonno chi era quel pulcino e perché siamo venuti a salutarlo.
"E' il figlio di colui che ci guida quando voliamo." mi ha risposto. Io non ho capito, ma il nonno dice che capirò quando sarò più grande. Ha detto anche che quel piccolo un giorno diventerà un uomo molto importante, tanto che il giorno della sua nascita diventerà un giorno di festa in cielo e in terra. Sarà la festa del Santo Natale.
E allora: buona festa. 

Buon Natale a tutti.

Illustrazione di Eugenio Bausola