il trucco del corvo

25/07/2010 - racconto modificato dopo la prima pubblicazione del 5/28/09. La versione originale è riportata al fondo.


Prima Parte
Il corvo aspettava. Appollaiato sul suo solito palo della luce, aspettava. Non appena uscii nel cortile gracchiò tre volte, il che rappresentava il suo saluto, ormai l’avevo imparato. Sollevai lo sguardo e risposi con un cenno della mano, giusto per fare un po’ di conversazione. I corvi sono animali intelligenti, gli scienziati americani hanno attaccato un pezzo di carne a uno spago e lo hanno lasciato penzolare da un ramo. I corvi hanno imparato a piazzarsi sul ramo, proprio di sopra, issare un tratto di spago con il becco, bloccarlo con le zampe in modo che il carico non scenda, riacchiappare la corda un po’ più dabbasso, issare un altro tratto, ribloccare e così via, fino a prendersi la carne. E ragionandoci su, oltretutto, mica andando per tentativi, a casaccio. Sempre ammesso che sia poi vero, intendiamoci, perchè a me sembra strano che gli scienziati, con tutte le cose importanti che hanno da fare, trovino tempo e voglia per mettersi a giocare con corvi, corde e bistecche.
Comunque, dicevo che qui in campagna noi ci facciamo un po’ di conversazione. Anche perché non è che ci sia molto d’altro in giro con cui chiacchierare, di solito. Però che anche quella mattina proprio quella particolare bestia fosse nuovamente lì, come la mattina precedente e quella prima ancora era piuttosto inquietante. Era un corvo come tutti gli altri: nero come il carbone dalla punta del becco a quella delle piume. Mezzo metro circa, a occhio; neanche poi tanto, tutto sommato, ne ho visti anche di 60 o 70 centimetri. Aveva anche una bella barba nera, sono le penne del sottogola che danno quell’impressione, si vedono bene quando muove la testa. Una cosa piuttosto comune. In totale, nulla che lo distinguesse a prima vista da tutti gli altri della sua razza. Eppure ero certo che fosse sempre lo stesso, che mi aspetta tutte le mattine da tre o quattro giorni a questa parte e che adesso si metterà a venirmi dietro per tutta la giornata. Non c'era un granché da farci, a parte prenderlo a fucilate. Il che non è per nulla una buona idea, perché ammazzare i corvi porta sfortuna. "Che sfortuna vuoi che ti porti?" mi aveva detto l’Antonio l’altra sera al circolo. "Se i corvi ti seguono vuol dire che puzzi già di morto. Almeno togliti la soddisfazione." E già, tutti buoni a fare gli spiritosi sui casi degli altri. Lo sanno anche i sassi che quando i corvi vengono a prendere le anime dei morti per guidarle dall'altra parte, se uno li ha fatti arrabbiare o magari li ha anche solo incontrati di cattivo umore, beh, allora la fanno perdere chissà dove, e a quel punto chi sarebbe a togliersi la soddisfazione? Magari è solo una storia e non c’è niente di vero, ma che ci spari lui ai corvi, se poi ha per davvero il coraggio di farlo. Io preferisco tenermeli buoni, e saluto, e faccio anche la riverenza per quel che mi costa..

Il contadino si avviò verso i campi, che comunque non avrebbero aspettato i suoi pensieri. A metà della mattinata si fermò per mettere qualcosa nello stomaco. Non faceva ancora caldo. L'inverno era finito, ma ci sarebbe voluto ancora del tempo prima che la primavera arrivasse a prendere il suo posto. Cercò il corvo con lo sguardo, era già diventato un movimento automatico. C'era. Soddisfatto dell'occhiata ricevuta l'uccello abbandonò il suo posatoio e con pochi potenti battiti di ali attraversò il campo fino ai piedi delle colline. Prese a girare dentro alle correnti ascensionali, guadagnando quota. Era un volo lento, importante, solitario. I giovani invece li aveva visti volare spesso anche in stormi. Giocavano, si inseguivano, si sfidavano in gare di abilità che avevano forse lo scopo di conquistare il cuore delle loro future compagne, compagne per la vita. Ma per i corvi come per gli uomini, evidentemente, il tempo della spensieratezza prima o poi finiva, e quello che rimaneva era un volo lento, importante e solitario. Il trillo di un campanello lungo la strada lo scosse dai suoi pensieri. Si avvicinò alla carreggiata, ad aspettare il dottore che stava arrivando.
"Dov'é?" si premurò di chiedere il nuovo prima ancora di essersi del tutto fermato.
"Là, dottore." Rispose l'uomo indicando in direzione delle colline.
"Dove? Ah sì lo vedo. Piuttosto lontano.." c'era più di un po' di delusione nella sua voce, mentre estraeva il suo binocolo.. "Ah ecco, un Corvo Imperiale, dunque".
"Un corvo. Sì dottore."
"E ti segue.."
"E mi segue."
"Sono animali molto intelligenti sai? In America.."
"Sì, la cordicella, l'avevo letto pure io da qualche parte. Ma sarà vero?"
"E non solo quello.. Hanno anche osservato che possono imparare a usare piccoli attrezzi per procurarsi il cibo che non riescono a raggiungere altrimenti. Bastoncini, rametti, cose di quel genere.. Che se trovano carogne troppo dure per loro becchi vanno a chiamare predatori più grossi che le riescano ad aprire, meglio avanzi che mai. Che memorizzano la locazione delle riserve di altri corvi per poi saccheggiarle, e che ne costruiscono di fasulle per depistare la concorrenza. Che amano giocare, fanno anche ad acchiapparello con cani e lupi."
"E che seguono i contadini?"
Il dottore sembrò doverci pensare su un momento. "No, di questo non ho memoria."
"Magari non è cosa di scienza.."
"Ah, di leggende ce ne sono fin che si vuole, i corvi sono tra gli animali più chiacchierati. Nella nostra tradizione sono normalmente associati a morti, cimiteri tombe e oltretomba. Sicuramente per via delle loro abitudini saprofaghe, si capisce. Che mangiano carcasse, cioè. In Svezia rappresentano gli spiriti dei morti assassinati,
in Germania le anime dei dannati. Per contro, nel Nordest Asiatico e sulla Costa Pacifica è considerato un dio creatore e
benevolo. Nel Nordeuropa due corvi sono gli occhi e le orecchie di
Odino. Su e giù per le isole britanniche sono associati a dei e dee,
maghi, talismani, di tutto e di più. Poi, da quando hanno girato il film dove è morto il povero Brandon Lee, il figlio di Bruce Lee, quello del kung fu, è tutto un fiorire di riferimenti e leggende metropolitane. O magari è solo che gli stai simpatico, e ti segue per quello.."
"Non credo, dottore. Non sono mai stato così simpatico, e glielo dimostro subito lasciandola qui da solo e tornando al mio lavoro."
"Tocca a tutti in un modo o nell'altro. Ma dato che io, invece, ho ancora qualche ora libera, ti saluto e continuo il giro. Ci si vede.." Detto questo rilanciò la bicicletta e si allontanò sul sentiero, con binocolo che non aveva riposto che sbatteva a destra e a manca ad ogni pedalata..
Il contadino lo guardò arrancare per un po', poi, come promesso, tornò al lavoro. La giornata proseguì come doveva, di tanto in tanto l'uomo cercava il corvo, e da qualche parte immancabilmente lo trovava. Nel primo pomeriggio il tempo prese a guastarsi. Dalle colline scendevano sul piano nuvole basse cariche di una pioggerellina fine fine, di quelle che ti inzuppano fino alle ossa prima ancora tu possa decidere se sta per davvero piovendo o è solo umidità. Finito un lavoro che non poteva essere lasciato a metà, il contadino caricò armi e bagagli sul motocarro e prese la via del ritorno. Era già arrivato praticamente a casa quando notò le tracce: un fuoristrada. Venivano da una stradina che non portava da nessuna parte e proseguivano lungo lo sterrato che saliva in collina. Maledetti fuoristradisti, pensò. Capitava sempre più spesso che evadessero dalle zone a loro assegnate per cercare aree incontaminate da contaminare con le loro macchine. E c'era anche uno dei capanni da quella parte.. Senza pensarci due volte girò il mezzo e partì all'inseguimento. Davanti a lui il corvo, posato su di un ramo, fece sentire la sua voce. Ma la cosa passò del tutto inosservata.

Seconda Parte
Il fuoristrada era parcheggiato davanti al capanno, portiere spalancate e musica ad alto volume. Se si poteva chiamare musica.
Il contadino mollò il mezzo in un posto qualunque, saltò giù e si diresse come una furia verso la porta del capanno. La spalancò. Il tavolo al centro della stanza era ingombro di lattine di birra e di quello che sembrava la rimanenza di una discreta fornitura da impasticcati. Sotto al tavolo c'era un uomo che sembrava dormire nella stessa posizione in cui doveva essere caduto. A fianco, sul pavimento, un altro tipaccio si era congelato a metà di un complicato approccio a una ragazza che appariva ben poco entusiasta delle sue attenzioni. "E tu chi diavolo sei?" Sbraitò, rialzandosi in piedi fin troppo prontamente ed assestando una pedata di sveglia al suo compare.
"E quello chi diavolo è?" domandò l'altro. Istintivamente il contadino aveva fatto un passo indietro riportandosi nello spiazzo antistante al capanno. Uno dei due gli fu subito appresso. Da qualche parte aveva recuperato un coltello dall'aspetto decisamente cattivo. "Ti ho chiesto chi diavolo sei?" incalzò. Un altro passo indietro. "Dove credi di andare?" Poi in alto risuonò il verso del corvo, e una macchia nera di penne e piume sbucò dal nulla e si tuffò tra i due uomini. Più per sorpresa che per spavento il tipaccio si gettò a terra, offrendo al contadino una buona occasione per darsela a gambe. Raggiunse il limitare del bosco mentre l'altro stava ancora rotolando via da un pericolo immaginario, e in un attimo fu al riparo dell'ombra degli alberi e della foschia che scendeva dalle colline. Più o meno nella stessa direzione in cui si era allontanato il corvo. Il secondo tipaccio intanto era schizzato fuori dalla porta e si era lanciato all'inseguimento. Si sentirono due esplosioni e la corteccia di un tiglio alla sinistra dell'inseguito eruppe in mille pezzi.
Correre in un bosco non è cosa particolarmente facile, specie quando inciampare in una radice o in una buca può costare la pelle. Quella però era casa sua, il suo terreno, e in breve accumulò un vantaggio tale da perdere di vista i cacciatori. La foschia era diventata quasi nebbia, e anche l'oscurità era aumentata. Trovò un riparo e si mise in ascolto: inaspettata, un automobile si avviò e si allontanò, distante, approssimativamente in direzione del capanno.
"Ci ha fregato la macchina!" esclamò una voce vicina, troppo vicina.
"Non dire scemate, ce l'avevamo davanti."
"Sarà tornato indietro."
"Sì, con un missile."
"E allora chi é stato?"
Ci fu una pausa, poi:
"Te lo dico io chi è stato: la tipa che ci siamo portati su."
Si sentì una risata fragorosa.
"Certo che sei proprio bravo ad organizzare queste uscite. Prima peschi un ufficio postale che ha in cassa meno soldi di noi, poi la tipa che doveva essere una cosa sicura si impasticca male e cambia idea a mezza strada, poi ci viene a trovare l'uomo dei boschi. E adesso siamo anche rimasti a piedi."
"Piantala di fare l'idiota. Da che parte?
"Tu di là, io di qua. Chi lo vede spara."
Ci furono dei rumori di passi, alcuni dei quali sempre più vicini. Un fruscio d'ali.

Il corvo si era posato su di un ramo proprio in fronte a me. Io però stavo cercando di capire cosa stesse succedendo al tronco, qualche metro più sotto. Perchè era coperto per più di metà da un’ombra netta, precisa, come tagliata da un sole che invece non c’era. Poi l'ombra si mosse, e i miei capelli mi si rizzarono sulla testa. Perse spessore (solo in quel momento feci caso che ne aveva uno) e affondò nella pianta.
"Non ti muovere.." mi ordinò la voce del tipaccio. Non poteva sapere che non lo avrei fatto per tutto l'oro del mondo. Era spuntato da non so dove e si stava spostando di lato per mettersi davanti. Io non riuscivo a staccare gli occhi dal tronco in cui l'ombra era scomparsa. "Bravo, così. Ma che diavolo stai fissando? Non hai mai visto una pianta?" L’aria sembrò tremolare leggermente tra lui e l'albero, come sopra una strada quando fa caldo. Qualche foglia si spostò, mossa dal niente. Poi, d'un colpo, il bosco si sollevò con mani, braccia, testa ed infine un busto intero. Come un uomo che emerga di spinta dall'acqua di un fiume o di un lago, solo che qui tutto quanto era fatto solo di terreno, di fogliame, di muschio. La forma afferrò il tipaccio per le spalle e in un istante lo tirò giù, dentro al fiume di suolo, al lago, a quello che era. La superficie oscillò un paio di volte, poi tornò a solidificarsi e fu tutto finito. O quasi. Una mano riemerse, seguita da un volto. Impossibile dire da cosa fosse formato, eppure lo era. Portò l'indice sulle labbra, in un inequivocabile comando di silenzio. Poi si sgretolò in mille pezzi, andato. Scappai come se avessi avuto il diavolo alle calcagna, perchè probabilmente ce l'avevo. Dietro di me sentivo l'altro tipaccio sbraitare e correre nella mia direzione: fosse un inseguimento o una fuga, non saprei. Credo che mi stesse anche sparando contro, ma non ci potrei giurare.
Attraversai un sentiero e, come sarebbe presto o tardi dovuto succedere, mancai completamente il passo successivo finendo a terra come un perfetto imbecille Prima che riuscissi a rialzarmi il mio inseguitore mi fu addosso. Mi afferrò per la giacca, mi tirò su e mi attaccò ad una pianta. Era bello grosso. "Che hai fatto al mio amico? Chi diavolo.." alle sue spalle in un boato di legno, terra, foglie, polvere, cespugli e quant'altro un tratto di bosco sembrò esplodere in mille pezzi ricadendo subito dolo sul posto. Meccanicamente l'uomo si voltò verso lo sconquasso, mollando la presa. Mi afflosciai come un sacco vuoto, mentre l'altro puntava la pistola contro tutto quello che sembrava muoversi.
Dapprima lo percepii solo come un leggero brivido lungo la schiena. L'aria diventò ghiaccio nei polmoni. Poi ebbi la netta sensazione che qualcosa si fosse portato al mio fianco, qualcosa che non avrebbe dovuto essere lì. Mi si parò davanti, e non aveva una forma: era un ombra corporea, un semplice luogo di oscurità. Ma aveva un volto, un volto identico a quello dell'uomo di terra che avevo visto prima, un volto che, Dio mio, sorrideva. Si girò, un attimo prima guardava me e subito dopo era voltato dall'altra parte. Attraversò lo spazio tra me e il mio aggressore in un istante, e in quell'istante sembrò essere dovunque allo stesso tempo. Abbracciò il vivo alle spalle e, per la prima volta, parlò.
"Non c'è niente lì" gli sussurrò all'orecchio. "E' solo la mano che nasconde il trucco". L'uomo si bloccò, congelato. Con un solo movimento innaturale l'apparizione passò davanti e avvolse la sua mano d'ombra attorno a quella armata dell'altro. D’istinto il ladro si sottrasse alla stretta, ma la pistola restò indietro, sospesa nella presa dello spettro.
"Ed è un bel trucco, non ti pare?" domandò, gettando l'arma da qualche altra parte, nel bosco.
L'altro arretrò di un passo e finalmente vide il suo avversario. La comprensione che si dipinse sul suo volto fu subito spazzata via dall'incredulità, e quindi dal terrore.
"No! Non è possibile. Tu.. tu sei morto!!"
"Sì, sono morto. Sono morto perché tu mi hai ucciso, canaglia! Sono morto e ho fatto un patto con un corvo, il corvo che avrebbe dovuto portare via l'anima di un altro uomo che tu avresti ucciso. E il corvo mi ha portato qui."
"Ma, ma.."
"Non ci sono 'ma'. Io ho pagato il mio prezzo e tu adesso pagherai il tuo."
Detto questo avanzò di un passo e affondò la mano nel petto dell'altro e quando la estrasse nel pugno teneva il suo cuore. Batteva ancora, lo vedevo pulsare, ne sentivo il ritmo. Il suo padrone lo guardava incredulo. Poi la mano del morto avvampò di una fiamma intensa, fredda, spaventosa.
"Questo è il fuoco dell'Inferno" dichiarò il morto "dove mi troverai ad aspettarti. E adesso brucia!"
L'altro tremò per un istante, poi urlò, come se.. come se gli avessero strappato il cuore dal petto. Cadde a terra continuando a tremare ed ad urlare, ma il grido sembrava venire da più lontano, sempre da più lontano man mano che il cuore di consumava. Poi tutto cessò, quasi all'improvviso. Il morto che stava in piedi gettò i resti di quello che aveva tenuto in mano a fianco del morto che stava sdraiato. Come era già accaduto poco prima, il terreno per un attimo perse la sua solidità e il tipaccio (adesso mi faceva un po' impressione chiamarlo così) sparì, anche troppo lentamente, sotto la sua superficie.
"E' finita" annunciò la voce dello spettro, senza traccia di sollievo o consolazione.
Il corvo alzò la testa e gridò il suo verso, conferma o semplice eco di quanto era stato detto.
Quando abbassai lo sguardo l'apparizione o quel che era se ne era andata.

Arrivai al motocarro in pochi minuti, evidentemente in qualche punto delle mie corse avevo preso a tornare indietro. Anche l'auto, ovviamente, non c'era più. Nel capanno era rimasto solo un gran disordine e alcune lattine di birra vuote, niente altro. Uscendo, trovai ancora il corvo che mi aspettava, appollaiato su di un ramo basso. Gracchiò nella mia direzione, poi con il becco picchiettò il ramo alcune volte. Non capivo, quindi (suppongo) lo rifece. Andai al rimorchio e slegai un sacchetto di qualcosa che stava in un angolo. Quello che mi interessava era il cordino.
In mancanza d'altro ci attaccai un pezzo di una merendina della scorta di emergenza. Lo assicurai al ramo nel punto che mi era stato indicato e mi misi a guardare. Il corvo lo pinzò con il becco qualche centimetro al di sotto, lo issò e poi con una zampa bloccò lo spago. Si chinò, lo afferrò nuovamente e ne issò un altro tratto. In pochi istanti con quella tecnica raggiunse il pezzo di merendina e se la sbafò. Poi gracchiò un altro paio di volte, si alzò in volo e sparì oltre agli alberi.
Potevo essermi sognato tutto quanto, in fondo. Alla fine dei conti c'eravamo solo io e un pezzo di spago a penzoloni da un ramo..



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Il Trucco del Corvo
by Fabrizio Burlone 
is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
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Illustrazione di Eugenio Bausola


Versione originariamente pubblicata (5/28/09):
#1
Il corvo aspettava. Appollaiato sul suo solito palo della luce, aspettava. Non appena l'uomo uscì nel cortile il corvo gracchiò tre volte, il che rappresentava il suo saluto. L'uomo sollevò lo sguardo e rispose con un cenno della mano.
Non era una conversazione solita, ma neanche del tutto inusuale. I corvi sono animali intelligenti, gli scienziati americani hanno attaccato un pezzo di carne a uno spago e lo hanno lasciato penzolare da un ramo. I corvi hanno imparato a issare lo spago, bloccarlo con le zampette e prendersi la carne. E semplicemente ragionandoci su, non andando per tentativi. Beh, sempre ammesso che sia vero, naturalmente. Perchè in effetti sembra proprio strano che gli scienziati, con tutte le cose importanti che hanno da fare, trovino pure tempo e voglia per mettersi a giocare con pennuti, cordicelle e rami. Capita, comunque, che tra corvi e contadini in campagna ci si voglia scambiare quattro chiacchiere, dicevo. Non è insolito. Insolito era, invece, che anche quella mattina proprio quel particolare corvo fosse nuovamente lì, come la mattina precedente e quella prima ancora. Non aveva nessun segno particolare che lo distinguesse dai suoi consimili. Nero come la notte dalla punta del becco a quella delle piume, visto così sembrava misurare un po' di più di un mezzo metro. Due cose che lo qualificavano come un corvo e non come una cornacchia, anche se molti fanno confusione. Neanche troppo grande, ad ogni modo, visto che potevano arrivare anche a 60 o 70 centimetri. A volte, quando muoveva la testa, le piume del sottogola si arruffavano formando una specie di barba nera. Ma anche questo era un tratto comune. Un corvo come tanti, insomma. Eppure l'uomo era certo che fosse sempre lo stesso, che lo aspettava tutte le mattine da tre o quattro giorni a questa parte e che adesso avrebbe preso a seguirlo per tutta la giornata. Non c'era un granché da farci, a parte prendere a fucilate la bestia, e questo non se la sentiva proprio di farlo. Perchè ammazzare un corvo porta sfortuna.
"Che sfortuna vuoi che ti porti?" gli avevano detto gli amici in osteria. "Se i corvi ti seguono vuol dire che puzzi già di morto. Almeno togliti la soddisfazione." Lui non aveva risposto. C'era una storia che raccontavano i vecchi.. Diceva che i corvi venivano a prendere le anime dei morti e le guidavano dall'altra parte. O chissà dove, se li facevi arrabbiare..
Si avviò verso i campi, che comunque non avrebbero aspettato i suoi pensieri. A metà della mattinata si fermò per mettere qualcosa nello stomaco. Non faceva ancora caldo. L'inverno era finito, ma ci sarebbe voluto ancora del tempo prima che la primavera arrivasse a prendere il suo posto. Cercò il corvo con lo sguardo, era già diventato un movimento automatico. C'era. Soddisfatto dell'occhiata ricevuta l'uccello abbandonò il suo posatoio e con pochi potenti battiti di ali attraversò il campo fino ai piedi delle colline. Prese a girare dentro alle correnti ascensionali, guadagnando quota. Era un volo lento, importante, solitario. I giovani invece li aveva visti volare spesso anche in stormi. Giocavano, si inseguivano, si sfidavano in gare di abilità che avevano forse lo scopo di conquistare il cuore delle loro future compagne, compagne per la vita. Ma per i corvi come per gli uomini, evidentemente, il tempo della spensieratezza prima o poi finiva, e quello che rimaneva era un volo lento, importante e solitario. Il trillo di un campanello lungo la strada lo scosse dai suoi pensieri. Si avvicinò alla carreggiata, ad aspettare il dottore che stava arrivando.
#2
"Dov'é?" si premurò di chiedere il nuovo prima ancora di essersi del tutto fermato.
"Là, dottore." Rispose l'uomo indicando in direzione delle colline.
"Dove? Ah sì lo vedo. Piuttosto lontano.." c'era più di un po' di delusione nella sua voce, mentre estraeva il suo binocolo.. "Ah ecco, un Corvo Imperiale, dunque".
"Un corvo. Sì dottore."
"E ti segue.."
"E mi segue."
"Sono animali molto intelligenti sai? In America.."
"Sì, la cordicella, l'avevo letto pure io da qualche parte. Ma sarà vero?"
"E non solo quello.. Hanno anche osservato che possono imparare a usare piccoli attrezzi per procurarsi il cibo che non riescono a raggiungere altrimenti. Bastoncini, rametti, cose di quel genere.. Che se trovano carogne troppo dure per loro becchi vanno a chiamare predatori più grossi che le riescano ad aprire, meglio avanzi che mai. Che memorizzano la locazione delle riserve di altri corvi per poi saccheggiarle, e che ne costruiscono di
fasulle per depistare la concorrenza. Che amano giocare, anche ad acchiapparello con cani e lupi."
"E che seguono i contadini?"
Il dottore sembrò doverci pensare su un momento. "No, di questo non ho memoria."
"Magari non è cosa di scienza.."
"Ah, di leggende ce ne sono fin che si vuole, i corvi sono tra gli animali più chiacchierati. Nella nostra tradizione sono normalmente associati a morti, cimiteri tombe e oltretomba. Sicuramente per via delle loro abitudini saprofaghe, si capisce. Che mangiano carcasse, cioè. In Svezia rappresentano gli spiriti dei morti assassinati,
in Germania le anime dei dannati. Per contro, nel Nordest Asiatico e sulla Costa Pacifica è considerato un dio creatore e
benevolo. Nel Nordeuropa due corvi sono gli occhi e le orecchie di
Odino. Su e giù per le isole britanniche sono associati a dei e dee,
maghi, talismani, di tutto e di più. Poi, da quando hanno girato il film dove è morto il povero Brandon Lee, il figlio di Bruce Lee, quello del kung fu, è tutto un fiorire di riferimenti e leggende metropolitane. O magari è solo che gli stai simpatico, e ti segue per quello.."
"Non credo, dottore. Non sono mai stato così simpatico, e glielo dimostro subito lasciandola qui da solo e tornando al mio lavoro."
"Tocca a tutti in un modo o nell'altro. Ma dato che io, invece, ho ancora qualche ora libera, ti saluto e continuo il giro. Ci si vede.." Detto questo rilanciò la bicicletta e si allontanò sul sentiero, con binocolo che non aveva riposto che sbatteva a destra e a manca ad ogni pedalata..
Il contadino lo guardò arrancare per un po', poi, come promesso, tornò al lavoro. La giornata proseguì come doveva, di tanto in tanto l'uomo cercava il corvo, e da qualche parte immancabilmente lo trovava. Nel primo pomeriggio il tempo prese a guastarsi. Dalle colline scendevano sul piano nuvole basse cariche di una pioggerellina fine fine, di quelle che ti inzuppano fino alle ossa prima ancora tu possa decidere se sta per davvero piovendo o è solo umidità. Finito un lavoro che non poteva essere lasciato a metà, il contadino caricò armi e bagagli sul motocarro e prese la via del ritorno. Era già arrivato praticamente a casa quando notò le tracce: un fuoristrada. Venivano da una stradina che non portava da nessuna parte e proseguivano lungo lo sterrato che saliva in collina. Maledetti fuoristradisti, pensò. Capitava sempre più spesso che evadessero dalle zone a loro assegnate per cercare aree incontaminate da contaminare con le loro macchine. E c'era anche uno dei capanni da quella parte.. Senza pensarci due volte girò il mezzo e partì all'inseguimento. Davanti a lui il corvo, posato su di un ramo, fece sentire la sua voce. Ma la cosa passò del tutto inosservata.
#3
Il fuoristrada era parcheggiato davanti al capanno, portiere spalancate e musica ad alto volume. Se si poteva chiamare musica. Il contadino mollò il mezzo in un posto qualunque, saltò giù e si diresse come una furia verso la porta del capanno. La spalancò. Il tavolo al centro della stanza era ingombro di lattine di birra e di quello che sembrava la rimanenza di una discreta fornitura da impasticcati. Sotto al tavolo c'era un uomo che sembrava dormire nella stessa posizione in cui doveva essere caduto. A fianco, sul pavimento, un altro tipaccio si era congelato a metà di un complicato approccio a una ragazza che appariva ben poco entusiasta delle sue attenzioni. "E tu chi diavolo sei?" Sbraitò, rialzandosi in piedi fin troppo prontamente ed assestando una pedata di sveglia al suo compare.
"E quello chi diavolo è?" domandò l'altro. Istintivamente il contadino aveva fatto un passo indietro riportandosi nello spiazzo antistante al capanno. Uno dei due gli fu subito appresso. Da qualche parte aveva recuperato un coltello dall'aspetto decisamente cattivo. "Ti ho chiesto chi diavolo sei?" incalzò. Un altro passo indietro. "Dove credi di andare?" Poi in alto risuonò il verso del corvo, e una macchia nera di penne e piume sbucò dal nulla e si tuffò tra i due uomini. Più per sorpresa che per spavento il tipaccio si gettò a terra, offrendo al contadino una buona occasione per darsela a gambe. Raggiunse il limitare del bosco mentre l'altro stava ancora rotolando via da un pericolo immaginario, e in un attimo fu al riparo dell'ombra degli alberi e della foschia che scendeva dalle colline. Più o meno nella stessa direzione in cui si era allontanato il corvo. Il secondo tipaccio intanto era schizzato fuori dalla porta e si era lanciato all'inseguimento. Si sentirono due esplosioni e la corteccia di un tiglio alla sinistra dell'inseguito eruppe in mille pezzi.
Correre in un bosco non è cosa particolarmente facile, specie quando inciampare in una radice o in una buca può costare la pelle. Quella però era casa sua, il suo terreno, e in breve accumulò un vantaggio tale da perdere di vista i cacciatori. La foschia era diventata quasi nebbia, e anche l'oscurità era aumentata. Trovò un riparo e si mise in ascolto: inaspettata, un automobile si avviò e si allontanò, distante, approssimativamente in direzione del capanno.
"Ci ha fregato la macchina!" esclamò una voce vicina, troppo vicina.
"Non dire scemate, ce l'avevamo davanti."
"Sarà tornato indietro."
"Sì, con un missile."
"E allora chi é stato?"
Ci fu una pausa, poi:
"Te lo dico io chi è stato: la tipa che ci siamo portati su."
Si sentì una risata fragorosa.
"Certo che sei proprio bravo ad organizzare queste uscite. Prima peschi un ufficio postale che ha in cassa meno soldi di noi, poi la tipa che doveva essere una cosa sicura si impasticca male e cambia idea a mezza strada, poi ci viene a trovare l'uomo dei boschi. E adesso siamo anche rimasti a piedi."
"Piantala di fare l'idiota. Da che parte?
"Tu di là, io di qua. Chi lo vede spara."
Ci furono dei rumori di passi, alcuni dei quali sempre più vicini. Un fruscio d'ali.
#4
Da qui in avanti la devo raccontare io, perchè c'ero. Il corvo si era posato su di un ramo di un albero proprio in fronte a me. Era un albero strano, non tanto l'albero in sè, quanto il fatto che un lato del tronco risultava evidentemente in ombra, malgrado il sole se ne fosse andato da ore. Poi l'ombra si mosse, e i miei capelli si rizzarono sulla testa. Perse spessore (solo in quel momento mi resi conto che ne aveva uno) e affondò nella pianta.
"Non ti muovere.." mi ordinò la voce del tipaccio. Non poteva sapere che non lo avrei fatto per tutto l'oro del mondo. Era spuntato da non so dove e si stava spostando di lato per mettersi davanti. Io non riuscivo a staccare gli occhi dal tronco in cui l'ombra era scomparsa. "Bravo, così. Ma che diavolo stai fissando? Non hai mai visto una pianta?" La terra sembro tremolare leggermente tra lui e l'albero, come sopra una strada quando fa caldo. Al suolo qualche foglia si spostò, mossa dal niente. Poi, d'un colpo, la terra si sollevò con mani, braccia, testa ed infine un busto intero. Come un uomo che emerga di spinta dall'acqua di un fiume o di un lago, ma qui era il bosco stesso ad essere persona. Afferrò il tipaccio per le spalle e in un istante lo tirò giù, dentro al fiume, al lago, a quello che era. La superficie oscillò un paio di volte, poi tornò a solidificarsi e fu tutto finito. O quasi. Una mano riemerse, seguita da un volto. Impossibile dire da cosa fosse formato, eppure lo era. Portò l'indice sulle labbra, in un inequivocabile comando di silenzio. Poi si sgretolò in mille pezzi, andato. Scappai come se avessi avuto il diavolo alle calcagna, perchè probabilmente ce l'avevo. Dietro di me sentivo l'altro tipaccio sbraitare e correre nella mia direzione: fosse un inseguimento o una fuga, non saprei. Credo che mi stesse anche sparando contro, ma non ci potrei giurare.
Attraversai un sentiero e, come sarebbe presto o tardi dovuto succedere, mancai completamente il passo successivo finendo a terra come un perfetto imbecille Prima che riuscissi a rialzarmi il primo dei miei inseguitori mi fu addosso. Mi afferrò per la giacca, mi tirò su e mi attaccò ad una pianta. Era bello grosso. "Che hai fatto al mio amico? Chi diavolo.." alle sue spalle in un boato di legno, foglie, polvere, cespugli e quant'altro un vecchio albero, un olmo probabilmente, sembrò esplodere a pezzi e bocconi direttamente sul posto. Istintivamente l'uomo si voltò per fronteggiare la nuova situazione, mollando la presa. Mi afflosciai come un sacco vuoto, mentre l'altro puntava la pistola verso tutto quello che sembrava muoversi.
Dapprima lo percepii solo come un leggero brivido lungo la schiena. L'aria diventò ghiaccio nei polmoni. Poi ebbi la netta sensazione che qualcosa si fosse portato al mio fianco, qualcosa che non avrebbe dovuto essere lì. Mi si parò davanti, e non aveva una forma: era un ombra corporea, un semplice luogo di oscurità. Ma aveva un volto, un volto identico a quello dell'uomo di terra che avevo visto prima, un volto che, Dio mio, sorrideva. Si girò, un attimo prima guardava me e subito dopo era voltato dall'altra parte. Attraversò lo spazio tra me e il mio aggressore in un istante, e in quell'istante sembrò essere dovunque allo stesso tempo. Abbracciò il vivo alle spalle e, per la prima volta, parlò.
"Non c'è niente lì" gli sussurrò all'orecchio. "E' solo la mano che nasconde il trucco". L'uomo si bloccò, congelato. Con un solo movimento innaturale l'apparizione passò davanti e avvolse la sua mano d'ombra attorno a quella armata dell'altro. All'istante il ladro si sottrasse alla stretta, ma la pistola restò indietro, sospesa nella presa dello spettro.
"Ed è un bel trucco, non ti pare?" domandò, gettando l'arma da qualche altra parte, nel bosco.
L'altro arretrò di un passo e finalmente vide il suo avversario. La comprensione che si dipinse sul suo volto fu subito spazzata via dall'incredulità, e quindi dal terrore.
"No! Non è possibile. Tu.. tu sei morto!!"
"Sì, sono morto. Sono morto perché tu mi hai ucciso, canaglia! Sono morto e ho fatto un patto con un corvo, un corvo che avrebbe dovuto portare via l'anima di un altro uomo che tu avresti ucciso. E il corvo mi ha portato qui."
"Ma, ma.."
"Non ci sono 'ma'. Io ho pagato il mio prezzo e tu adesso pagherai il tuo."
Detto questo avanzò di un passo e affondò la mano nel petto dell'altro e quando la estrasse nel pugno teneva il suo cuore. Batteva ancora, lo vedevo pulsare, ne sentivo il ritmo. Il suo padrone lo guardava incredulo. Poi la mano del morto avvampò di una fiamma intensa, fredda, spaventosa.
"Questo è il fuoco dell'Inferno" dichiarò il morto "dove mi troverai ad aspettarti. E adesso brucia!"
L'altro tremò per un istante, poi urlò, come se.. come se gli avessero strappato il cuore dal petto. Cadde a terra continuando a tremare ed ad urlare, ma il grido sembrava venire da più lontano, sempre da più lontano man mano che il cuore di consumava. Poi tutto cessò, quasi all'improvviso. Il morto che stava in piedi gettò i resti di quello che aveva tenuto in mano a fianco del morto che stava sdraiato. Come era già accaduto poco prima, il terreno per un attimo perse la sua solidità e il tipaccio (adesso mi faceva un po' impressione chiamarlo così) sparì, anche troppo lentamente, sotto la sua superficie.
"E' finita" annunciò la voce dello spettro, senza traccia di sollievo o consolazione.
Il corvo alzò la testa e gridò il suo verso, conferma o semplice eco di quanto era stato detto.
Quando abbassai lo sguardo l'apparizione o quel che era se ne era andata.
#5
Arrivai al motocarro in pochi minuti, evidentemente in qualche punto delle mie corse avevo preso a tornare indietro. Anche l'auto, ovviamente, non c'era più. Nel capanno era rimasto solo un gran disordine e alcune lattine di birra vuote, niente altro. Uscendo, trovai ancora il corvo che mi aspettava, appollaiato su di un ramo basso. Gracchiò nella mia direzione, poi con il becco picchiettò il ramo alcune volte. Non capivo, quindi (suppongo) lo rifece. Andai al rimorchio e slegai un sacchetto di qualcosa che stava in un angolo. Quello che mi interessava era il cordino.
In mancanza d'altro ci attaccai un pezzo di una merendina della scorta di emergenza. Lo assicurai al ramo nel punto che mi era stato indicato e mi misi a guardare. Il corvo lo pinzò con il becco qualche centimetro al di sotto, lo issò e poi con una zampa bloccò lo spago. Si chinò, lo afferrò nuovamente e ne issò un altro tratto. In pochi istanti con quella tecnica raggiunse il pezzo di merendina e se la sbafò. Poi gracchiò un altro paio di volte, si alzò in volo e sparì oltre agli alberi.
Potevo essermi sognato tutto quanto, in fondo. Alla fine dei conti c'eravamo solo io e un pezzo di spago a penzoloni da un ramo..

Ibis

Sembra proprio che il sole non voglia alzarsi questa mattina, sarà perchè la luna è ancora lì che tira tardi sull'orizzonte. E' vero, sono abituato a queste levatacce, ma questo non vuol dire che non preferirei essere a casa, sotto le coperte, al caldo. Però, se vuoi fare foto
naturalistiche, devi rassegnarti a questo ed ad altro.
Ho lasciato la macchina dove potevo lasciarla, mi sono caricato l'ambaradan in
spalle, me lo sono portato su per l'argine per una buona mezz'oretta, nel buio pesto. Mi sono calato nella golena, ho fatto il passo del giaguaro fino al solito appostamento, mi sono infrattato e poi, sempre al buio, mi sono montato tutta l'attrezzeria cercando di non farmi
troppo male o almeno di farmi male in silenzio. E non è questa la cosa più antipatica. Adesso dovrò aspettare, muto, immobile, intirizzito (in una parola: congelato), e per tutto il tempo che sarà necessario.
Niente sigarette, niente caffè (beh, quasi niente), niente chiacchiere (e con chi?), se mi viene da starnutire trattengo, se mi scappa trattengo anche quello. E non è neanche questa la cosa più antipatica. Tra qualche ora, poi, tutto il procedimento andrà ripetuto all'inverso, sempre senza disturbare, se no che senso ha? Quindi la macchina infangata da lavare, i vestiti che sembra che sono stato in guerra e per giunta ho perso... E no, non è ancora la cosa più antipatica.
Quella ve la dico io: la cosa più antipatica è l'espressione che vedo solitamente dipinta sulle facce di quelli a cui cerco di spiegare il perché lo faccio.
Aspetta: guarda un po', dritto davanti a me, su quel ramo a mezza pianta. La sagoma di un Ibis Sacro stagliata netta contro la luna. Scatto. E la prima foto della giornata è in magazzino,
ed è anche una bella foto.
Stavo dicendo? Ah, sì, mi stavo lamentando. Beh, ne avrò ben il diritto, tanto non c'è nessuno. Dicevo che non è facile da spiegare: siamo tanto abituati ai documentari sui leoni del Kenya e sulle orche al largo della Patagonia che la natura di casa nostra ci sembra irrimediabilmente una natura di serie B. Trascurabile. E invece no. A prescindere dal fatto che la natura non è
mai trascurabile, c'è tanto da vedere anche qui da noi, e tanto da cercare di fermare in una foto. E questo è quello che faccio io, quando ci riesco.
Non avendo i mezzi del National Geographic (avessi almeno il tempo..) la soluzione è solo questa: levatacce, appostamenti, tanta pazienza, e parecchio studio. In genere, metà della foto è pura fortuna. Dell'altra metà, una buona parte la fa il momento, il resto l'occhio di chi guarda. Prendiamo la foto dell'Ibis. L'aggettivo "sacro" lo guadagna in Egitto. Considerato manifestazione terrena di Thot, dio lunare inventore della scrittura (e dei tarocchi, si dice),
scriba di Ra e giudice di Osiride, veniva venerato come distruttore di serpenti e sterminatore di locuste. I temibili "serpenti alati". Il suo sacrificio rituale era considerato micidiale contro le mosche portatrici di epidemie e pestilenze. E c'era anche un altra buona ragione, che però adesso mi sfugge. Mi tornerà in mente.. In epoca romana, invece, Plinio ne suggeriva un impiego molto più prosaico, ma su questo possiamo sorvolare.
Ecco là: ce n'è un altro, posato sulla riva. Scatto. Fatta anche questa. Adesso che si sta schiarendo se ne vedono un bel po', meno male, dopotutto sono venuto per loro.
Poi: sono una specie di rarità visto che non è da molto che sono arrivati qui da noi e la nostra pianura costituisce praticamente il confine settentrionale del loro areale di nidificazione.
Non bastasse, sono anche degli animali piuttosto vistosi, e, aggiungerei, opinabilmente belli: becco lungo e ricurvo, testa e collo neri in contrasto col piumaggio, bianco. Ma in accordo con il colore delle remiganti, nere, sfrangiate ed iridescenti che quando sono posati si confondono con la coda, ma appena si alzano in volo fanno scena.
Sembrano nervosi, speriamo che non mi abbiano visto. E dire che ormai dovrebbero considerarmi uno di famiglia, passo più tempo qui che a casa mia.
Zampe rosso scuro, più scuro che rosso. Per finire, con i loro 60/70 cm di altezza riempiono bene la foto, e, visto che sono gregari, si prestano volentieri anche a quella di gruppo. Tutto questo, e altro ancora, è la parte dell'occhio di chi guarda. Se c'è, sarà l'immagine dell'Ibis
Sacro, volto e cartiglio di Thot e temporanea meraviglia della Pianura Padana. Se non c'è, sarà solo la fotografia di un uccello bianco e nero. Anche bella, magari, ma solo una fotografia.
A proposito, fossi appena un po' più paranoico di quello che sono incomincerei a preoccuparmi seriamente. Sono letteralmente circondato da Ibis e ho la spiacevole sensazione che mi stiano tenendo d'occhio. Sembra un film di Hitchcock: stanno lì, senza far niente, e mi guardano. O comunque guardano nella mia direzione.
Il momento è un'altra questione. Gli Ibis vivono dove c'è l'acqua. Oltre che di serpi si cibano di rane, pesci crostacei, qualche pianta acquatica e all'occorrenza anche di quello che si trova nei nostri campi e pure tra la nostra spazzatura. Si dice che vadano anche a caccia in gruppo con aironi e garzette, questo però io non l'ho mai visto. Di certo, condividono con loro dormitori notturni e colonie di nidificazione. Solitamente costruiscono il nido (in rami e vegetazione) sugli stessi alberi, ma più in basso e dentro ci covano 3 o 4 uova, da cui si spera nasceranno altrettanti pulcini. Praticamente identici agli adulti, a parte il nero sulle remiganti di cui parlavo e che verrà in seguito. Data la posizione del nido e l'allegra brigata circostante, almeno uno dei genitori deve sempre essere presente, giusto per assicurarsi la sopravvivenza della prole. Con grande sollievo di mamma e papà, dopo 5 o 6 settimane dalla nascita i piccoli sono in grado volare, e il più è fatto. Questo è il minimo sindacale che uno deve sapere se vuole sperare di trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Una volta che è lì, diventa poi solo una questione di approccio, attrezzatura e tecnica. Rispettivamente: bazzecole, quisquilie e pinzillacchere. Se è tutto andato per il verso giusto abbiamo una bella foto, se no ci si riprova alla prima
occasione. 
Sì, ma che accidenti fa adesso questo Ibis? Sarà un'impressione, ma se non mi abbassavo mi beccava in pieno. Un altro. Ancora (o è quello di prima?) Eccheca..spita, mi vengono addosso da tutte le parti, dieci, venti, ma quanti sono? Adesso è davvero come in un film di Hitchcock. Non credo siano pericolosi, ma per non sbagliare butto tutto quanto dentro allo zaino e me la filo a gambe levate. Schizzo nel sottobosco verso la riva con il branco delle bestiacce che ancora mi gracchia sulla testa, riesco ad arrampicarmi sull'argine, da qui in poi è tutto terreno scoperto. Sollevo lo zaino sulla testa per proteggermi e ...ma dove sono finiti?
Mi guardo attorno: niente, scomparsi. Sarà un buon segno? Uno stormo di anatre passa sopra di me a volo radente. Dietro, nel fiume, sento un leggero sciacquio. Mi volto, e proprio in quel momento l'onda di piena spazza via i cespugli dove mi ero appostato. Tutto finisce sotto tre
metri d'acqua, la piena rimbalza sulla salita dell'argine e poi prosegue per la sua strada. Resto a guardare. Adesso mi è venuto in mente qual'era l'altra ragione per cui gli Ibis erano venerati, in Egitto: sapevano prevedere le piene del fiume.

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Il canto dello scricciolo
























Gli uccelli che vivono nei boschi e nei parchi sono spesso molto difficili da vedere. Ma non da sentire, per nostra buona sorte... e a fare tanta, ma proprio tanta attenzione, si potrebbe perfino notare che uno dei canti più squillanti proviene da uno dei pennuti di taglia più piccola: lo scricciolo.
Ma non è sempre stato così: un tempo lo scricciolo cantava con una voce leggera leggera, in proporzione al suo minimo peso. Quello che vi vado a raccontare ora è di come come avvenne che acquistò il suo canto.

Prendete un righello, uno di quelli di scuola. Mettete un dito dove incominciano le tacche e l'altro dito sul 10. Ecco: lo scricciolo, di solito, incomincia e finisce tra le vostre due dita. Anzi, visto che un centimetro è del becco e tre sono della coda (solitamente puntata verso il cielo come quella dei gatti), chi ne abbia visto uno dal vivo potrebbe pensare che siete stati pure abbondanti. Per necessità o per attitudine il nostro minuscolo amico è uno specialista del sottobosco. Non è un volatore accanito, preferisce piuttosto camminare (o meglio: saltellare a piè pari) sul fondo della foresta o del giardino di casa alla ricerca di insetti, ragnetti, larve e altre prede di taglia minima. O anche di bacche e semi, quando necessità impone. Lo si vede spesso (se lo si vede) intento a razzolare tra foglie cadute, arbusti, ceppi e radici o ad esplorare intrepido buche e fessure, anfratti e tane, mucchi e cataste. O a lanciarsi, come se fosse l'ultimo volo della vita, nel folto dei cespugli in cerca di riparo. Detto tutto ciò, è facile capire come la neve e il freddo possano rendere difficile la vita di uno scricciolo. Ebbene, quell'inverno era purtroppo come questo: molto, molto freddo e con tanta, tanta neve. L'intera foresta era coperta sopra e sotto da un manto candido e scintillante.  Per arrivare a toccare il suolo e il suo confortevole tappeto di foglie ci sarebbe voluta una talpa delle nevi. I cespugli erano quasi impenetrabili, e a restare sotto al livello degli rami si correva facilmente il rischio di essere presi a palle di neve dagli alberi stessi. I torrenti e le pozze erano ovviamente ghiacciati, e perfino il poco terreno rimasto qua e là miracolosamente accessibile era gelato per parecchi centimetri sotto la superficie, e quindi di scarsa soddisfazione per un uccellino affamato. Per mettere insieme il pranzo con la cena, lo scricciolo della nostra storia, che per comodità potremmo chiamare Wren, aveva imparato ad appostarsi ai margini della strada che portava in città. Fin dalle prime ore del giorno il pesante traffico di carri e cavalli riusciva a rompere il ghiaccio e fino a tarda sera il viavai di cose, persone e animali ne impediva riformarsi. Rimanere schiacciati tra ruote, zoccoli e stivali non era difficile, ma il gioco valeva la candela.
Quella mattina, che era una mattina come un'altra, Wren l'aveva passata appunto setacciando il bordo strada. Finora il raccolto era stato appena appena discreto, ma proprio in quel momento aveva scorto una cavità particolarmente invitante. Ci infilò la testolina, sperando di raccogliere qualcosa di succoso, e si sentì improvvisamente stringere alla gola da un laccio invisibile. Terrorizzato, reagì d'impulso scattando all'indietro, e se a prenderlo fosse stata la maglia di una rete o il laccio di un archetto quel movimento sarebbe bastato per perderlo per sempre. Invece, riusciva ancora a muoversi, seppur non proprio liberamente. Ruotando il capo prima a destra a poi sinistra riuscì a vedere che tutto il suo minuscolo collo era completamente circondato da una banda di metallo dorato. "Salve, giovane scricciolo" lo salutò una voce nella sua testa, "ti ringrazio di avermi raccolto". Questa volta l'istinto lo lanciò verso il folto bosco, ma il peso di quello che aveva al collo lo tirò verso il terreno e Wren si trovò di botto nella neve alta a rimirarsi le zampette sullo sfondo del cielo. "Buffo modo di volare, giovane scricciolo." riprese la voce "E' questo forse un tratto tipico della tua specie?"
"Chi sei!? Dove sei!?" replicò a viva voce Wren, appena recuperato un minimo di compostezza.
"Ma sono l'Anello del Re, mio caro, mi conoscono tutti. E credo di trovarmi giusto intorno al tuo collo. Una sistemazione, dal mio punto di vista, molto più confortevole rispetto al fango della via in cui il mio padrone mi ha smarrito un paio di giorni or sono.  Non c'è dubbio alcuno."

Risultò evidente quasi subito che di liberarsi dell'impedimento con una comune azione meccanica non c'era verso. D'altra parte, la situazione non pareva affatto "comune". Dopo una breve serie di infruttuosi tentativi Wren si risolse a chiedere consiglio all'unico che, presumibilmente, avrebbe potuto darne. 
"Signor Anello", espose lo scricciolo, "il peso della vostra consistenza è probabilmente meno di nulla per la possente mano del Re per cui foste forgiato, ma è un fardello insopportabile per un'anima di così piccole dimensioni come la mia. Volare mi è difficile, camminare faticoso, cacciare impossibile. In un inverno così duro, nel volgere di pochi giorni la Vostra Signoria si ritroverà nuovamente nel fango da cui l'ho sollevata, e con uno scricciolo congelato nel mezzo, per giunta. Quantomeno fino a primavera."
"Più che la taglia dell'anima qui conta quella del corpo che la ospita, e non sempre le due vanno di pari passo. Ma vedo il senso di ciò che tu dici. Ti suggerirei di provare a serrare la mia forma nella forca di un ramo o di una radice e quindi far leva con le zampe per liberarti.."
"Dubito, Signore, di riuscire a liberarmi in quel modo." replicò lo scricciolo "E se la forca si dovesse rinserrare oltre alla misura necessaria, è facile che al ramo o alla radice ci resterei, per giunta, impiccato."
Seguì qualche secondo di silenzio, quindi: “Beh, sono solo un anello, dopotutto. Non è che ci si debba aspettare chissà quale saggezza da parte mia. Sarebbe il caso, piuttosto, che tu mi riportassi dal Re mio padrone. Lui di certo saprà consigliarti per il meglio..”
Questa volta fu lo scricciolo a prendere tempo prima di rispondere. "E sapresti tu dirmi, Signore, dove lo potrei trovare, io, il tuo Re e padrone?"
"Ma certamente, mio caro. A palazzo. E dove, se no?"

Il consiglio in sé aveva una sua validità, per quanto l'anello non avesse la benché minima idea di dove il palazzo fosse ubicato o di come lo si potesse raggiungere. A tal proposito, tuttavia, si poteva contare sull'aiuto dei molti uccelli che vivevano un po' nel bosco un po' in città. In linea di principio, almeno.
Per prima cosa, avrebbe chiesto in dormitorio.
D'inverno, quando fa freddo freddo freddo, gli scriccioli si riuniscono tutti insieme per passare la notte. Si ritrovano in vecchi nidi o in vecchie tane abbandonate, a volte basta una cavità in un albero o nel terreno. Di solito ognuno sta con la propria famiglia, magari con l'aggiunta di quella del vicino. Ma ci sono posti dove si radunano anche cinquanta e perfino sessanta pennuti, tutti in una volta. Come a dire: più siamo, più caldo ci teniamo. Bene, quello è un dormitorio.
Come è da aspettarsi, gli scriccioli pensano come vivono: a scatti. Mantenere la loro attenzione su uno stesso argomento per più di pochi secondi non è cosa facile. Tuttavia, il nuovo ornamento da collo di Wren riuscì a restare al centro della conversazione per il tempo necessario a raccogliere qualche informazione. Uno scricciolo conosceva dei merli che conoscevano delle cince che erano molto amiche di alcune gazze che frequentavano il palazzo. Per lavoro, dicevano. Dicevano anche che l'ala sud della corte si apriva su una vasta area di giardini, dove il Re si avventurava di frequente perfino di questa stagione, spesso in compagnia della giovane figlia. Raggiungere quei giardini sarebbe stato un buon primo passo, e anche una piccola impresa viste le difficoltà di movimento dello scricciolo. 
Fu a tal proposito che l'anello intervenne: "Se posso.." esordì. All'istante, tutti i presenti nel dormitorio zittirono e si voltarono a fissare Wren, o meglio, a fissare il collare di cui anche loro, evidentemente, avevano sentito la voce. "..nelle terre del nord si racconta che uno scricciolo, tanti e tanti anni fa, riuscì a conquistare la corona di re degli uccelli sconfiggendo nientepopodimeno che l'aquila in un torneo di altitudine.." La platea taceva ancora, attenta. "Si issò, si dice, sul dorso dell'aquila, passando del tutto inosservato in virtù del suo esiguo peso, e quando l'aquila raggiunse la sua quota più alta lui poté partire da quella posizione, aggiudicandosi in tal modo la contesa." La platea continuava intempestivamente a tacere... “Intendo dire che il mio portatore potrebbe domandare un passaggio ad un altro volatile di dimensioni maggiori..” Dalla platea si sollevò quello che tra gli uomini si sarebbe definito un mormorio di approvazione. “Io conosco un'aquila, io conosco un'aquila!” esclamò sonoramente uno dei giovani. “Io conosco un'aquila, io conosco un'aquila!” proseguì.
“Non il più brillante della nidiata, direi.” osservò sommessamente l'anello.
“La vie della necessità sono spesso misteriose, mio Signore.” rispose lo scricciolo della storia.

“Non è un'Aquila!” ebbe a che ridire Wren.
“Sì che è un'Aquila.” replicò il giovane.
"No che non lo è."
"E invece sì"
"Le aquile sono marroni."
"Quelle marroni. Le altre no"
"E sono più grosse."
"Questa è un'Aquila Nana."
"E' un Corvo"
"E' un'Aquila
"Insomma, Signori" sbottò l'oggetto della disputa "sono una Cornacchia Grigia, e sono senz'altro meno lugubre di qualunque Corvo e più intelligente di qualunque Aquila. Se non vi dispiace."
"Ti avevo detto che non era un'Aquila"
"Però ci assomiglia".
"No che non ci assomiglia."
"Si che ci assomiglia!"
"No che non ci assomiglia."
"E allora!!" intervenne nuovamente la Cornacchia Grigia.
Ci volle tempo e pazienza, ma alla fine i fatti furono esposti e la richiesta di trasporto formulata. Mantenendo fede alle sue affermazioni, e non ai nostri pregiudizi, la Cornacchia Grigia si mostrò subito acuta e disponibile. "A poca distanza dal palazzo si trovano le scuderie reali, dove siamo ben tollerate. Fin lì vi porterò, e non oltre, poiché più avanti offriremmo un bersaglio fin troppo facile a chiunque volesse provare la propria abilità con una freccia, un sasso, o magari anche una scopa. Dalle scuderie ai giardini è una questione di pochi balzi, anche per uno scricciolo e un anello. E chissà che magari il Re non vi risparmi la fatica decidendo di andare a cavallo proprio oggi."

Così fu detto, e così fu fatto. Salutata la Cornacchia, i due si diressero verso un gruppo di umani dal piumaggio vistoso e colorato (si chiamano "vesti", precisò l'anello), veduti  dall'alto durante il sorvolo d'arrivo. Raggiungerli fu un gioco da ragazzi, ma i guai incominciarono subito dopo. Wren balzò al fianco del capofila, e sprofondò nella neve, perso al mondo. Si lanciò in piena vista e, come era capitato la prima volta, il peso che si portava appresso lo precipitò dabbasso, di nuovo nella neve. Zampettò in mezzo alla traccia che faceva da sentiero e riuscì prima a farsi quasi calpestare dagli uomini e poi a farsi inseguire dai cani. Che per fortuna erano cani da compagnia e non da caccia. Sfarfallò fin dentro ad un cespuglio, ma il ghiaccio e, ancora, la neve lo tennero all'interno, invisibile. "Canta, mio buon amico, canta. Se non riesci a farti vedere, cerca almeno di farti sentire.." gli suggerì, quasi gli intimò, l'anello. Lo scricciolo cantò, ma la sua voce si perse nel chiacchiericcio dei viandanti, nel rumore della marcia, nel niente.

Il sole aveva era già fin toppo avanti nel suo cammino, ma c'era ancora tempo per giocarsi qualche ultima carta.
"Qual è la finestra, Signore?"
"Guardando a mezzo dei tuoi occhi, quella centrale, direi. Se la memoria non mi inganna."
Scalare il rampicante che copriva la facciata del palazzo fu una delle cose più faticose che lo scricciolo avesse mai tentato, ma anche quell'impresa alla fine andò a termine. Saltellò sul davanzale fino ad arrivare ad un punto in cui fosse possibile sbirciare all'interno.
"Sono lì, li vedo" esclamò l'anello, che stava evidentemente continuando ad osservare dagli occhi del portatore. Wren sbatté le ali, picchiettò sui vetri, cantò, saltò, e poi fece tutto quanto un'altra volta, e un'altra ancora. Niente: lo scricciolo restava ignorato, invisibile ed inudito.
"Abbiamo, per caso, un altro piano di riserva?" domandò alla fine, stanco e un tantino avvilito.
"A dire il vero sì, amico mio, ma al momento mi sembra prematuro parlarne. Anche perché, se non mi sbaglio, stiamo per ricevere aiuto.."
"E da chi, di grazia?"
"Da me, direi." dichiarò qualcuno alle sue spalle.
Wren si voltò in direzione della voce: "Cornacchia Grigia!"
"Proprio io. Mi par di capire che i vostri tentativi finora non abbiano riscosso il successo sperato.."
"A dir poco. Ma tu che ci fai qui? E le frecce? I sassi?"
"Mi stanno ancora cercando. Ma non mi sembrava bello abbandonare voi due dilettanti qui a cavarvela da soli."
"Salta sul cornicione, allora. Grande come sei ci vedranno di sicuro..."
"Non se ne parla neppure, io sono ancora un visitatore non gradito quaggiù.."
"E quindi?"
"Quindi, adesso venite con me.."

Erano in un'area più interna dei giardini. C'era una fontana, in gran parte ghiacciata, ma non del tutto. C'erano un bel po' di cespugli, di quelli che nella loro stagione si caricano di cose buone. C'erano anche parecchi alberi dello stesso tipo, con degli aggeggi evidentemente costruiti dagli uomini che pendevano dai rami. Qualcuno sembrava una casetta con la porta aperta. In mezzo allo spiazzo, in piena vista, si alzavano una serie di trespoli, piattaforme e ambaradan il cui proposito era un mistero. Tutto intorno era un concerto di canti e di voli di cince, passeri, fringuelli, regoli, pettirossi e tanti, tanti altri colleghi, anche di quelli che vengono da lontano. Quasi un intero piano del palazzo dava su questo giardino attraverso una fila interminabile di finestre.
"Ma che posto è, questo?" domandò Wren.
"Mentre vi tenevo d'occhio," rispose la Cornacchia "mi sono imbattuto in un gruppo di cinciarelle che mi ha raccontato di questo giardino. Il Re, credo per la figlia, ha messo insieme tutto questo spettacolo ad uso e consumo di voi uccelletti, che siete tanto simpatici e belli a vedere. Quelle cose piantate nel mezzo dello spiazzo sono delle mangiatoie, vale a dire dei posti dove gli umani giardinieri spargono del cibo che poi voi potete andare a spazzarvi via con comodo. Inutile dire che anche qui io sono bene accetto come un serpente nel nido."
"E quindi?"
"Ma sai dire solo 'equindi' ? Equindi, quasi tutte le sere, il Re e la figlia passano dietro a quelle finestre e si soffermano per un po' a rimirare il giardino. Se riusciamo a piazzarti in prima fila su di una delle mangiatoie non potranno non vederti, praticamente sono lì per quello. E il gioco è fatto."
"Geniale!" affermò l'anello "e come ci arriviamo lassù?
"Nel solito modo: sulle mie spalle."
"Aspetta, aspetta!" gridò Wren alla Cornacchia che si stava prudentemente, e piuttosto precipitosamente, allontanando dopo aver sbarcato i suoi passeggeri. Il pennuto grigio virò controvoglia e si portò a volteggiare sopra alla mangiatoia. "Che c'è adesso?"
"E se il Re stasera non passa?"
La Cornacchia virò di nuovo e si allontanò tra gli alberi.
"Guarda Papà, guarda quell'uccellino piccolino sulla mangiatoia. Che cosa ha intorno al collo?"
"E' uno Scricciolo mia cara. Aspetta, fammi vedere..." il Re strizzò un tantino gli occhi, aveva notato che in quel modo tornava vederci bene quasi come una volta. Anche se durava solo un attimo.
"Sembrerebbe un anello" aggiunse la principessa..
"Perdiana, sembrerebbe IL MIO anello! Presto, che qualcuno mi porti il mantello! Presto, prima che voli via!"
Wren balzò sulla mano del Re protesa appena sotto alla mangiatoia. La testolina si piegò verso il basso all'atterraggio e l'anello si sfilò senza nessuna difficoltà, cadendo nel palmo aperto. Era stato imbrogliato! Quel maledetto cerchio di metallo poteva allargarsi e stringersi come meglio credeva! Era stato imbrogliato e usato come mezzo di trasporto e fattorino.
"E' vero, mio caro" gli confermò la solita voce. "Ma che altro avrei dovuto fare: in fondo sono solo un anello.."
Prima che lo scricciolo riuscisse a mettere insieme una risposta sufficientemente saporita, fu il Re ad intervenire.
"Frena la tua furia, piccolo amico, poiché essa è priva di destinazione. Non è nella natura di un anello comprendere il bene e il male o valutare le conseguenze delle proprie azione. Un anello compie ciò per cui è stato forgiato, e questo è quanto." Negli anni, ripensando a questa storia, a Wren sarebbe sorto più di un dubbio sull'affermazione Reale, ma al momento questa ebbe l'effetto di far evaporare la sua ira come nebbia al sole. Dopotutto sarebbe stato come arrabbiarsi con la pioggia perchè bagna o il sole perchè scalda. E' vero: lo facciamo tutti. Ma, è meglio non parlarne in giro. "Diversa è la questione per il Re, naturalmente..." continuò. "L'anello mi ha raccontato delle traversie che avete affrontato. Per essere notati, in particolare, e penso che si imponga un qualche genere di risarcimento. Non è in mio potere donarti più visibilità, e anche se lo fosse non credo che lo farei: ti sarebbe più di impiccio che d'aiuto nel vivere la tua vita d'ogni giorno. Ma è mio potere far sì che chiunque abbia orecchie per udire possa, d'ora in avanti, riconoscere uno scricciolo anche a grandi distanze, se lo scricciolo avrà voglia di cantare. Ora va, libero, piccolo amico, e porta con te la gratitudine del Re. La mia casa è la tua casa." Detto questo, lanciò lo scricciolo in aria. Con la coda dell'occhio Wren notò che la mano ora indossava l'anello. Planò a terra dopo un breve tratto e, senza sapere bene cosa aspettarsi, provò a cantare. Gli altri uccelli tacquero. Gli umani tacquero. Le foglie sugli alberi smisero di stormire. Il vento si fermò. Le nuvole, in alto, interruppero il loro viaggio. Tutto l'universo parve sospendere ogni attività per ascoltare quel primo canto, che nessuno avrebbe più dimenticato.
"E con questo siamo pari, direi." pensò l'anello.

Ecco come fu che lo scricciolo ottenne il suo canto, che a qualcuno ricorda il suono del ghiaccio che si scioglie, a primavera.



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Illustrazioni di Eugenio Bausola. 

volo di Natale





























"Nonno, nonno!."

Quello è mio nonno. Si chiama Geremia, è la Cicogna più vecchia di tutto lo stormo, forse di tutto il mondo. La mamma dice che ci sono più primavere sulle sue spalle che conchiglie nel mare. Io non lo so quante sono le conchiglie nel mare, ma devono essere proprio tante perché il mare l'ho visto ed è grandissimo. E lui che si prende cura di noi del primo anno. 

"Dove vai, nonno?"
"Vado a trovare un amico, piccolo"
"Posso venire anche io?"
"C'è da volare un po'.."
"A me piace volare."
"Ma certo.. Facciamo così allora: dillo alla mamma, e chiedi se c'è qualcuno dei tuoi amici che vuole venire, che più siamo meglio si vola."
Ci avviamo in cinque, col nonno. 

A me piace volare, ma tanto. Quando si parte si fa fatica, ma poi si va nei posti dove c'è l'aria calda che viene su dal basso, e si sale, si sale, si gira in cerchio e si sale. Fino a quando tutte le cose giù in terra diventano piccole piccole che si fa quasi fatica a vederle. Allora si va via diritto, ci si livella dicono i grandi, e si scivola via così, senza fatica che sembra quasi di volare. Anzi si vola proprio. Ali larghe, qualche piccola correzione, l'aria tutto intorno e il mondo che scorre di sotto. Potrei andare avanti per giorni, e a dirla tutta l'ho proprio fatto per davvero, alla fine dell'estate, quando abbiamo lasciato il nido dove sono nato per venire fino a qua. Mamma e papà erano preoccupati, perché è un viaggio lungo e difficile e avevano paura che non ce la facessi. Tanti di noi il primo anno non ce la fanno, ma io me la sono cavata benissimo. Mamma e papà mi hanno anche detto che quello era un viaggio diverso dal solito, perché il nonno doveva portare lo stormo a passare l'inverno in un altro posto.

Normalmente noi scendiamo dritti verso il caldo, sopra a una terra che si allunga nel mare per giorni e giorni. Si vola in alto, sulle montagne piene di boschi e con il mare in vista da tutte e due le parti. Dal lato dove sorge il sole ci sono spiagge lunghissime, ma a noi piace viaggiare più vicini alla costa di tramonto, dove all'inizio ci sono tante isole e isolette che sono belle da vedere. E anche perchè quando si arriva al grande bivio si piega un po' ancora verso il tramonto, appena appena, e si va avanti di lì.  Poi si vola sopra un'isola enorme, e ancora mare,  per un salto lunghissimo. Volare sopra l'acqua è faticoso e pericoloso: non ci sono i giri d'aria calda che ti tengono su, e non ci si sono posti per scendere a riposarti se non ce la fai più. E' per questo che solo pochi stormi passano per questa via. Noi saliamo più che si può mentre siamo ancora sulla terra, e poi ci lanciamo in avanti, fino dove si riesce ad arrivare. Alla fine ci tocca lavorare di ali, ma d'un colpo appare la costa e il peggio è passato. 

Tutte queste cose me le hanno raccontate, perché io quella strada non l'ho ancora fatta. Quest'anno abbiamo piegato quasi subito verso dove nasce il sole, scendendo lungo un grande fiume, fino al mare. E' lì che l'ho visto per la prima volta. Poi abbiamo seguito la costa per un bel po' di tempo, all'inizio c'era tanta sabbia, ma quando ha piegato verso il caldo la terra è diventata tutta dura e rocciosa. Il mare era pieno di isole e isolette, tantissime.  Quelle più piccole bianche e pelate, con solo i gabbiani a volarci intorno. A me non piacciono i gabbiani. Fanno un sacco di rumore, e la mamma dice che rubano. Noi però siamo rimasti in alto, e il nonno ci ha guidati verso l'interno. Abbiamo sorvolato laghi, montagne, boschi e pianure, però diversi da quelli che ci sono intorno al nostro nido. Si sono uniti al nostro tanti altri stormi: c'erano cicogne che venivano da posti stranissimi, dove faceva sempre freddo, o dove c'erano solo alberi per giorni e giorni di volo, o dove non ce ne era neanche uno. Parlavano in modo buffo, anche se ci si capiva lo stesso.  C'erano perfino delle cicogne nere come la notte, ma la mamma mi ha detto subito che il colore delle piume non conta, che tutte le cicogne sono sorelle. Doveva essere una cosa difficile da spiegare, perché era molto seria mentre lo diceva. A me sembrava tanto facile, invece. Anche io ero di un altro colore quando sono nato, e adesso sono così. Ma sono sempre io, il colore non conta. Basta pensarci no? Però ai grandi bisogna dare retta di tanto in tanto, se no vanno in confusione. Allora ho fatto la faccia seria anch'io, ho detto alla mamma che avevo capito e lei è stata contenta. Di notte, quando ci fermavamo per riposare, eravamo così tante da non sapere dove posarci. E alla mattina, quando salivamo in alto, bisognava fare attenzione a non prendere dentro nel vicino d'ala, e non era sempre facile. Più avanti c'era ancora il mare, ma era così piccolo che lo abbiamo attraversato tutto di un fiato.  Poi abbiamo sorvolato una terra fatta tutta a montagne e colline ma senza una pianta. Il nonno mi ha detto che non era proprio un deserto, lui l'ha visto un sacco di volte, ma ci assomigliava parecchio. Alla fine siamo arrivati un'altra volta al mare, che si vede che c'è dappertutto. Qui era azzurrissimo e si vedeva anche una grande isola lontana lontana. Lo stormo ha girato verso il levar del sole, e, alla fine del mare, giù, verso il caldo. Noi ci siamo fermati un po' dopo, in un lago dove c'erano già un sacco di sorelle, ma la maggior parte dello stormo è andato più avanti. Mamma mi ha detto che avrebbero volato ancora per qualche giorno, noi invece per quell'inverno eravamo a posto.

Il nonno sta facendo segno di scendere, si vede che siamo arrivati. Andiamo verso un villaggio degli uomini, da queste parti ci trattano abbastanza bene. Però a me fanno sempre un po' paura. Ci mettiamo in cima a uno dei loro nidi, quelli coperti che costruiscono con la pietra e pezzi di albero. Di fronte ce ne è un altro, più brutto, di quelli che di solito servono per gli animali. Infatti ce ne sono due, dentro: una mucca e un asino. Quasi uguali a quelli che c'erano dove sono nato, ma non del tutto. Comunque anche da noi stanno spesso in costruzioni come quelle. Però lì c'erano anche due uomini. Anzi, uno è una donna. Queste cose le so perché me le spiega papà. Quando non so una cosa la mamma mi dice sempre di chiederla a papà. Lui sbuffa un po' ma poi le cose me le dice.

Il nonno sta guardando nell'altro nido, ma io non vedo niente. "Che c'è, nonno?"
"Spostati un po' verso di me, guarda tra le ali della donna". Io non vedevo ancora niente, ma poi qualcosa si è mosso e ho capito: c'era un pulcino. I piccoli degli uomini a volte ci tirano i sassi, ma questo era davvero molto piccolo, doveva essere appena uscito dall'uovo, ed era molto buffo. Quasi carino. Sembrava addormentato, ma poi ha aperto gli occhi e ha guardato il nonno. Almeno, credo. Comunque ha agitato l'aluccia nella nostra direzione, come per salutare. Allora il nonno ha alzato la testa e ha risposto con il nostro tactac del becco, come facciamo sempre quando ci incontriamo tra di noi. Io e miei amici abbiamo fatto lo stesso, ed è stato un bel saluto. Anche il piccolo sembrava contento, e se gli uomini e le cicogne si rassomigliano almeno un pochino, secondo me ci ha sorriso. Poi ha chiuso gli occhi e si è rimesso a dormire.
Mentre tornavamo ho chiesto al nonno chi era quel pulcino e perché siamo venuti a salutarlo.
"E' il figlio di colui che ci guida quando voliamo." mi ha risposto. Io non ho capito, ma il nonno dice che capirò quando sarò più grande. Ha detto anche che quel piccolo un giorno diventerà un uomo molto importante, tanto che il giorno della sua nascita diventerà un giorno di festa in cielo e in terra. Sarà la festa del Santo Natale.
E allora: buona festa. 

Buon Natale a tutti.

Illustrazione di Eugenio Bausola